Sangue, buio, freddo. Questo è quello che sento guardando al di fuori di me. Rami spezzati, voci rotte, lamenti di un uomo che sbuffa alla vita. Non posso dire di esser certo che la nostra umanità sia nata pura, posso solo dire fermamente che, ora come ora, è macchiata dei peccati più orribili. Viviamo nelle sabbie mobili e stiamo lentamente sprofondando dentro un oblio che è cieco di sopravvivenza. I valori dei grandi poeti, le gesta dei veri uomini, le lacrime delle pure anime sembrano non avere più spazio in una generazione di morti che, grida giustizia ma sospira terrore, assaggia la luce ma divora la tenebra. Io voglio poter non essere annientato dalla rabbia di un uomo ma dagli occhi di un bambino, dall’abbraccio di un amico, dal bacio di chi amo. Ed io non voglio essere morto. Non voglio avere paura di aprire gli occhi, non voglio avere paura di accendere la luce, non voglio avere paura di essere, di vivere. Vedo un piccola luce, vedo un cristallo nel buio. Ci siamo ridotti ad avere più paura della vita che della morte, la medicina sta moltiplicando i nostri giorni ma non li sta rendendo migliori. Posso vivere un giorno in più ma posso dire di non averlo vissuto. Che senso ha un respiro se non riempie i nostri polmoni? Che senso ha un pensiero se non ci fa vibrare le ossa? Dove abbiamo sepolto il vero amore, la rabbia pura, la voglia vera di cambiare un mondo che è ormai morto prima ancora di nascere, ogni giorno, dopo una notte che più gli appartiene?
“Anche se il timore avrà sempre più argomenti, tu scegli sempre la speranza.”
 Seneca

Dobbiamo levare il capo verso il sole, dobbiamo liberarci dalle catene, dobbiamo vomitare il vuoto che non si può scrivere. Dobbiamo sputare inchiostro e sangue su pagine che le parole non possono incatenare. Voglio immagini, voglio il rosso, voglio il bianco e voglio il verde. Voglio l’amore, voglio la purezza, voglio speranza. Dipingiamo un mondo nuovo e poi riempiamolo di parole, parole belle, le più diverse parole, parole libere, parole leggere, parole forti, parole vivaci: un delirio di parole! Voglio disintegrarmi in un vortice di emozioni con te, con voi, con me, con noi.

“Senza entusiasmo, non si è mai compiuto niente di grande.” 
 Ralph Waldo Emerson

Voglio volare trasportato dal vento, voglio tuffarmi nelle onde materne del mare dell’essere. Voglio bere acqua azzurra e mangiare pane caldo. Voglio immergermi nei più profondi sentimenti che cova nel cuore questa nostra bella terra. Voglio pelle di sabbia, mani di seta, gli occhi di un quadro di recente dipinto, i miei capelli come l’erba d’estate, i miei vestiti come le foglie d’autunno: il petto che pulsa come la terra alla cavalcata di un cavallo selvaggio.

“Avete i vostri colori, avete i vostri pennelli, dipingete il paradiso ed entrateci dentro.” Nikos Kazantzakis
-Ermete Protocardio

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L’uomo è destinato sin dal primo gemito a vivere divorato dai suoi stessi sentimenti. Come l’avido scrittore, impaurito dalla pagina bianca, egli non conosce il suo domani e dunque lo teme. Come un equilibrista cammina su di una corda tesa ora spinto ora cullato dal maestoso vento della vita che lo costringe ad oscillare perpetuamente tra l’equilibrio e il vuoto sottostante. Egli è impasto di spirito e corpo e ciò che di lui è corpo è destinato a divenire schiavo di quella terra di cui ora mangia i frutti, beve l’acqua e depreda i beni. Per quanto concerne il suo spirito, esso è leggero, più leggero dell’aria e più cupo del più profondo oceano. Viviamo due vite: la vita dei respiri e la vita dei sospiri. E se le leggi della natura si possono comprendere non si può dire lo stesso delle leggi del cuore. L’amore è il re di tutti i sentimenti dal momento che è il padrone di tutti e lo schiavo di nessuno. Esso è motore primo di ogni nostro giorno, di ogni nostra azione, di ogni nostra intenzione. Abbiamo conquistato per amore del potere, studiato per amore della conoscenza, giocato per amore del diletto e sofferto, per amore di un uomo o di una donna. Ma tutto ciò è solo parzialmente realizzabile perché più abbiamo conquistato e più volevamo possedere, più abbiamo giocato e meno eravamo sazi del nostro divertimento, più abbiamo scoperto e più ci siamo accorti di non sapere. Molto spesso non abbiamo il coraggio di lasciarci trasportare dalla vita e analizziamo con la ragione anche il più nobile tra i sentimenti. Dentro noi vive una bestia che non sappiamo controllare, che non sappiamo nutrire, che nessuna lingua potrà mai esprimere. Un qualcosa che ci dilania da dentro, che vuole libertà e a cui doniamo prigionia.
“L’uomo è nato libero, ma dovunque è in catene.”
-Jean Jacques Rousseau
Tutto ciò che noi pensiamo, tutto ciò che io scrivo qui, è frutto di millenni di riflessioni e di pensieri. Esaleremo forse l’ultimo respiro chiedendoci che senso abbia avuto la nostra vita, che senso tutti questi attimi, che senso tutti i nostri passi. Siamo veramente, come diceva Shakespeare costituiti della stessa materia dei sogni? O siamo semplicemente destinati a far prevalere il nostro interesse terreno al prospetto eterno di cui è forse costituita la nostra essenza? Forse che porteremo con noi per sempre il rimorso di non essere stati all’altezza di comprendere ciò che realmente siamo? Continuiamo a tuffarci tra passato e futuro senza renderci conto che stiamo annegando in questo stesso presente. Viviamo una vita che non è per noi, che non è la nostra. Forse che cerchiamo tutto ma nel posto sbagliato?
“L’uomo è l’unico animale per il quale la sua esistenza è un problema che deve risolvere.”
-Erich Fromm

Ermete Protocardio

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Ho sempre considerato il parentado sfera collaterale della mia esperienza di vita, incorrendo spesso, causa la mia abissale ignoranza intorno la famiglia, nel paterno biasimo in occasioni quali cresime, cenoni e feste di laurea (insomma, quelle situazioni in cui i vari zio Caio e cugino Sempronio possono spiaggiare i larghi deretani su comode poltroncine e rimpinzarsi a oltranza di voul avant).
Da ciò sufficienza e sbuffi ogni volta che mio padre trascinava la conversazione sul teatro familiare.
Fossi stato conscio di avere consanguinei come lo zio Augusto e la mia considerazione verso queste “rimpatriate” sarebbe schizzata alle stelle.
Ma ormai la diaspora è compiuta: alcuni congiunti sono stati vittima della cosiddetta fuga di cervelli (anche se dove nascondessero tutto ‘sto cervello non saprei), altri, come il nonno, sono allettati da lunghi anni, altri ancora sono addomiciliati in camposanto.
Dello zio Augusto, fino a quella sera, conoscevo solo il nome, un tempo ricorrente nelle bustarelle di compleanno ma scomparso ormai da anni.
L’occasione per narrarmi la sua saga venne a mio padre in una filippica contro il gioco d’azzardo e contro i vizi in generale (influenzato, penso, da questo anello saldato da mio zio Germano alla sua interminabile catena di lussurie non più di due mesi prima)
Ricordo come fosse ieri il discorso sconclusionato, gli esempi contradditori e la morale bigotta che, da sobrio, avrebbe per certo ricusato: <<Devi capire che il gioco non porta alcun guadagno, o meglio lo porta a quelli che…. Anzi no…. Cioè porta guadagno solo a chi vince e l’unico a vincere è chi non gioca o chi tiene il mazzo, insomma è una perdita sia economica che morale, mi hai capito Ugo?>>
Non ricordo però come la corrente lo sballottò, poi, fino alla figura dello zio Augusto citato come unico esempio di uomo in grado di trionfare sulla macchina (intesa come slot machine).
Alle mie domande su questo semisconosciuto personaggio fu ben contento di abbandonare la sua prosopopea (non era certo lui stesso di coscienza linda, nel settore vizi) per un più lineare racconto.
Cominciò quindi a tratteggiare il ritratto di questo zio nababbo e amorale, donnaiolo e perbenista.
Da quanto sono stato in grado di desumere questi,circa cinquant’anni or sono, si era preso tra lo stupore generale l’onere di accudire il padre gravemente malato. Maggiore fu poi lo stupore degli altri fratelli quando misero mano al testamento per dividersi l’eredità: il conto corrente desertificato, i campi passati di mano e le proprietà volatilizzate insieme allo zio Augusto.
Sugli anni successivi mio padre non era ben sicuro: certo era un congruo contrabbando da e verso la Svizzera, seguito da altri affari loschi.
Tornato poi a Este con le tasche traboccanti dobloni si era raccolto una popolana dalla condotta dissoluta, certa Alice, tuttora vivente. Insediatosi nella villa che era stata del padre si era dato al gioco d’azzardo e alle speculazioni immobiliari tosando innumerevoli gonzi.
Era poi corso in volontario esilio al sud dopo una vincita a poker che gli aveva fruttato oltre a una farmacia, innumerevoli minacce di morte.
Si vocifera (<<E non andarlo a dire in giro Ugo, per carità>> ripeteva ossessivamente mio padre) avesse poi approfittato del clima Siciliano per spettacolari abusi edilizi, col tacito assenso delle cosche locali.
Affogatosi nel vino l’ex proprietario della farmacia, lo zio Augusto aveva ripreso la via del nord lasciando al sud (sempre “si vocifera”) un buco di qualche milione. Ripreso possesso delle sue proprietà aveva avviato numerosi agriturismi lungo i colli annichilendo il precedente circolo di bed and breakfasts.
Arrivato così a settant’anni si era ritirato dagli affari per morire non più di due anni dopo.
All’apertura del testamento ci furono due grandi sorprese: da una parte mio padre era stato fatto erede universale e dall’altra era scomparso il foglio con la firma all’atto rendendo il documento del tutto invalido. Fu così che il papà crollò rovinosamente svenuto per ben due volte in un solo giorno.
Ora vi starete chiedendo perché abbia definito lo zio anche perbenista. Ebbene dovete capire che per l’intera durata della sua vita un solo difetto gli era mancato: l’essere bigotto. Resosi conto nell’ultimo anno della grave mancanza aveva deciso di porvi rimedio con tre messe settimanali. Convinto poi che ciò non fosse sufficiente in barba a tutta la famiglia si prese l’onere di ricostruire ex nihilo (senza peraltro farne parola a alcuno) la chiesa del villaggio natale, ormai ridotta a un rudere. Così quella Alice, donna enormemente dissoluta (divenuta frattanto sua moglie) che già pregustava una vita a caviale e storione, ereditò a malapena di che garantirsi una vecchiaia dignitosa, con somma soddisfazione di mio padre, riavutosi giusto in tempo per afferrare l’entità del lascito.

Potessi confabulare con un figuro di tale calibro nelle interminabili rimpatriate di famiglia. Tuttavia tocca accontentarsi delle gesta alimentari dei soliti zio Caio e cugino Sempronio che proprio ora cantano fieri l’eccidio di costolette perpetrato ieri sera alla sagra del raviolo fritto dove il ketchup era corso come l’acqua.

 

– Costantino Porfirogenito

di Anna Larosa

Giusto pochi giorni fa ho finito di leggere un libro intitolato “L’uomo che voleva essere felice” e mi è rimasta impressa la volontà del protagonista di arrivare al suo obbiettivo: e noi cosa siamo disposti a dare per essere felici? E non mi riferisco alle parole, ma ai fatti, a quello che realmente fareste.

Non è una ricerca facile e di conseguenza neanche il percorso che bisogna affrontare lo sarà, però volere è potere, no?Continue reading