In una società guidata da canoni estetici irraggiungibili e stili di vita spesso fuori dalla portata della maggior parte della massa, la sensazione di sentirsi “sbagliati” continua ad espandersi in modo sistematico nelle menti di tutti noi. Ogni nostra valutazione di noi stessi è resa possibile dal fatto di possedere degli “standard”, il nostro giudizio è frutto di un confronto tra ciò che vediamo allo specchio e ciò che invece rappresenta il nostro stesso “ideale di bellezza”; maggiore è il divario più il nostro senso di inadeguatezza sarà destinato a crescere.

A tal punto sorgerebbe spontaneo chiedersi cosa concretamente rappresenti per noi il termine “bellezza”, ma la realtà è che ognuno di noi darebbe una risposta differente. La bellezza non è intrinseca negli oggetti, ma bensì nella valutazione che noi effettuiamo nei confronti delle loro caratteristiche fisiche e dunque non può che essere soggettiva. I nostri ideali di perfezione derivano dalle nostre esperienze, dai canoni estetici e dalle mode che ogni giorno partecipano alla nostra quotidianità, dall’epoca stessa in cui viviamo e perciò soggetti a cambiamento. Cosa dunque ci spinge a voler essere come la società propone? Cosa ci spinge a mirare alla tanto ambita perfezione?

L’insoddisfazione che sentiamo potrebbe non dipendere dal nostro aspetto esteriore ma dai comportamenti e dagli atteggiamenti con cui noi stessi lo vediamo. Ognuno di noi gode di una rappresentazione mentale del proprio corpo costituita dalla prospettiva di un osservatore esterno, più semplicemente, ciò che siamo certi gli altri vedano quando ci guardano e definita dagli psicologi: rappresentazione di “sé come oggetto estetico”. La nostra insicurezza ha impatto soprattutto a livello comportamentale, l’insoddisfazione per il nostro aspetto fisico passa spesso dall’essere una semplice preoccupazione, ad un’ossessione compulsiva che condiziona inevitabilmente il nostro umore e di conseguenza le nostre relazioni interpersonali. In casi estremi ciò comporta addirittura a forme di isolamento sociale ed ad altri tipi di patologie come il disturbo narcisistico della personalità, vigoressia, dismorfofobia, o più comunemente, ad anoressia e bulimia che interessano in particolar modo i giovani, i quali si vedono costretti a cambiare il proprio stile di vita ed alimentazione. Il tempo che trascorriamo di fronte uno specchio o sopra una bilancia continua ad aumentare e i canoni estetici proposti con insistenza da social network e pubblicità, ormai alla portata di tutti, ci spingono a lasciare in secondo piano ciò che è realmente importante, ossia il rapporto positivo col nostro corpo.

Vivere in funzione della propria immagine, osservando rigorosamente mode e risultati concretamente inarrivabili può realmente ritenersi “vivere”? Curarsi del nostro aspetto, senza esagerare, risulta essere in ogni caso importante per rimanere in buona salute. Dobbiamo riconoscere che ogni cambiamento che apportiamo al nostro aspetto non ha il semplice ed unico scopo di compiacere noi stessi, ma nella maggioranza dei casi, seppur in piccola parte, anche di compiacere gli altri. L’essere umano è un animale sociale che per natura ha bisogno di un confronto con ciò che lo circonda, ma in particolar modo con i suoi simili; affinché tale confronto non ci ferisca tendiamo a “proteggerci” omologandoci agli altri e a ciò che la maggioranza ritiene “bello”. Non cambiamo mai unicamente per noi stessi, ma una volta compreso ciò, è essenziale capire allo stesso modo che il giudizio altrui non può e non deve definire chi siamo. Vivere di apparenze ci porta inevitabilmente a dimenticare quelle caratteristiche che tanto ci rendono speciali rispetto a tutti gli altri, ci porta a dimenticare la nostra sostanza, così come del resto tutti gli altri pregi che ci contraddistinguono ma che tuttavia, necessitano un impegno maggiore per essere scoperti. Il rischio di risultare “vuoti” una volta tolta la nostra maschera superficiale diventa quasi inevitabile.

Negli ultimi anni forse come forma di protesta o riscatto sociale, si sono radicati in quantità sempre maggiore modelli alternativi che distorcono il concetto di bellezza classico, proponendone invece uno mai visto prima. Che si tratti del campo dell’abbigliamento o di qualunque altro aspetto che coinvolga la nostra esteriorità, questa crescente voglia di novità, di creare stupore o talvolta perfino perplessità, non finirà a sua volta per divenire un ulteriore moda a cui potersi conformare? Omologarsi al “diverso” risulta dunque essere tanto lontano dal voler corrispondere ai canoni di bellezza imposti di norma dalla società stessa?

Accettarci per quello che siamo nonostante i nostri innumerevoli difetti, per quanto possa sembrare un concetto tanto lontano quanto sopravvalutato, rimane un punto chiave per il nostro benessere personale. Accettare il fatto che non raggiungeremo mai standard concretamente innaturali sta alla base per poter amare chi siamo e cosa rappresentiamo. Si tratta semplicemente di equilibrio, curasi troppo del parere altrui così come di conseguenza del nostro aspetto fisico, nuoce allo stesso identico modo di non curarsene affatto; si tratta di coniugare il fatto che gli altri non smetteranno mai di giudicarci al fatto che la loro opinione non deve condizionare la visione che abbiamo di noi stessi. Risultare “belli” sotto tutti i punti di vista per un’unica persona spesso si rivela più benefico di risultarlo per molti. Si tratta semplicemente di amarsi.

Emily Zecchin, 3^Bl

Secondo l’articolo 9 della Costituzione italiana “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. E secondo l’ideale greco anche l’acquisizione di autocontrollo e di razionalità fa parte della cultura di una persona. Però spesso, in questi giorni, sentiamo parlare di atti di razzismo nei confronti di persone di nazionalità cinese, litigi nei negozi di beni essenziali, atti di speculazione o di sciacallaggio agevolati da tale crisi, manifestazione di panico per il virus…
Udendo simili fatti vengono sempre alla mente certe profetiche pagine dei Promessi Sposi in cui si parla delle reazioni della folla alla peste: ciò è dovuto principalmente alla mancanza di razionalità, di autodisciplina, di senso della misura che troppo spesso viene meno a molti in tali situazioni. Ma in moltissimi in queste situazioni interviene anche la mancanza di senso di protezione da parte delle autorità.
Saper reagire razionalmente ai pericoli senza farsi prendere dal panico, al tempo stesso calcolando i rischi e rispettando le regole, è un’abilità essenziale nel viaggio della vita, che si sviluppa vivendo, ma ci viene insegnata tramite gli esempi, dai nostri famigliari, dai nostri insegnanti, dai grandi autori e certamente anche dai politici. La prima forma di cultura che in emergenza Coronavirus lo Stato deve tutelare è la razionalità. Serve stabilire e trasmettere le regole in modo chiaro, per poi farle rispettare: rinunciando di più ora riprenderemo più velocemente le nostre abitudini un domani; serve punire in modo intransigente chi se ne approfitta per trarne vantaggi: senza la salute di tutti lo Stato intero muore, e il benessere viene prima del denaro; serve fare informazione sana, non terrorismo, e ciò per non accrescere l’ansia: la paura è la prima che contribuisce ad indebolire lo spirito e il corpo, favorendo la diffusione del virus. Non parlo solo del Coronavirus, ma anche di un altro: il panico.
Un altro è il problema dell’istruzione e della diffusione della cultura, un tema affrontato sì particolarmente in questa fase, ma generalmente in ogni momento. Coinvolgere gli studenti e fare in modo che le persone si avvicinino alle fonti di conoscenza diventa una sfida sempre più ardua di fronte alla nascita di attività che sono più allettanti, semplici e immediate rispetto ad altre. La cultura, in tutte le sue forme (esclusi gli 8 anni obbligatori di formazione scolastica, necessità primaria per ciascuno), deve essere un bisogno libero e spontaneo che nasce nell’individuo, perché solo se c’è uno slancio si ha conoscenza, e poi progresso. Senza la volontà, essa diventa un’imposizione. La vera cultura non deve essere né una sorta di indottrinamento imposto da un regime totalitario, né un fenomeno di conformismo di massa, cose che scoraggiano dall’essere sé stessi: la cultura non deve essere elitaria, ma semplicemente libera di essere abbracciata da chi ne sente il bisogno interiore.
Credo sia indispensabile, per chi ne ha la necessità, cogliere questo momento come un’occasione di arricchimento, su tutti i fronti. In particolare, per noi studenti è il momento di capire qual è il vero scopo dei nostri studi: non qualcosa che ‘bisogna fare’, ma una crescita per noi stessi, un impegno che prendiamo per il nostro futuro, un edificio che costruiamo per la nostra vita. Ora, in tutti noi, a prescindere dall’età, emerge se la cultura è per ciascuno un obbligo o un desiderio.
Per concludere, la cultura “non è il contrapposto di ‘incultura’, e non intende designare certe attività o prodotti intellettuali che sono o sembrano più elevati, organizzati e consapevoli di altri; vuole denominare invece il complesso delle attività e dei prodotti intellettuali e manuali dell’uomo-in-società, quali che ne siano le forme e i contenuti, l’orientamento e il grado di complessità e consapevolezza, e quale che sia la distanza dalle concezioni e dai comportamenti che nella nostra società vengono più o meno ufficialmente riconosciuti come veri, giusti, buoni, e più in genere ‘culturali’. […] sono cultura nel senso che costituiscono anch’essi un modo di concepire (e di vivere) il mondo e la vita, che può piacerci o no (e che spesso, anzi, deve dispiacerci), ma che è esistito ed esiste e che dunque va adeguatamente studiato nei modi e nella misura in cui la sua conoscenza accresce la nostra consapevolezza storica e la nostra capacità di scelta e di orientamento nella nostra società moderna” (A.M. Cirese, antropologo italiano).

Matilda de Riva, 3^Ac

Primule si alzano al soffice sole; annunziano l’arrivo di rinascita: boschi gemmati e fioriti accolgono gli animali.
Ora svegli, riprendono furenti i lavori vitali. Scappano al rumore di paesani, venuti per festeggiare la nuova nascita.
Qui del poeta la penna veloce de feste e amori scrive, ispirata da felici e danzanti fanciulle.
Qui del pittore il pennello sulla tela scivola, cogliendo immagini di villaggi e bei prati colorati

Cristian Cavallaro, 2Cl

Cosa vuol dire “abbi il coraggio di amare”? Se non amo magari non è perché non ho il coraggio! Magari non ci credo e basta nell’amore.
Cosa vuol dire “l’amore è cieco”? Chi crede nell’amore cieco secondo me fa la fine dell’uomo onesto e probo della Ballata di De André.
Ma in base a che cosa praticamente tutti sul finire dei vent’anni si innamorano follemente e decidono che oddio mio questa è la persona con cui voglio stare per tutta la mia vita? Sarà che sono troppo piccola ma io non li capisco i ritmi del vostro amore; da quando un sentimento ha tempistiche, date, scadenze stabilite dalla nostra volontà?
Mi fa rabbia, mi fa rabbia che tutti parlino di “amore” e io non so neanche che cos’è.
Ditemi che cosa intendete per “amore”? No perché se mi dite che amore è rinuncia, dovete spiegarmi cos’è per voi la rinuncia. Se amare vuol dire rinunciare al vestito bordeaux perché lui è geloso delle forme, o, rinunciare alla partita di calcetto il sabato pomeriggio, allora io non rinuncio! No perché se mi dite che amore è “avere occhi solo per una persona”, allora o io non ho mai conosciuto una persona che ama veramente, o l’amore lo provano solo le persone che sono innamorate da tipo dieci minuti.
Almeno non prendetemi in giro. Ditemi che l’amore per voi è un esercizio; giorno per giorno s’impara ad entrare nell’altro (che è un in-dividuo, non una metà) e ad accoglierlo. Non è un colpo di fulmine e anche se dovesse esserlo, spero che non vi si fulmini la capacità di capire che l’altro non è vostro. Una persona ha i suoi pensieri, le sue idee, i suoi vissuti, i suoi dolori, i suoi amici, le sue gioie, i suoi cari, le sue esperienze e certo che è bellissimo condividere parte di tutto ciò, ma bisogna anche essere consapevoli che ci sono cose che non si possono condividere.
Non vi sto simpatica (per usare un eufemismo) perché secondo voi sono estremamente cinica? Be’, non immaginate a me quanto poco state simpatici (altro eufemismo) quando dite “mio”. Ma tuo cosa? Solo gli oggetti hanno un proprietario. Se dici “mio” non ami una persona, rendi questa schiava. Schiava della tua euforia di avere una persona con cui condividere un’intimità diversa da quella che avresti con un qualsiasi altro essere umano.
Ma chi si è inventato “l’anima gemella”, “l’altra metà”? Non sono questi tutti artifici umani per dare un filtro dolce alla vera immagine di amore? Perché per noi l’amore non può semplicemente essere un processo naturale che fa in modo di tenerci in vita come individui illusoriamente felici e come specie umana, e niente altro?

Anonima cinica

Schiava libera della vecchia routine,
Ma sottomessa alla nuova,
Ho preso ad addormentarmi nell’ora
Della luna amica, che fedele e devota
Trapela alla mia finestra col suo argento
Mi raggiunge; accarezza il volto mio
A ciglia basse e labbra schiuse,
Brilla allora una ragnatela di saliva:
Siamo un Romeo pallido di velenosa morte
Una Giulietta stesa tra un letto di fiori trapuntato
Che si innamorano a distanza di sicurezza

~Boscolo Sara 4^Bs

Insomma la ciliegina sulla frittola
che è quest’arrogante frottola.
Piccola trascurabile preoccupazione
è la goccia che fa traboccare il nonsenso.
Tutti preoccupati per il metro di distanza,
le destinazioni cancellate,
per le mani che non possono sfiorarsi,
e la psicosi cronica che sfocia in sorrisi preoccupanti.

È la nostra normalità, percepita come stranezza,
un’influenza sempiterna, non solo annuale,
abbiamo nostalgia di qualcosa che non ci appartiene:
oggi si vive di distanze, di ologrammi, di finzione…
La realtà è astratta, virtuale, con un click
siamo onnipresenti…
Venite a dirmi di sentire la mancanza di un abbraccio?
Un “ti amo” per messaggio, ecco la pazzia.
Un selfie al posto di un palmo sulla guancia, una follia.
E le apparenze nient’altro che tutto e niente
come le ciaccole dei politici e della politica stessa.

Voglio conoscerti a carne-vale,
dove la realtà torna protagonista concreta
tramite una festa di fantasiose maschere;
così ti vedo come non ti vedrei mai,
con le braghette alla zuava e le bretelle a fiori,
io invece sembro Pucca innamorata 2.0:
ci siamo noi, non i nostri vestiti,
ma gli sguardi, i respiri e le dita,
che ingarbugliate alle mie, ti porti al petto;
al metro di sicurezza rispondiamo ballando cosce contro cosce:
Tu che mi cingi stretta-stretta
io che mostro i denti, in una paralisi emotiva,
mentre ti ausculto il cuore, orecchio contro petto,
tutti e due tremiamo;
“se ti chiamo ‘amore’ in una lingua straniera,
Tu mi capisci perché non serve traduzione “.

Oppure conoscerti già ed esserti amica,
essere con te in una stanza rosa,
essere anche magari un libro aperto,
(nonostante le doti e l’esperienza da attrice)
alla tua domanda “X, che cosa succede?”
in risposta al mio broncio stralunato
trasformo le mie iridi castagna nel dipinto La grande onda.
Allora tu ti accucci, mi vedi davvero, mi fissi.
Mi sussurri sguardi, parole e segreti;
dunque io, nel mio ideologico individualismo mi sento meno sola.
Ci abbracciamo, ora sei pure tu una Lacrimosa di Farinelli,
ci tempestiamo di endorfine e degli oceani in miniatura
che spilliamo tra i sussulti.
È acqua calda e tranquilla
quella che ci solca le rughe del sorriso;
l’ultimo tremolio d’aria esce dalle labbra, aperte appena appena,
a parte gli occhi gonfi,
sto di nuovo bene.

Sarò mica l’unica a vedere certe cose.
Dovrà pur esserci una realtà comune, lo dice Darwin.
Mettetevi gli occhiali, aprite gli occhi, svegliatevi,
toccate con mano, non limitatevi a mere fotografie.
Stiamo diventando uomini senza umanità,
abbiamo trascurato il pelle contro pelle,
la carne ha perso la sua importanza
ed ora la ribadisce prepotente
rivendica il suo ruolo.

~Boscolo Sara, 4^Bs

Non penso che Ghandi quando disse:” Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” avesse compreso quanto difficile sia sentirsi una fase, sentirsi l’ultimo tramonto di un interminabile giorno. Per quanto l’alba si prospetti serena, siamo veramente pronti ad abbandonare quei lati di noi stessi con i quali ormai avevamo imparato a convivere? È risaputo, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”  e prendere delle decisioni non è da meno, non sappiamo mai se di fronte ci troveremo un muro o una porta. È un po’ come giocare alla roulette solo che in palio mettiamo noi stessi. Ma allora vale davvero la pena rischiare così tanto per un salto nel buio?

I giocatori d’azzardo approvano:  l’estasi che si prova quando si abbassa la manopola della slot machine,  il tremito che li pervade quando il terzo “7” ruota e girando potrebbe ancora completare il tris vincente. Ma non è la loro futura rovina quella che stanno osservando ipnotizzati? Scommettersi per un brivido.

Non molto tempo fa, nella Grecia classica, nasceva un uomo brutto che ,col suo pensiero rivoluzionario, mise assegno il suo tris di “7”, per nostra fortuna. Per gli amici era Socrates, per gli studenti è Socrate, per gli ateniesi era un pezzo di me… Secondo il filosofo, un po’ come non si smette mai di imparare, allo stesso modo di giorno in giorno, scopriamo aspetti sempre diversi e nuovi di noi stessi e questo basterebbe come motivo per dare un senso alla nostra vita. Vivere per conoscersi. Qualche anno dopo, il cinema italiano partorirà una delle sue pellicole più riuscite “La grande bellezza” in cui un brillante Tony Servillo, alias Jep Gambardella, risucchiato nel vortice della mondanità, smarrisce la propria strada finendo per condurre un’esistenza per lo più passiva (sicuramente il remix di “A far l’amore comincia tu” del Sinclair non l’ha aiutato).

Vale la pena quindi di vivere, di provare emozioni forti anche se la posta in gioco é alta perché in fondo l’esperienza è l’insieme dei nostri errori e l’oracolo di Delfi forse quella volta non aveva così torto a reputare Socrate l’uomo più saggio di tutti.  “Mangio le radici perché le radici sono importanti”, reciterà una vecchia santa nelle ultime battute del copione di Sorrentino, a ricordare che la bellezza, quella grande, è dentro di noi.

Odiate!Soffrite!Commuovetevi!Rischiate!Amate!Vivete! Provare dei sentimenti è forse l’unica certezza di cui siamo pienamente sicuri e forse può esserci utile saperlo proprio in mezzo a quel mare di confusione e delusioni che è l’adolescenza.

William

Non pensavo che quest’anno avrei avuto la possibilità di fare qualcosa di diverso dai soliti film guardati in solitudine. Lo pensavo solamente infatti. Perché quando ci affezioniamo a qualcuno ci sentiamo così inadatti ad amare? Perché non riuscivo a smettere di pensare che avrebbe preferito la presenza di chiunque altro tranne che la mia?
Non sono andato a quella festa. Potrei ancora andarci ma perché preferisco di gran lunga piangere in compagnia di playlist commoventi e luci soffuse?
Ho sempre visto il nostro rapporto come un lungo fiume a volte in piena a volte in secca ma perché fino ad una settimana fa mi hai fatto credere che stessimo straripando e invece contiamo le gocce? Mi dicesti che non desideravi altro che la mia essenza. Perché mi hai lasciato senza spirito? Siamo solo “”io””, queste dita in movimento, due occhi umidi e una voragine fra il mio cuore e la mia ragione. Perché mi fai questo?
Non sopporto di dovermi ripromettere ogni volta che non riaccadrà, che in fondo mi vuoi e mi vuoi bene, ma odio anche ripetermi che questa volta ti dimentico, ti cancello e andrò avanti senza di te.
Perché non riesco mai?
Perché mi devi sempre spingere giù da un aereo senza paracadute e poi salvarmi prima che sfiori il suolo?
Preferisco morire col cuore spezzato che vivere col cuore in polvere.
Hai mai sentito dire che una fenice rinasce dalle proprie ceneri?
Ma tu non mi hai mai ucciso. Sono quel ragnetto che in un angolo aspetta una mosca che non arriverà mai. “I’m in the corner watching you kiss her” “I keep dancing on my own and you don’t see me standing here“.
Non ho sentito altre strofe da quando ti conosco… Hai rapito tutto ciò che mi distingueva, che era mio e che ti avrei dato ugualmente solo coi miei tempi infiniti. Non ti sei nemmeno soffermato ad ammirare il tuo tesoro. Lo hai ammucchiato assieme a tutti gli altri depredati in precedenza. E ora sono solo una macchia d’inchiostro fuori posto nella tua storia. Ma non mi interessa.Io posso essere orgoglioso di come ti ho amato e di come continuo ad amarti senza che tu lo sappia e che tu lo apprezzi. Non riesco e non voglio smettere di farlo, mi hai insegnato tu che l’autenticità di una persona si vede dalla naturalezza delle sue gesta. Se mi punterai il coltello riuscirò a sopportare anche la lama che si fa spazio dentro di me… Non ti ricorda forse qualcos’altro? Non smetterò di credere che gli angeli possano piangere e i diavoli ridere e magari proprio all’orizzonte dell’impossibile ti capirò e ci sapremo interpretare.

 

William

Ho sempre considerato il parentado sfera collaterale della mia esperienza di vita, incorrendo spesso, causa la mia abissale ignoranza intorno la famiglia, nel paterno biasimo in occasioni quali cresime, cenoni e feste di laurea (insomma, quelle situazioni in cui i vari zio Caio e cugino Sempronio possono spiaggiare i larghi deretani su comode poltroncine e rimpinzarsi a oltranza di voul avant).
Da ciò sufficienza e sbuffi ogni volta che mio padre trascinava la conversazione sul teatro familiare.
Fossi stato conscio di avere consanguinei come lo zio Augusto e la mia considerazione verso queste “rimpatriate” sarebbe schizzata alle stelle.
Ma ormai la diaspora è compiuta: alcuni congiunti sono stati vittima della cosiddetta fuga di cervelli (anche se dove nascondessero tutto ‘sto cervello non saprei), altri, come il nonno, sono allettati da lunghi anni, altri ancora sono addomiciliati in camposanto.
Dello zio Augusto, fino a quella sera, conoscevo solo il nome, un tempo ricorrente nelle bustarelle di compleanno ma scomparso ormai da anni.
L’occasione per narrarmi la sua saga venne a mio padre in una filippica contro il gioco d’azzardo e contro i vizi in generale (influenzato, penso, da questo anello saldato da mio zio Germano alla sua interminabile catena di lussurie non più di due mesi prima)
Ricordo come fosse ieri il discorso sconclusionato, gli esempi contradditori e la morale bigotta che, da sobrio, avrebbe per certo ricusato: <<Devi capire che il gioco non porta alcun guadagno, o meglio lo porta a quelli che…. Anzi no…. Cioè porta guadagno solo a chi vince e l’unico a vincere è chi non gioca o chi tiene il mazzo, insomma è una perdita sia economica che morale, mi hai capito Ugo?>>
Non ricordo però come la corrente lo sballottò, poi, fino alla figura dello zio Augusto citato come unico esempio di uomo in grado di trionfare sulla macchina (intesa come slot machine).
Alle mie domande su questo semisconosciuto personaggio fu ben contento di abbandonare la sua prosopopea (non era certo lui stesso di coscienza linda, nel settore vizi) per un più lineare racconto.
Cominciò quindi a tratteggiare il ritratto di questo zio nababbo e amorale, donnaiolo e perbenista.
Da quanto sono stato in grado di desumere questi,circa cinquant’anni or sono, si era preso tra lo stupore generale l’onere di accudire il padre gravemente malato. Maggiore fu poi lo stupore degli altri fratelli quando misero mano al testamento per dividersi l’eredità: il conto corrente desertificato, i campi passati di mano e le proprietà volatilizzate insieme allo zio Augusto.
Sugli anni successivi mio padre non era ben sicuro: certo era un congruo contrabbando da e verso la Svizzera, seguito da altri affari loschi.
Tornato poi a Este con le tasche traboccanti dobloni si era raccolto una popolana dalla condotta dissoluta, certa Alice, tuttora vivente. Insediatosi nella villa che era stata del padre si era dato al gioco d’azzardo e alle speculazioni immobiliari tosando innumerevoli gonzi.
Era poi corso in volontario esilio al sud dopo una vincita a poker che gli aveva fruttato oltre a una farmacia, innumerevoli minacce di morte.
Si vocifera (<<E non andarlo a dire in giro Ugo, per carità>> ripeteva ossessivamente mio padre) avesse poi approfittato del clima Siciliano per spettacolari abusi edilizi, col tacito assenso delle cosche locali.
Affogatosi nel vino l’ex proprietario della farmacia, lo zio Augusto aveva ripreso la via del nord lasciando al sud (sempre “si vocifera”) un buco di qualche milione. Ripreso possesso delle sue proprietà aveva avviato numerosi agriturismi lungo i colli annichilendo il precedente circolo di bed and breakfasts.
Arrivato così a settant’anni si era ritirato dagli affari per morire non più di due anni dopo.
All’apertura del testamento ci furono due grandi sorprese: da una parte mio padre era stato fatto erede universale e dall’altra era scomparso il foglio con la firma all’atto rendendo il documento del tutto invalido. Fu così che il papà crollò rovinosamente svenuto per ben due volte in un solo giorno.
Ora vi starete chiedendo perché abbia definito lo zio anche perbenista. Ebbene dovete capire che per l’intera durata della sua vita un solo difetto gli era mancato: l’essere bigotto. Resosi conto nell’ultimo anno della grave mancanza aveva deciso di porvi rimedio con tre messe settimanali. Convinto poi che ciò non fosse sufficiente in barba a tutta la famiglia si prese l’onere di ricostruire ex nihilo (senza peraltro farne parola a alcuno) la chiesa del villaggio natale, ormai ridotta a un rudere. Così quella Alice, donna enormemente dissoluta (divenuta frattanto sua moglie) che già pregustava una vita a caviale e storione, ereditò a malapena di che garantirsi una vecchiaia dignitosa, con somma soddisfazione di mio padre, riavutosi giusto in tempo per afferrare l’entità del lascito.

Potessi confabulare con un figuro di tale calibro nelle interminabili rimpatriate di famiglia. Tuttavia tocca accontentarsi delle gesta alimentari dei soliti zio Caio e cugino Sempronio che proprio ora cantano fieri l’eccidio di costolette perpetrato ieri sera alla sagra del raviolo fritto dove il ketchup era corso come l’acqua.

 

– Costantino Porfirogenito

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Lilian intraprese un sentiero consumato che portava verso est, rincorrendo le montagne che, ardite, penetravano un cielo imbronciato per il temporale che era avvenuto poco prima. La terra non era stata calpestata da tempo e l’erba cresceva in ciuffi laddove l’acqua piovana era riuscita a ficcarsi. Il cane Axel era costretto a camminare dietro di lei, perché la stradina era troppo stretta per entrambi; a grandi zampate scavalcava i massi e i rami caduti. Qualche goccia di pioggia, rimasta intrappolata nelle foglie, scivolava lungo i rami e cadeva sulla testa o sulle braccia della ragazza, piccola e fredda come aghi di ghiaccio.

Il profumo di piovasco pungeva ancora le narici: avvolgeva i fusti, gli arbusti e la terra. Lei e il suo cane. Era come se avesse deciso di abbracciare il bosco per qualche ora. All’improvviso Lilian ebbe un ricordo.

Era un pomeriggio di autunno. La pioggia battente cadeva nell’asfalto della strada, con fragori acuti e veloci ne nascondevano lo scroscio.
Lilian la guardava dalla finestra, silenziosa e acuta come una volpe; muoveva gli occhi a destra e a sinistra scrutando le case dei vicini, le persone che correvano sotto la pioggia, le strade e le pozzanghere. I suoi capelli erano una massa grande e intricata di radici nere come la pece che le cadevano sul viso e sopra gli occhi.
“Che cosa guardi tesoro?” chiese suo padre, scostandole i capelli dietro l’orecchio.
“La pioggia” disse lei “È tanta oggi”
“Sì”
“Non mi piace, quando piove si allaga la cantina”
“Sì tesoro… ma poi la ripuliamo”
“E poi è fredda.”
“È acqua”
“Non voglio che sia fredda”
Il padre le mise con affetto una mano sulla spalla gracile.
“Non puoi farci niente, tesoro”
“Non voglio che piova, tutto diventa triste quando piove. La mamma è triste quando piove.”
“Non è triste. È pensierosa.” Precisò lui.
“La pioggia fa pensare le persone?” chiese dopo un po’ Lilian.
“A volte”
“Allora dovrebbe piovere più spesso. La gente non pensa o pensa poco.”
Il padre abbozzò un sorriso e senza pensarci rispose: “Sì, è vero”
Ci fu un momento di silenzio tra i due, nel quale si distingueva solamente il rumore dell’acqua che cadeva. Poi di un botto, s’interruppe pure quella. Divenne solamente un cadere lento,vago e confuso di qualche goccia, che batteva sui vetri e le pozzanghere.
“Vieni. Ti porto a vedere qualcosa di bello” disse il padre prendendole la mano, ma Lilian lo fermò.
“Ma piove ancora! Guarda.” indicò la finestra, dove le gocce d’acqua si sfasciavano sul vetro.
“Non importa. E poi è solo qualche goccia, dai vieni.”
Si nascosero dentro dei cappotti pesanti e, usciti di casa, s’infilarono lungo la strada laterale che portava al bosco vicino alla valle. Il freddo trafiggeva il volto del padre e della figlia come fosse un pugnale congelato.
Lilian si concentrò sugli arbusti possenti che si ergevano alti, squarciando un cielo grigio con i loro rami ombrosi. Annusò l’aria che le gelò le narici.
“Sa da pioggia”
“Sì, è vero” rispose il padre, stringendole ancor di più la mano fredda.
“Quando mamma finisce di pulire casa, c’è questo odore”
“Hai ragione” concordò lui “Forse è perché non pulisce abbastanza bene” aggiunse scherzando e Lilian sogghignò: se solo li avesse sentiti dopo una giornata passata con lo straccio in mano!
Le gocce scendevano rade e le cadevano sul viso arrossato, scivolavano lasciando una via fredda e poi sparivano. Lilian immaginò fosse il cielo che tentasse di accarezzarla. Seguirono il sentiero che girava intorno alla collina e si ritrovarono in cima, dove il vento tirava forte e le spostava i capelli ovunque. Il padre le sistemò il cappuccio del cappotto e lo legò sotto il mento. Poi le sorrise, e Lilian si sentì felice.
“Adesso io mi sposto e tu guardi tutto quello che c’è dietro di me, okay? Come fai di solito dalla finestra. E poi mi dici cosa vedi” le sussurrò.
Lilian annuì e il padre le lasciò la vista libera.
Grandi nuvoloni lividi spezzavano un cielo pallido e senza vita. Il bosco si stendeva scuro e tenebroso lungo la parte est della valle, saliva sopra i monti e poi ci si nascondeva oltre, lasciando solo le punte biancastre di neve e le alture rocciose scoperte al freddo del vento. Là sotto la valle pareva morta. Non si udiva alcun rumore a parte il sibilo delle folate gelate che trafiggevano i fianchi dei monti e abbracciavano i lati della vallata.
Le case, che di solito brillavano di bianco sotto il sole estivo, adesso erano malate e vuote, di un colore che lentamente si smorzava e i tetti rossi erano diventati arancioni e scuri. La campana della chiesetta vacillava prima a destra e poi a sinistra, con uno stridulo rugginoso che graffiava i timpani. Non c’era altra voce che proveniva dal villaggio, o dalla foresta. Solo il cielo era sovrano, e la pioggia leggera ne lodava l’esistenza, la sua presenza onnisciente. “Io comando” sembrava urlare il vento. “Siete un piccolo puntino sotto un cielo infinito” sussurravano le gocce di pioggia.
Lilian si accorse in un solo momento che non aveva mai visto il villaggio ridotto così. Di solito brillava e rideva sotto un sole estivo, o se ne stava in silenzio, dormiente sotto una coperta di neve bianca, ma mai era stato così impotente, così inerme, così poco presente nella montagna.
“E’ tutto… morto” disse Lilian.
“Lo è” concordò il padre pensieroso.
“Siamo così piccoli. Siamo così privi di significato sotto questo cielo.”
“Sì, è vero tesoro…lo siamo.”
“Noi non possiamo niente contro quello che è il mondo, vero papà? Noi non possiamo fare niente per impedire alla pioggia di essere fredda o per impedire alla cantina di allagarsi”
“No, tesoro… non possiamo.”
“Se Dio esiste, secondo me è questo. Questo è Dio” disse dopo un po’ la piccola.
“Perché dici questo?”
“Perché Lui è potente, può fare tutto… però non ci fa male. Le montagne… Bloccano la maggior parte delle folate di vento, ma ne lasciano passare un poco. Papà, pensi che Dio voglia che noi affrontiamo le piccole folate di vento?”
Il padre ci pensò su. “Si, tesoro. Pensò di sì.”
Quando Lilian ritornò nella realtà, si accorse che era ferma in mezzo al sentiero. Aveva gli occhi umidi di pianto. Axel infilò il muso nella sua mano e Lilian sentì il suo naso umido tra le dita. Sorrise un poco, guardando il suo cane.
“Stiamo solo affrontando le piccole folate di vento, non è così Axel?”

– Celnikasi Nausika

VIOLENZA DONNE

…Questa forse è una frase che molte donne si sono sentite ripetere come un mantra dai propri aguzzini, quegli stessi uomini che hanno amato, che hanno giurato di non abbandonare né in salute né in malattia e che ora affollano i loro incubi. La violenza sulle donne non è un fatto singolare e non è certo da considerarsi un fenomeno ristretto a realtà lontane dalla nostra quotidianità. Ogni giorno tre donne in Italia sono brutalmente uccise da mariti, fidanzati compagni: quindi un marito,Continue reading

Ammettetelo, quanti di voi pensano che le amicizie nate sui social siano false, senza mai avere avuto esperienze alle spalle? Ed è qui che torniamo ai consigli delle mamme, “Non dire non mi piace se prima non l’hai provato”.Basarsi sui propri pensieri è giusto, basta nonContinue reading

di Anonimo

Foglio, indelebile, tutto era pronto. Però c’era qualcosa che mi bloccava. Una strana sensazione mi partì dallo stomaco per poi salire fino alla mia testa per annidarsi lì.

Forse si trattava delle mie costanti paure, sì, ce n’erano fin troppe; la poca fantasia, la tecnica da principiante, l’essere giudicata. Non frequentando una scuola d’arte, avevo la continua paura di disegnare qualcosa di sbagliato o di fare il tipico disegno brutto.Continue reading

di Sofia Sanvido

Caro amico,

ti scrivo perché quella sera a quella festa in mezzo a tutta quella gente mi sono sentita sola come mai prima di allora.

I bicchieri delle mie amiche non la finivano più di riempirsi ed era come se io non ci fossi. Allora perché insistere tanto per portarmi in un posto così? Lo sanno bene che tenere in piedi la gente o vederla vomitare l’anima non è mai stata una delle mie passioni. Allora perché portarmici?Continue reading

di Nicolò Cucato

Beh oddio non è proprio il mio caso ma sento tutti ammazzarsi dallo studio tutta la settimana, weekend compreso, il che mi rende a tutti gli effetti un nullafacente di prima categoria, e ragazzi, fare il cazzone sette giorni su sette tenendo una buona media non è affatto semplice.

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