In una società guidata da canoni estetici irraggiungibili e stili di vita spesso fuori dalla portata della maggior parte della massa, la sensazione di sentirsi “sbagliati” continua ad espandersi in modo sistematico nelle menti di tutti noi. Ogni nostra valutazione di noi stessi è resa possibile dal fatto di possedere degli “standard”, il nostro giudizio è frutto di un confronto tra ciò che vediamo allo specchio e ciò che invece rappresenta il nostro stesso “ideale di bellezza”; maggiore è il divario più il nostro senso di inadeguatezza sarà destinato a crescere.

A tal punto sorgerebbe spontaneo chiedersi cosa concretamente rappresenti per noi il termine “bellezza”, ma la realtà è che ognuno di noi darebbe una risposta differente. La bellezza non è intrinseca negli oggetti, ma bensì nella valutazione che noi effettuiamo nei confronti delle loro caratteristiche fisiche e dunque non può che essere soggettiva. I nostri ideali di perfezione derivano dalle nostre esperienze, dai canoni estetici e dalle mode che ogni giorno partecipano alla nostra quotidianità, dall’epoca stessa in cui viviamo e perciò soggetti a cambiamento. Cosa dunque ci spinge a voler essere come la società propone? Cosa ci spinge a mirare alla tanto ambita perfezione?

L’insoddisfazione che sentiamo potrebbe non dipendere dal nostro aspetto esteriore ma dai comportamenti e dagli atteggiamenti con cui noi stessi lo vediamo. Ognuno di noi gode di una rappresentazione mentale del proprio corpo costituita dalla prospettiva di un osservatore esterno, più semplicemente, ciò che siamo certi gli altri vedano quando ci guardano e definita dagli psicologi: rappresentazione di “sé come oggetto estetico”. La nostra insicurezza ha impatto soprattutto a livello comportamentale, l’insoddisfazione per il nostro aspetto fisico passa spesso dall’essere una semplice preoccupazione, ad un’ossessione compulsiva che condiziona inevitabilmente il nostro umore e di conseguenza le nostre relazioni interpersonali. In casi estremi ciò comporta addirittura a forme di isolamento sociale ed ad altri tipi di patologie come il disturbo narcisistico della personalità, vigoressia, dismorfofobia, o più comunemente, ad anoressia e bulimia che interessano in particolar modo i giovani, i quali si vedono costretti a cambiare il proprio stile di vita ed alimentazione. Il tempo che trascorriamo di fronte uno specchio o sopra una bilancia continua ad aumentare e i canoni estetici proposti con insistenza da social network e pubblicità, ormai alla portata di tutti, ci spingono a lasciare in secondo piano ciò che è realmente importante, ossia il rapporto positivo col nostro corpo.

Vivere in funzione della propria immagine, osservando rigorosamente mode e risultati concretamente inarrivabili può realmente ritenersi “vivere”? Curarsi del nostro aspetto, senza esagerare, risulta essere in ogni caso importante per rimanere in buona salute. Dobbiamo riconoscere che ogni cambiamento che apportiamo al nostro aspetto non ha il semplice ed unico scopo di compiacere noi stessi, ma nella maggioranza dei casi, seppur in piccola parte, anche di compiacere gli altri. L’essere umano è un animale sociale che per natura ha bisogno di un confronto con ciò che lo circonda, ma in particolar modo con i suoi simili; affinché tale confronto non ci ferisca tendiamo a “proteggerci” omologandoci agli altri e a ciò che la maggioranza ritiene “bello”. Non cambiamo mai unicamente per noi stessi, ma una volta compreso ciò, è essenziale capire allo stesso modo che il giudizio altrui non può e non deve definire chi siamo. Vivere di apparenze ci porta inevitabilmente a dimenticare quelle caratteristiche che tanto ci rendono speciali rispetto a tutti gli altri, ci porta a dimenticare la nostra sostanza, così come del resto tutti gli altri pregi che ci contraddistinguono ma che tuttavia, necessitano un impegno maggiore per essere scoperti. Il rischio di risultare “vuoti” una volta tolta la nostra maschera superficiale diventa quasi inevitabile.

Negli ultimi anni forse come forma di protesta o riscatto sociale, si sono radicati in quantità sempre maggiore modelli alternativi che distorcono il concetto di bellezza classico, proponendone invece uno mai visto prima. Che si tratti del campo dell’abbigliamento o di qualunque altro aspetto che coinvolga la nostra esteriorità, questa crescente voglia di novità, di creare stupore o talvolta perfino perplessità, non finirà a sua volta per divenire un ulteriore moda a cui potersi conformare? Omologarsi al “diverso” risulta dunque essere tanto lontano dal voler corrispondere ai canoni di bellezza imposti di norma dalla società stessa?

Accettarci per quello che siamo nonostante i nostri innumerevoli difetti, per quanto possa sembrare un concetto tanto lontano quanto sopravvalutato, rimane un punto chiave per il nostro benessere personale. Accettare il fatto che non raggiungeremo mai standard concretamente innaturali sta alla base per poter amare chi siamo e cosa rappresentiamo. Si tratta semplicemente di equilibrio, curasi troppo del parere altrui così come di conseguenza del nostro aspetto fisico, nuoce allo stesso identico modo di non curarsene affatto; si tratta di coniugare il fatto che gli altri non smetteranno mai di giudicarci al fatto che la loro opinione non deve condizionare la visione che abbiamo di noi stessi. Risultare “belli” sotto tutti i punti di vista per un’unica persona spesso si rivela più benefico di risultarlo per molti. Si tratta semplicemente di amarsi.

Emily Zecchin, 3^Bl

Secondo l’articolo 9 della Costituzione italiana “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. E secondo l’ideale greco anche l’acquisizione di autocontrollo e di razionalità fa parte della cultura di una persona. Però spesso, in questi giorni, sentiamo parlare di atti di razzismo nei confronti di persone di nazionalità cinese, litigi nei negozi di beni essenziali, atti di speculazione o di sciacallaggio agevolati da tale crisi, manifestazione di panico per il virus…
Udendo simili fatti vengono sempre alla mente certe profetiche pagine dei Promessi Sposi in cui si parla delle reazioni della folla alla peste: ciò è dovuto principalmente alla mancanza di razionalità, di autodisciplina, di senso della misura che troppo spesso viene meno a molti in tali situazioni. Ma in moltissimi in queste situazioni interviene anche la mancanza di senso di protezione da parte delle autorità.
Saper reagire razionalmente ai pericoli senza farsi prendere dal panico, al tempo stesso calcolando i rischi e rispettando le regole, è un’abilità essenziale nel viaggio della vita, che si sviluppa vivendo, ma ci viene insegnata tramite gli esempi, dai nostri famigliari, dai nostri insegnanti, dai grandi autori e certamente anche dai politici. La prima forma di cultura che in emergenza Coronavirus lo Stato deve tutelare è la razionalità. Serve stabilire e trasmettere le regole in modo chiaro, per poi farle rispettare: rinunciando di più ora riprenderemo più velocemente le nostre abitudini un domani; serve punire in modo intransigente chi se ne approfitta per trarne vantaggi: senza la salute di tutti lo Stato intero muore, e il benessere viene prima del denaro; serve fare informazione sana, non terrorismo, e ciò per non accrescere l’ansia: la paura è la prima che contribuisce ad indebolire lo spirito e il corpo, favorendo la diffusione del virus. Non parlo solo del Coronavirus, ma anche di un altro: il panico.
Un altro è il problema dell’istruzione e della diffusione della cultura, un tema affrontato sì particolarmente in questa fase, ma generalmente in ogni momento. Coinvolgere gli studenti e fare in modo che le persone si avvicinino alle fonti di conoscenza diventa una sfida sempre più ardua di fronte alla nascita di attività che sono più allettanti, semplici e immediate rispetto ad altre. La cultura, in tutte le sue forme (esclusi gli 8 anni obbligatori di formazione scolastica, necessità primaria per ciascuno), deve essere un bisogno libero e spontaneo che nasce nell’individuo, perché solo se c’è uno slancio si ha conoscenza, e poi progresso. Senza la volontà, essa diventa un’imposizione. La vera cultura non deve essere né una sorta di indottrinamento imposto da un regime totalitario, né un fenomeno di conformismo di massa, cose che scoraggiano dall’essere sé stessi: la cultura non deve essere elitaria, ma semplicemente libera di essere abbracciata da chi ne sente il bisogno interiore.
Credo sia indispensabile, per chi ne ha la necessità, cogliere questo momento come un’occasione di arricchimento, su tutti i fronti. In particolare, per noi studenti è il momento di capire qual è il vero scopo dei nostri studi: non qualcosa che ‘bisogna fare’, ma una crescita per noi stessi, un impegno che prendiamo per il nostro futuro, un edificio che costruiamo per la nostra vita. Ora, in tutti noi, a prescindere dall’età, emerge se la cultura è per ciascuno un obbligo o un desiderio.
Per concludere, la cultura “non è il contrapposto di ‘incultura’, e non intende designare certe attività o prodotti intellettuali che sono o sembrano più elevati, organizzati e consapevoli di altri; vuole denominare invece il complesso delle attività e dei prodotti intellettuali e manuali dell’uomo-in-società, quali che ne siano le forme e i contenuti, l’orientamento e il grado di complessità e consapevolezza, e quale che sia la distanza dalle concezioni e dai comportamenti che nella nostra società vengono più o meno ufficialmente riconosciuti come veri, giusti, buoni, e più in genere ‘culturali’. […] sono cultura nel senso che costituiscono anch’essi un modo di concepire (e di vivere) il mondo e la vita, che può piacerci o no (e che spesso, anzi, deve dispiacerci), ma che è esistito ed esiste e che dunque va adeguatamente studiato nei modi e nella misura in cui la sua conoscenza accresce la nostra consapevolezza storica e la nostra capacità di scelta e di orientamento nella nostra società moderna” (A.M. Cirese, antropologo italiano).

Matilda de Riva, 3^Ac

Penso che tutti in questi giorni si stiano rendendo conto che tra un paio di settimane saremo nel 2020.
È strano solo dirlo, il 2020, wow. La prima decade che personalmente vivo completamente, i 10 anni in cui ho trascorso la maggior parte della mia adolescenza e dove ho frequentato la maggior parte dei gradi di istruzione scolastica. Fermandomi e riguardandomi indietro, percepisco e capisco sempre di più l’inesorabile scorrere del tempo, che, come un treno, passa e non aspetta nessuno.
Con un occhio al futuro, magari tra altri dieci anni, magari con piani ben precisi per la mia vita, desidero che guardandomi alle spalle si formi anche un semplice accenno di sorriso, e di non rimpiangere nulla dei, come dice Renato Zero, “i migliori anni della nostra vita”.
Quindi, quasi banalmente, e con una frase sentita cento milioni di volte, vi esorto, come il migliore dei vostri amici farebbe, a vivere questi anni, a non accettare ‘no’ come risposta e a fare ciò che vi rende felici; perché, cari miei compagni, questo tempo che noi ci lasciamo sfuggire dalle mani, come se fosse il più banale dei doni a noi offerti, non ci volterà più lo sguardo e andrà dritto per la sua strada.
-Rocco Bellon

Roma, mercoledì 30 ottobre 2019:
Viene approvata in Senato, con 151 voti favorevoli, la cosiddetta “Commissione Segre”, un nuovo organo collegiale volto a monitorare e combattere i fenomeni razzisti e antisemiti del nostro paese.
Ebbene sì, i voti favorevoli su 249 votanti sono stati solo 151; infatti 98 esponenti del centrodestra hanno ben pensato di astenersi dal voto, e, durante il lungo applauso che è seguito all’approvazione, di starsene seduti in silenzio ad osservare.
Dunque sorge spontanea una domanda: com’è possibile, nel ventunesimo secolo, astenersi da un tema che dovrebbe creare, in qualunque democrazia degna di tale denominazione, un sentimento di coalizione?
Dovete sapere infatti che Liliana Segre, la senatrice che dà il nome a questa commissione, non è soltanto una delle tante personalità politiche del nostro Paese; è bensì una superstite dei campi di sterminio nazisti, testimone oculare delle atrocità perpetrate durante la Seconda Guerra Mondiale a danno di ebrei, rom, omosessuali, disabili e oppositori politici del Reich quali comunisti e socialdemocratici.
Una storia “vecchia” 70 anni, per qualcuno già da dimenticare, ma oggi più attuale che mai.
Ora che le aggressioni razziste sono all’ordine del giorno, ora che l’arte degli slogan è più forte che mai, ora che “Prima gli Italiani” conta più del “Prima gli esseri umani”, e, per finire, ora che in una ricca cittadina vicentina, viene rifiutata una mozione presentata dal Partito Democratico per il posizionamento di pietre d’inciampo in memoria dei deportati in quanto “portatrici di odio e divisioni”.
Pare uno scherzo ed invece è proprio questo lo scempio ideale e culturale che arriva da Schio.
Ma com’è possibile strumentalizzare politicamente una questione del genere?
Charlie Chaplin nel film “Il Grande Dittatore” del 1940 recitava così:
“Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato”.
Chiedo adesso a voi che leggete di fermarvi un momento; di riflettere sulle parole di Charlot.
Personalmente, e con grande dispiacere, constato che il mondo d’oggi non è poi così cambiato da quel quaranta, ed è proprio l’astensione di quasi cento senatori a confermarmelo.
L’antisemitismo, così come l’odio e il razzismo sono ancora nei nostri cuori e da ciò segue che della Commissione Segre ce n’è bisogno più che mai.
Abbiamo il dovere morale di ricordare ciò che è successo, di non dimenticarlo mai, di fare in modo che mai ricapiti, e di difendere anche i nuovi oppressi.
La lotta all’antisemitismo e al razzismo deve, e sarà volere unanime.
Una crisi umanitaria, a forza di slogan, è stata trasformata, per ragioni di consenso, in una crisi politica.
Ma vi pare davvero che insistendo su questa linea di indifferenza, e talvolta addirittura di indulgenza e legittimazione nei confronti dei numerosi episodi di razzismo susseguitisi negli ultimi anni, andremo mai da qualche parte?
Se provassimo davvero, mettendo da parte la perenne campagna elettorale, a porre fine a questo imbarbarimento della società, a combattere all’unanimità i fenomeni di razzismo, antisemitismo e di qualunque altro tipo di discriminazione, forse potremmo avere tutti più decenza e autostima.

Desidero infine rivolgermi direttamente a coloro che contribuiscono a dare vita a questo clima d’odio e di violenza:
Se esiste ancora dentro di voi una parvenza di umanità, ogni tanto mettetevi una mano sul cuore, e fatevi un esame di coscienza. Prima le persone, prima la memoria, dopo le differenze culturali ed etniche.
Nel ’47 Primo Levi scriveva:
“Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scalfitele nel vostro cuore Stando in casa, andando per via,
Coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”.

Giuseppe Maria Toscano

L’Italia purtroppo perde contro la Svezia.

E con ciò non si intende il solito sconforto che, ognuno di noi almeno una volta, ha provato mentre montava un mobile della potenza scandinava e si trovava a contemplare un agglomerato di viti, bulloni e matitine…

Nella sera del 13 novembre 2017, infatti, si è  riscontrata nella penisola italica una gran percentuale di popolazione maschile che, incollata al televisore,  ha pianto fiumi di lacrime.

I poveri tifosi hanno dovuto assistere alla sconfitta definitiva, grazie  alla quale la nazionale dovrà criogenarsi insieme a Fry nell’attesa del 2022, per poter ritentare ancora. Durante il match un umore sali e scendi, dettato da vane speranze, ha afflitto gli italici che, non dandosi per vinti e dimostrando patriottismo, hanno comunque fischiato all’inno dei gialli e blu.

Criticate molto le palle volate alte, ingiustizia con un rigore negato e due fatti passare ai nordici: ovviamente, come sempre, tutta colpa dell’arbitro, Mateu Lahoz. Mateu fischia anche cartellini gialli per Chiellini e Barzagli che  avevano provato ad alzare il tasso agonistico-fisico, come gli scandinavi all’andata; in particolare Barzagli rischia un secondo richiamo sul rigore non assegnato.

Nella stessa sera persa pure la leggenda, Buffon, che ha giocato a San Siro la sua ultima partita per gli azzurri, dopo circa 20 anni di servizio.

Sui social unanime solidarietà per la squadra e slogan incoraggianti, poesie, dediche da parte dei tifosi. Nella vita reale visi tristi e capi chini.

L’Ikea inoltre risponde alle virtuali offese offrendosi di fornire una panchina (già assemblata, tranquilli) per Ventura; il nostro caro Gian Pietro, attuando una strategia abbastanza confusionaria contribuisce ad un punteggio invidiato dalla farina: 0-0. Intascherà comunque mezzo milione per un’Italia non qualificata; le dimissioni previste per giugno 2018, mese in cui avverrà anche lo scontro Russia vs Svezia: si prevede che i patriottici sconnetteranno il decoder, mentre i più sadici e vendicativi invocheranno la vittoria per l’Est.

Forte comunque la voglia di rimettersi in campo; frattanto che il Quatar aspetta, gli italiani cominciano a riassemblare le schegge dei loro cuori e si preparano a quattro anni di allenamenti e rassicurante sostegno, per poter tornare ai mondiali più gloriosi di prima.

~Boscolo Sara

La guerra è cambiata, e non si combatte più nelle trincee, ma col terrorismo. Il bersaglio non è più il soldato, ma la popolazione civile. Non si parla più di guerra di logoramento, ma di guerra ideologica.
In questo contesto si inseriscono i movimenti estremisti che hanno spaventato la civiltà contemporanea, tra i quali figurano al-Qaeda, fondato da Bin Laden e l’ISIS, anche se sarebbe più giusto parlare di IS, ossia Islamic State, fondata da al-Baghdadi. Quest’ultimo recentemente ha compiuto atroci barbarie (seppellimento e combustione di persone vive, decapitazione, lapidazione, uso di civili come scudi umani negli scontri a fuoco incrociato etc.) nei confronti di Cristiani, ribelli siriani e Curdi in particolare; facciamo riferimento per esempio alle stragi di Parigi, Bruxelles, Berlino, Istanbul, Bangladesh, Turchia, Aleppo, Westminster, San Pietroburgo e Stoccolma.

Il movente di tali violenze è dar vita in Europa e non solo ad un nuovo califfato, un sistema politico arabo in cui in un’unica figura coesistono la massima autorità politica e religiosa, ovviamente islamica e di confessione sunnita; per questo usano come pretesto la religione per giustificare la loro jihad. Lo Stato islamico propaganda con forza questi ideali, tanto che i suoi militanti vengono pagati un terzo di un operaio siriano di bassa manovalanza.
Tuttavia al di là di questo casus belli, i reali motivi della guerra come sempre non hanno nulla a che fare con la religione. Queste aberrazioni infatti rappresentano in buona parte una violenta reazione nei confronti dell’oppressione neocoloniale esercitata da alcuni paesi occidentali e oltreoceano. In altre parole con gli attentati terroristici, l’IS cerca non solo di liberarsi dai governi fantoccio imposti in Medio Oriente dagli USA e dalla Francia in particolare (questo spiegherebbe la feroce avversione di tale movimento nei confronti della nazione francese), ma anche di rivendicarsi di questa loro intromissione rispondendo allo stesso modo: facendo breccia in Europa.

Alla base tuttavia concorrono anche delle importanti cause economiche. Non per nulla infatti gli jihadisti hanno cercato in tutti modi di appropriarsi per via militare di pozzi petroliferi e della diga di Mossul che sfruttano per finanziarsi. Il finanziamento è anche lo scopo per cui commerciano, tramite il mercato nero, reperti archeologici di inestimabile valore che vengono trafugati in Siria.

Ma cosa spingerebbe una persona non interessata da queste situazioni politiche, un cosiddetto foreign fighter, a partecipare a tale progetto politico, così folle e crudele?
Rispondiamo con le stesse parole usate da Khaled Hosseini nel suo libro “Il cacciatore di aquiloni”, che consigliamo vivamente:

«Non sai che cosa significhi l’aggettivo “liberatorio” finché non ti trovi in una stanza con decine di bersagli e lasci volare le pallottole, senza colpa e senza rimorso, con la consapevolezza di essere virtuoso, buono e giusto. Con la consapevolezza che ti stai guadagnando un posto in Paradiso. Un’esperienza mozzafiato.»

In queste righe lo scrittore denuncia che la guerra jihadista offre a chiunque provi piacere nella violenza la possibilità di uccidere liberamente qualsiasi persona ostile o semplicemente “antipatica”, con il falso pretesto di farlo per qualcosa di più grande, senza alcun rimorso. Questo sembra essere uno dei più importanti motivi per cui molti foreign fighters partecipano al movimento fondamentalista.
Tuttavia al di là delle apparenze lo Stato islamico, pur essendo diramato in tutto mondo, si scopre molto debole ed eterogeneo al suo interno. Questo è dimostrato dal fatto che in Siria e in Iraq i miliziani islamici stanno perdendo inesorabilmente terreno.

Cosa succederà se però le guerre future saranno combattute contro un esercito privo di nucleo, ma radicato in tutto il mondo e accomunato da una stessa ideologia? Come potremo affrontarlo?
Forse la risposta, per quanto pessimistica, è già stata fornita quasi settant’anni fa da George Orwell nel suo classico “1984”. Forse la risposta sta nel controllo di pensiero, che permetta di individuare e sopprimere ogni forma di proliferazione di movimenti di questo tipo. Vi immaginereste una società priva di libertà di pensiero, di parola, di stampa, di opinione…? Quella società rischia di diventare la nostra. Il nostro compito è dunque quello di impedire che ciò accada, evitare la guerra, e promuovere il dialogo, che permetta finalmente una convivenza pacifica tra Oriente e Occidente.war is changed

By i Pεriπateticy

L’uomo è destinato sin dal primo gemito a vivere divorato dai suoi stessi sentimenti. Come l’avido scrittore, impaurito dalla pagina bianca, egli non conosce il suo domani e dunque lo teme. Come un equilibrista cammina su di una corda tesa ora spinto ora cullato dal maestoso vento della vita che lo costringe ad oscillare perpetuamente tra l’equilibrio e il vuoto sottostante. Egli è impasto di spirito e corpo e ciò che di lui è corpo è destinato a divenire schiavo di quella terra di cui ora mangia i frutti, beve l’acqua e depreda i beni. Per quanto concerne il suo spirito, esso è leggero, più leggero dell’aria e più cupo del più profondo oceano. Viviamo due vite: la vita dei respiri e la vita dei sospiri. E se le leggi della natura si possono comprendere non si può dire lo stesso delle leggi del cuore. L’amore è il re di tutti i sentimenti dal momento che è il padrone di tutti e lo schiavo di nessuno. Esso è motore primo di ogni nostro giorno, di ogni nostra azione, di ogni nostra intenzione. Abbiamo conquistato per amore del potere, studiato per amore della conoscenza, giocato per amore del diletto e sofferto, per amore di un uomo o di una donna. Ma tutto ciò è solo parzialmente realizzabile perché più abbiamo conquistato e più volevamo possedere, più abbiamo giocato e meno eravamo sazi del nostro divertimento, più abbiamo scoperto e più ci siamo accorti di non sapere. Molto spesso non abbiamo il coraggio di lasciarci trasportare dalla vita e analizziamo con la ragione anche il più nobile tra i sentimenti. Dentro noi vive una bestia che non sappiamo controllare, che non sappiamo nutrire, che nessuna lingua potrà mai esprimere. Un qualcosa che ci dilania da dentro, che vuole libertà e a cui doniamo prigionia.
“L’uomo è nato libero, ma dovunque è in catene.”
-Jean Jacques Rousseau
Tutto ciò che noi pensiamo, tutto ciò che io scrivo qui, è frutto di millenni di riflessioni e di pensieri. Esaleremo forse l’ultimo respiro chiedendoci che senso abbia avuto la nostra vita, che senso tutti questi attimi, che senso tutti i nostri passi. Siamo veramente, come diceva Shakespeare costituiti della stessa materia dei sogni? O siamo semplicemente destinati a far prevalere il nostro interesse terreno al prospetto eterno di cui è forse costituita la nostra essenza? Forse che porteremo con noi per sempre il rimorso di non essere stati all’altezza di comprendere ciò che realmente siamo? Continuiamo a tuffarci tra passato e futuro senza renderci conto che stiamo annegando in questo stesso presente. Viviamo una vita che non è per noi, che non è la nostra. Forse che cerchiamo tutto ma nel posto sbagliato?
“L’uomo è l’unico animale per il quale la sua esistenza è un problema che deve risolvere.”
-Erich Fromm

Ermete Protocardio

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superluna roma

La notte tra il 14 e il 15 novembre, abbiamo potuto assistere a questo fantastico fenomeno naturale. Tutti con gli occhi rivolti verso il cielo e pronti a immortalare questo spettacolo, causa di stupore, meraviglia, ma anche curiosità. Ed ecco che ci sorgono molte domande, ad esempio: com’è possibile tutto ciò? quando potremo assistere di nuovo alla superluna? esistono leggende e curiosità legate a questo fatto?
Ecco a voi la risposta a queste domande!

Partiamo dal principio: quando si verifica e che cos’è precisamente il fenomeno della superluna?

Una superluna è la coincidenza di una Luna piena con la minore distanza tra Terra e Luna. L’effetto è un aumento delle dimensioni e della luminosità della Luna viste dalla Terra. Il termine “superluna” non è un termine strettamente astronomico, in quanto la definizione scientifica per il momento del massimo avvicinamento della Luna alla Terra è perigeo lunare.

Non è un evento raro, poiché accade in media una volta l’anno, ma era dal gennaio del 1948 che non si raggiungeva una tale grandezza e luminosità.
Dai dati forniti dalla NASA possiamo scoprire che il nostro satellite è stato del 14% più grande e del 30% più luminoso rispetto al solito, anche se altre fonti smentiscono quest’ultimo dato dicendo che era del 20%.

E quando tornerà la Super Moon?

Beh, la Super Moon, come detto in precedenza, si verifica mediamente una volta all’anno, quindi chi non è riuscito a vedere quella di novembre potrà assistere a quella nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 2016, ma ovviamente non sarà una delle più grandi e luminose.
Per averne una come quella del 14 novembre dovremo aspettare il 25 novembre 2034. Iniziamo quindi un countdown lungo 18 anni…

E poi ovviamente, arrivano anche le leggende e le curiosità legate a questo fatto, quindi perché non raccontarvene qualcuna?

Negli anni i popoli di diverse culture hanno provato a trovare una spiegazione alla SuperLuna si sono sbizzarriti trovando influenze su animali e uomini.
Ad esempio i lupi che ululano alla Luna per ringraziarla, come racconta una leggenda indiana di una mamma lupo che aveva smarrito il piccolo e che chiese più luce per ritrovarlo.

Da molti invece è ritenuto credibile, ma resta una leggenda, che il nostro satellite, nel momento di massimo avvicinamento alla Terra, quando la sua influenza su essa è maggiore, farebbe aumentare la violenza e l’aggressività.
La Superluna, bella e inquietante per l’uomo, secondo alcune credenze sarebbe alla base di casi di vampirismo, alcolismo, suicidi, e violenze varie.

Inoltre si ritiene che il fenomeno della Super Luna provochi devastanti sismi. E’ il caso della ‘marea solida’, cioè il quasi impercettibile alzarsi anche della crosta terrestre sotto l’influenza della Luna, ma tutto ciò non è in grado di scatenare terremoti.

Il nome ‘Super Moon’ (ovvero Super Luna) è stato coniato da Richard Nolle, astrologo americano, nel 1979.
lo fece per sostenere la sua teoria sull’influenza negativa sulla Terra del perigeo lunare, facendo anche un elenco delle catastrofi legate al fenomeno. Fino ad oggi c’era sempre una certa discrepanza tra le date delle catastrofi e l’apparizione del disco luminoso notturno, ma il terremoto in Nuova Zelanda per l’astronomo è una specie di rivincita che lo riporta alla ribalta dopo tante smentite dal mondo scientifico. Nolle in un articolo, dove spiega la sua teoria, azzarda anche un collegamento con il terremoto italiano del 31 ottobre di magnitudo 6.5 con l’epicentro tra Norcia, Castel Sant’Angelo sul Nera e Preci.

La Super Luna del 14 novembre viene chiamata anche ‘Beaver Moon’ (beaver= castoro) perché cade nel periodo nel quale i coloni americani cacciavano i castori in vista dell’inverno.

E ovviamente, come si fa a parlare di astronomia senza pensare agli UFO (per chi non lo sapesse, questa sigla significa Unidentified Flying Objects, ovvero ‘oggetti volanti non identificati)?
Infatti, c’è addirittura qualcuno che ha visto strani oggetti aggirarsi nei paraggi della Super Moon.

Ora non resta altro che aspettare le prossime lune speciali!

-Alice Bottaro

Ho sempre considerato il parentado sfera collaterale della mia esperienza di vita, incorrendo spesso, causa la mia abissale ignoranza intorno la famiglia, nel paterno biasimo in occasioni quali cresime, cenoni e feste di laurea (insomma, quelle situazioni in cui i vari zio Caio e cugino Sempronio possono spiaggiare i larghi deretani su comode poltroncine e rimpinzarsi a oltranza di voul avant).
Da ciò sufficienza e sbuffi ogni volta che mio padre trascinava la conversazione sul teatro familiare.
Fossi stato conscio di avere consanguinei come lo zio Augusto e la mia considerazione verso queste “rimpatriate” sarebbe schizzata alle stelle.
Ma ormai la diaspora è compiuta: alcuni congiunti sono stati vittima della cosiddetta fuga di cervelli (anche se dove nascondessero tutto ‘sto cervello non saprei), altri, come il nonno, sono allettati da lunghi anni, altri ancora sono addomiciliati in camposanto.
Dello zio Augusto, fino a quella sera, conoscevo solo il nome, un tempo ricorrente nelle bustarelle di compleanno ma scomparso ormai da anni.
L’occasione per narrarmi la sua saga venne a mio padre in una filippica contro il gioco d’azzardo e contro i vizi in generale (influenzato, penso, da questo anello saldato da mio zio Germano alla sua interminabile catena di lussurie non più di due mesi prima)
Ricordo come fosse ieri il discorso sconclusionato, gli esempi contradditori e la morale bigotta che, da sobrio, avrebbe per certo ricusato: <<Devi capire che il gioco non porta alcun guadagno, o meglio lo porta a quelli che…. Anzi no…. Cioè porta guadagno solo a chi vince e l’unico a vincere è chi non gioca o chi tiene il mazzo, insomma è una perdita sia economica che morale, mi hai capito Ugo?>>
Non ricordo però come la corrente lo sballottò, poi, fino alla figura dello zio Augusto citato come unico esempio di uomo in grado di trionfare sulla macchina (intesa come slot machine).
Alle mie domande su questo semisconosciuto personaggio fu ben contento di abbandonare la sua prosopopea (non era certo lui stesso di coscienza linda, nel settore vizi) per un più lineare racconto.
Cominciò quindi a tratteggiare il ritratto di questo zio nababbo e amorale, donnaiolo e perbenista.
Da quanto sono stato in grado di desumere questi,circa cinquant’anni or sono, si era preso tra lo stupore generale l’onere di accudire il padre gravemente malato. Maggiore fu poi lo stupore degli altri fratelli quando misero mano al testamento per dividersi l’eredità: il conto corrente desertificato, i campi passati di mano e le proprietà volatilizzate insieme allo zio Augusto.
Sugli anni successivi mio padre non era ben sicuro: certo era un congruo contrabbando da e verso la Svizzera, seguito da altri affari loschi.
Tornato poi a Este con le tasche traboccanti dobloni si era raccolto una popolana dalla condotta dissoluta, certa Alice, tuttora vivente. Insediatosi nella villa che era stata del padre si era dato al gioco d’azzardo e alle speculazioni immobiliari tosando innumerevoli gonzi.
Era poi corso in volontario esilio al sud dopo una vincita a poker che gli aveva fruttato oltre a una farmacia, innumerevoli minacce di morte.
Si vocifera (<<E non andarlo a dire in giro Ugo, per carità>> ripeteva ossessivamente mio padre) avesse poi approfittato del clima Siciliano per spettacolari abusi edilizi, col tacito assenso delle cosche locali.
Affogatosi nel vino l’ex proprietario della farmacia, lo zio Augusto aveva ripreso la via del nord lasciando al sud (sempre “si vocifera”) un buco di qualche milione. Ripreso possesso delle sue proprietà aveva avviato numerosi agriturismi lungo i colli annichilendo il precedente circolo di bed and breakfasts.
Arrivato così a settant’anni si era ritirato dagli affari per morire non più di due anni dopo.
All’apertura del testamento ci furono due grandi sorprese: da una parte mio padre era stato fatto erede universale e dall’altra era scomparso il foglio con la firma all’atto rendendo il documento del tutto invalido. Fu così che il papà crollò rovinosamente svenuto per ben due volte in un solo giorno.
Ora vi starete chiedendo perché abbia definito lo zio anche perbenista. Ebbene dovete capire che per l’intera durata della sua vita un solo difetto gli era mancato: l’essere bigotto. Resosi conto nell’ultimo anno della grave mancanza aveva deciso di porvi rimedio con tre messe settimanali. Convinto poi che ciò non fosse sufficiente in barba a tutta la famiglia si prese l’onere di ricostruire ex nihilo (senza peraltro farne parola a alcuno) la chiesa del villaggio natale, ormai ridotta a un rudere. Così quella Alice, donna enormemente dissoluta (divenuta frattanto sua moglie) che già pregustava una vita a caviale e storione, ereditò a malapena di che garantirsi una vecchiaia dignitosa, con somma soddisfazione di mio padre, riavutosi giusto in tempo per afferrare l’entità del lascito.

Potessi confabulare con un figuro di tale calibro nelle interminabili rimpatriate di famiglia. Tuttavia tocca accontentarsi delle gesta alimentari dei soliti zio Caio e cugino Sempronio che proprio ora cantano fieri l’eccidio di costolette perpetrato ieri sera alla sagra del raviolo fritto dove il ketchup era corso come l’acqua.

 

– Costantino Porfirogenito

Ebbene sì ragazzi, come ormai sanno anche i muri, il vecchio Leo, dopo cinque nomination a vuoto, ha finalmente vinto l’Oscar al miglior attore protagonista.
Per guadagnarsi il tanto agognato riconoscimento, DiCaprio ha dovuto mangiare ogni tipo di schifezze, tra cui fegato crudo di bisonte, e infilarsi in un cavallo sventrato. Anche in questo caso non sono mancate le polemiche tra quelli che pensano che in realtà questa non sia stata la sua migliore interpretazione; sostengono, infatti, che il miglior attore non sia chi riesce a recitare provando sulla propria pelle situazioni estreme ma piuttosto chi riesce a rendere reale ciò che non lo è. In ogni caso quello che conta è che abbia finalmente anche lui una statuetta sotto la sua foto di Wikipedia.

Se siete superstiziosi, potreste interpretare l’ anno bisestile in cui è stato premiato come un cattivo presagio; in ogni caso soltanto i fatti ci diranno se potremo festeggiare ogni quattro anni, oltre alle Olimpiadi e ai mondiali, anche l’ Oscar a DiCaprio.Continue reading

Quando vi ritrovate casualmente a parlare di moda di fronte a voi potreste trovare due tipi di interlocutori: lo Snob e il Pop. Il primo storcerebbe in naso appena intercettato l’argomento, ma successivamente sarebbe in grado di elencarvi per filo e per segno quali abiti di Coco stessero meglio a Jacqueline Kennedy. Il secondo sbloccherebbe il suo nuovissimo Iphone 6s Plus e inizierebbe a mostrarvi le foto degli ultimi dieci outfit caricati da Chiara quella giornata. Entrambi i personaggi vi diranno comunque che le due sono delle Icone di Stile, assolutamente da imitare.
Ma quindi, cosa mai avranno in comune la regina delle passerelle d’alta moda e la blogger più potente del momento per essere insignite dello stesso titolo? Cos’ha Chiara che Coco non aveva. E cos’aveva Coco che Chiara oggi non ha? Bhe, Chanel certamente non aveva Instagram per postare le sue prime creazioni e Chiara non possiede le manine fatate per cucire una sua vera a propria collezione di suo pugno. Sicuramente Coco non otteneva contratti multimiliardari per un’ora di fotografie con indosso abiti non facenti parte del suo atelier e Chiara non è mai entrata inContinue reading

Dopo il crash di Whatsapp del 31 Dicembre, che aveva lasciato nel panico più assoluto migliaia di studenti, in attesa degli auguri di Buon Anno con orrori ortografici della nonna o tramite luccicanti immagini da over40, cosa mai poteva scuotere le loro entusiasmanti vite social?
Ci hanno pensato quelli di Ask – il fondatore Klaves Sinka ha sicuramente riscosso meno successo dell’icona Mark Zuckerberg – a rovinare i piani di 60 milioni di utenti. Torni a casa da scuola, sblocchi il tuo Iphone 6s con l’impronta digitale e trovi un gufo arancione sulla schermata Home. Provi a pensare un attimo e ti chiedi:Continue reading

Per Libertà s’intende la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni, ricorrendo alla volontà di ideare e mettere in atto un’azione, mediante una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a realizzarla. liberta

Ma veramente siamo in grado di apprezzarla questa libertà di cui seguitiamo a parlare, di cui ci facciamo vanto… La libertà è sempre stata il motivoContinue reading

“Sapete, sono veramente felice di essere qui. Vi sembrerà strano, potreste non crederci, ma io con il Veneto ho un legame strano, quasi magico. Mi ci é voluto un po’ di tempo per capirlo ma poi, come in quei giochi sulla Settimana Enigmistica, congiungendo tutti i vari punti della mia vita, mi sono reso conto di ritrovarmi sempre qui, a Padova. E di questo vi ringrazio, anche se non mi so spiegare il perché!”

logicoComincia così il concerto di Cesare Cremonini, svoltosi 27 novembre 2014 al Palafabris di Padova. Inizia in questo modo una notte da sogno,Continue reading

VIOLENZA DONNE

…Questa forse è una frase che molte donne si sono sentite ripetere come un mantra dai propri aguzzini, quegli stessi uomini che hanno amato, che hanno giurato di non abbandonare né in salute né in malattia e che ora affollano i loro incubi. La violenza sulle donne non è un fatto singolare e non è certo da considerarsi un fenomeno ristretto a realtà lontane dalla nostra quotidianità. Ogni giorno tre donne in Italia sono brutalmente uccise da mariti, fidanzati compagni: quindi un marito,Continue reading

Cari lettori del Ferrari e non, è bello ritornare a scrivere per voi dopo essermi, finalmente, ripreso dal trauma post-vacanze (e da una ripetuta repressione di istinti omicidi verso la sveglia che mi suona ogni mattina alle 6:40). Certo, mi sono scelto proprio un bel tema da trattare per ricominciare, ma andiamo con ordine, e occhio: quello che c’è scritto sotto vuole essere uno spunto per una discussione civile, libera e aperta a tutti. Se questo non è quello che cercate, se non è quello che volete fare, vi consiglio di prendere il mouse (o il vostro dito) e andare sul tasto indietro. Uomo avvisato…

Vignetta di Giorgia Garbin, 1^A Artistico

Vignetta di Giorgia Garbin, 1^A Artistico

Il ritardo incredibile che tutti noi ragazzi abbiamo accumulato per farvi arrivare quest’articolo ha avuto un interessante effetto secondario: mi sono fatto diverse domande su quello che è successo a Parigi qualche giorno fa. Domande che

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Quante volte vi capita mentre guardate un film di sbuffare stizziti, stanchi delle cotinue interruzioni pubblicitarie? Quante volte, proprio a causa della pubblicità, vi siete persi gli istanti cruciali della ripresa nei quali avveniva il famigerato colpo di scena finale? Ebbene quella fastidiosa interruzione che noi cerchiamo di evitare faccendo zapping su altri canali, in realtà è qualcosa di molto più sottile e studiato. Se però siete convinti di averla scampata semplicemente cambiando canale, mi spiace deludervi. Infatti, anche mentreContinue reading

“No, no, NO!”

Queste tre paroline riassumono, grossomodo, la reazione di molti studenti del Ferrari appena appreso che quattro classi delle medie si sarebbero trasferite “momentaneamente” nella nostra scuola; tutto questo grazie al violentissimo, stramaledettissimo uragano che investì Este il 13 ottobre scorso.È inutile negarlo per sembrare gentili e accomodanti, bisogna avere il coraggio di affermare ciò che si pensa davvero: tutti noi abbiamo subito rivolto l’attenzione ai possibili disagi che si sarebbero andati a creare; infatti, nonostante queste quattro piccole classi occupino solo una minima parte di un’ala della nostra (enorme) struttura, la questione ha toccato tutti noi liceali in un modo o nell’altro: siamo italiani, nessuno potrà mai rimuovere la nostra naturale tendenza a lamentarci anche delle cose più insignificanti.
Eppure, siamo prima di tutto umani. Personalmente,Continue reading