L’anno scorso, l’ex direttrice Sara Boscolo ha intervistato un ragazzo del Lazio per confrontarsi sulla gestione scolastica durante la pandemia e sulla loro percezione della vecchia situazione; ho trovato la sua iniziativa così interessante che ho pensato di riproporla quest’anno.

La prima intervista-chiacchierata vede come protagonisti tre miei amici del J. F. Kennedy: Federico, Tommaso e Asja (dei quali scoprirete in seguito qualcosa in più), che non hanno esitato a darmi una mano e si sono resi disponibili il sabato pomeriggio dopo scuola. Mi hanno raccontato come l’Istituto, in vista del Covid, si è organizzato per poter garantire la sicurezza generale e dunque lo svolgimento delle lezioni in presenza; ma non solo questo, hanno anche fornito informazioni generali sulla scuola che potrebbero rivelarsi nuove ed inaspettate.

 

 

Presentazioni:

F. Mi chiamo Federico Marcolin, vengo dall’Istituto Kennedy di Monselice e frequento la terza A PROD Agraria (“PROD” sta per produzione e trasformazione). Sono appassionato di cinema; mi piacciono i videogiochi e i fumetti manga. Abito a Campagnola di Brugine.

T. Sono Zabeo Tommaso e frequento la terza PROD Agraria al Kennedy; mi piace disegnare ed abito a Campagnola di Brugine.

A. Allora io sono Asja, Asja con la “J” precisiamo, sennò morirete tutti. Abito a Bovolenta, un paesino famoso per le inondazioni. Sono una ballerina di hip hop, il ballo è la mia vita e mi piacciono i videogiochi, il teatro e basta… Sono nella stessa classe degli altri due, qui dietro.

T. Ah, e, posso aggiungere una cosa? Okay, Zabeo Tommaso, alto un metro e ottanta.

J. Questa informazione serve per rimorchiare?

T. Assolutamente sì.

 

 

J. Bene… direi di passare alle domande.

J. Ragazzi spiegate com’è strutturata la scuola, edificio, s’intende.

A. Il Kennedy è costituito da due edifici: la sede centrale e la nuova sede dell’Agrario.

T. L’ Agrario è figo: è fatto a semicerchio, sembra un castello e dal piano inferiore vedi il piano superiore. Tra la sede centrale e l’agrario c’è un passaggio dove stanno costruendo un’aiuola che curiamo durante il laboratorio di produzioni vegetali.

A. Abbiamo due palestre, una nuova ed una vecchia, e abbiamo anche un campo di atletica.

T. E le piscine, ma non ci andiamo…

J. Per via del Covid?

T. No, perché non vogliamo.

 

 

J. Okay, passiamo oltre. Date un parere su com’è l’istituto che frequentate e diteci cosa vi piace e non.

F. Ragazzi, la nostra scuola è assurda perché non ci sono le macchinette per il mangiare e perché sono tutti abbastanza irascibili. Insomma, calmatevi! Cioè non so… Cosa c’è di buono?

A. Il servizio psicologico e i laboratori.

T. Non ci andiamo, quindi…

F. Sì, insomma, non venite qua.

T. Ci sono delle belle serre, il frutteto, laboratori spaziosi anche se non abbastanza perché comunque le classi sono tutte numerose quindi non ci stanno dentro. Il personale è di scarsa qualità e…

J. Intendete l’ATA o…?

T. No, i professori. Sono tutti preparati, solo che, come dappertutto, ci sono i più e i meno bravi; per esempio quelli delle materie d’indirizzo sono molto competenti, gli altri un po’ meno. Ah, e poi sono sempre incavolati anche se stiamo buonissimi. Voto: una stella.

J. Ovviamente noi prendiamo in fiducia le parole di Tommaso dove afferma che sono tutti buonissimi e procediamo…

 

 

J. Bene, arriviamo alla parte clue dell’intervista: come sta vivendo il periodo Covid il Kennedy? Quindi restrizioni, mascherine, regole, se volete darci delle informazioni, se sapete… beh, ovvio che sapete, ci andate a scuola!

T. Io no.

J. Beh, se avete regole particolari, per esempio nei laboratori, dato che voi ne avete più di noi del Ferrari.

A. Allora, penso che ci siano delle regole in comune anche con voi, come per esempio le entrate scaglionate in diversi orari, l’obbligo della mascherina e di igienizzarsi le mani. Le aule vengono arieggiate a ricreazione, che svolgiamo in classe. Per quanto riguarda i laboratori le classi numerose vengono dimezzate.

T. Sì, anche l’anno scorso era così, però c’era il professore che mostrava come fare: noi non facevamo niente e non imparavamo nulla.

 

 

J. Passiamo ad una domanda che riguarda in particolare i ragazzi delle terze, delle quarte e delle quinte: i programmi PCTO e i crediti come ve li danno?

T. Non sappiamo nulla, non ci hanno spiegato niente. Sappiamo che abbiamo 400 ore di alternanza Scuola Lavoro…

A. Non erano 350?

T. Ci hanno consigliato di farle per lo più in terza e quarta e di finirle prima della quinta, così da poter studiare per l’esame.

A. Ma non erano 380? Sapete che se sbagliamo è colpa nostra.

F. Va beh, comunque ne abbiamo molte da fare.

 

 

J. Per quanto riguarda i progetti scolastici, ne farete? Gite? Incontri culturali?

F. Non ci mandano in gita perché tutti i professori ritengono che non siamo dei bravi studenti e che abbiamo un pessimo comportamento, anche se non è vero.

 

 

J. Ultima domanda: consigliereste ai giovani di venire al Kennedy?

T. Bello il Kennedy, anzi no! No, scherzo.

F. Di base è una bella scuola, quindi vi consiglio di almeno andarla a vedere… però, sinceramente viene pubblicizzata troppo bene.

A. Sono d’accordo.

J. Perfetto, ragazzi io vi ringrazio per il tempo che mi avete dedicato.

 

 

Inutile che vi dica che mi sono divertita molto a parlare con i tre compagni di classe, nonostante non siano gli argomenti che di solito trattiamo. È stato interessante conoscere certi particolari del Kennedy: per esempio l’esistenza delle serre, o la struttura dell’agrario, cose che, se non fosse stata per l’occasione, credo non avrei mai scoperto.

Comunque, sentendoli parlare delle loro regole e fornendoci le loro opinioni, mi sono sentita rassicurata dal fatto che le complicazioni e le regole ci sono per tutti quanti, e che possono rivelarsi pesanti, poco pratiche e a volte difficili da seguire, ma comunque necessarie per la salvaguardia comune.

Le mie speranze, condivise anche dai ragazzi, sono quelle di poter restare stabili in questa nuova normalità (basata sulle restrizioni accettabili almeno per noi giovani), soprattutto in inverno, dove di solito si alzano di molto il numero dei contagiati. Speriamo anche di tornare alla vecchia normalità, anche se, come è ormai evidente più o meno a tutti, la nostra vecchia realtà non tornerà più.

 

 

Jo, Giorgia Lazzaro 3CS

 

La maggior parte di noi almeno una volta nella vita ha riflettuto sulla professione dell’insegnante:

estate libera, possibilità di decidere le valutazioni degli studenti, domenica tranquilla e meno di venti

ore alla settimana di lavoro (ai prof che leggeranno quest’articolo: lo so, lo so, non è completamente

vero, ma per il momento facciamo finta che lo sia J). Qualcuno ha mai pensato, però, che cosa si

prova ad insegnare per la prima volta in tutta la vita in un liceo come il Ferrari, rinomato e conosciuto

proprio per le abilità e le competenze degli studenti in ambito umanistico, scientifico, linguistico e

artistico? Beh, proprio per far emergere le emozioni di chi si trova al di là della cattedra, ho deciso

di intervistare la professoressa Carafa, entrata da poco nel mondo di questa scuola…

 

 

Linda: Innanzitutto vorrei iniziare con una breve presentazione… da dove viene e perché ha deciso

di traferirsi a Este?

Prof.ssa Carafa: Mi chiamo Alessandra Carafa, vengo da un piccolo paese distante 30 km da Lecce,

la meravigliosa città barocca del Sud Italia, pertanto sono Salentina! Ho deciso di intraprendere la

strada dell’insegnamento proprio ad Este (e ringrazio l’IIS G.B. FERRARI per avermi accolta) perché

qui ho parte della mia famiglia e perché ho avuto modo, negli ultimi dieci anni, di visitare spesso

questa bellissima città, da cui sono rimasta affascinata.

 

 

L: Quale scuola secondaria di II grado ha frequentato quando aveva la nostra età?

P.C: Alla vostra età ero una studentessa del Liceo Classico “F. De Sanctis” di Manduria, terra del

famoso vino primitivo, a 15 km dal mio paese. Questo liceo mi ha insegnato tanto e spero di aver

lasciato anch’io un segno. Ogni mattina prendevo il treno da San Pancrazio Salentino, il mio paese,

sino a Manduria. La stazione era distante 2.5 km da scuola, ed il Comune non aveva fornito a noi

studenti un bus che ci accompagnasse fino al liceo, per cui io ed altri miei compagni, a volte con gli

zaini colmi di libri, ogni giorno percorrevamo quei chilometri sia per andare a scuola sia per tornare

a casa. I primi tempi eravamo tutti molto scoraggiati, perché quella strada pesava molto, soprattutto

nelle giornate fredde ed uggiose, tanto che qualcuno di noi, proprio per tale motivo, ha scelto di

ritirarsi da scuola. Solo successivamente abbiamo iniziato a comprendere quanto quei 5 km fossero

nulla in confronto a ciò che la scuola poteva offrirci, sia culturalmente che umanamente, ragion per

cui, col passare del tempo, quelle lunghe camminate di prima mattina diventavano sempre meno

stancanti, perché con noi e con i nostri zaini c’era tanta forza di volontà e tanta voglia d’imparare.

 

 

L: Quali erano le materie in cui si distingueva maggiormente o che le piacevano di più quando era al

liceo?

P.C: La materia che preferivo tra tutte era latino; mi piaceva sia la grammatica che la letteratura.

Trovavo grandi stimoli nelle versioni da tradurre (ogni volta i compiti in classe prevedevano una

versione ed io mi mettevo in competizione con me stessa, per superarmi rispetto alla volta

precedente) e trovavo grandi stimoli anche nello studiare il pensiero e le opere degli autori latini,

non a caso la mia tesi di laurea magistrale si è incentrata sullo studio della visione che Tito Maccio

Plauto aveva della donna romana.

 

 

L: Ha sempre voluto fare l’insegnante? Se sì, il suo obiettivo erano le Lettere Antiche o l’idea è

cresciuta con il passare degli anni?

P.C: Ho sempre voluto insegnare materie umanistiche, grazie ai miei docenti che mi hanno

trasmesso l’amore per queste discipline. Questa vocazione si è accentuata negli ultimi anni perché,

per ragioni economiche, ho dovuto alternare lo studio con il lavoro (tutt’altro lavoro!), il che ha reso

ancora più chiaro il mio scopo precipuo.

 

 

L: Quali sono state le sue prime impressioni una volta ottenuto il lavoro qui al Ferrari? Ma

soprattutto… quali sono state le sue prime impressioni una volta conosciuti gli studenti?

P.C: Le mie prime impressioni circa l’IIS G.B. FERRARI sono state e sono (poiché faccio parte di questa

grande famiglia ancora da poco) assolutamente positive. Il personale scolastico ed amministrativo

con cui ho avuto modo di interfacciarmi è stato fin da subito accogliente, attento e assolutamente

disponibile ad aiutarmi e chiarirmi qualsiasi dubbio. Ho percepito stima, collaborazione ed affetto

tra i colleghi. Le impressioni circa gli studenti hanno, con tutta sincerità, superato le mie aspettative.

Ho da subito conosciuto ragazzi “puliti”, dagli occhi vispi, smaniosi di apprendere, di studiare nuove

materie e di accrescere il loro spessore non solo culturale, ma anche umano.

 

 

L: Quali sono le sue paure o i suoi timori riguardo questo nuovo inizio?

P.C: La paura riguardo a questo nuovo inizio? Credo che ogni inizio generi, in tutti noi, la paura del

“non essere all’altezza”. Ho imparato, però, con gli anni, che tutti noi siamo all’altezza di ciò che

vogliamo fare, occorre solo trovare la giusta via per arrivarci, senza mai demordere. Il mio principale

timore è quello di non riuscire a far comprendere a voi ragazzi quanto sia importante studiare,

appassionarsi alle materie, essere curiosi, iniziare a creare il proprio pensiero critico. Sono certa,

però, che il rapporto che si sta instaurando con voi studenti e la vostra vivacità intellettiva consentirà

a noi di viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda e perseguire insieme questo scopo.

 

 

L: Secondo lei, riuscirà a trasmettere qualcosa ai suoi alunni?

P.C: Spero che riuscirò a trasmettere qualcosa. L’amore per questo lavoro e la voglia di fare bene mi

guideranno sicuramente.

 

 

L: Crede che rimarrà per molto tempo in questa scuola o l’idea di viaggiare la attrae maggiormente?

P.C: Il clima che avverto in questo istituto mi piace molto, per cui, se potessi scegliere, rimarrei molto

volentieri.

 

 

L: Vorrebbe cambiare qualcosa riguardo al modo di interagire con gli studenti? Dibattiti, attualità,

pensieri e quant’altro?

P.C: Essendo ancora alla mia prima esperienza ed ai miei primi giorni qui, so che il mio modo di

interagire con gli studenti maturerà giorno dopo giorno, conscia che il tempo che trascorreremo e

le lezioni che condivideremo, mi aiuteranno in questo ed aiuteranno anche loro.

 

 

L: Per finire, un’ultima domanda… preferisce trovarsi a scuola nel ruolo di studente o di docente?

P.C: Memore dei miei tanti sacrifici per conseguire la laurea, posso dire che preferisco essere una

docente, perché questo rappresenta il coronamento del mio sogno. Ho voglia, però, di fare un

appunto e dire che anche noi docenti continuiamo ad essere “studenti” … studiamo costantemente,

ci formiamo, ci mettiamo sempre in discussione per cercare i modi migliori non solo di impartirvi

nozioni, ma anche e soprattutto di farvi capire l’importanza dello studio per la vostra formazione

culturale ed umana. Noi professori impariamo costantemente da voi … e miglioriamo!

Ad maiora semper, ragazzi!

 

 

Linda De Checchi IAC

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皆さん、 こんにちは (Mina-san, konnichiwa. Buongiorno a tutti!) Cari lettori di Rompipagina,
come avrete notato, vi saluto in lingua giapponese, per permettervi di immergervi sin dalle prime
righe nell’atmosfera della storia che vorrei raccontarvi quest’oggi, che viene proprio dal lontano
Paese del Sol Levante. Il titolo di questo racconto è 死神 (shinigami), che si traduce come “dio della
morte”. Gli shinigami sono creature che hanno fatto il loro ingresso nella secolare mitologia
giapponese in tempi abbastanza recenti, probabilmente nel periodo Meiji (1868-1912) e, più che
essere simili a divinità, sono assimilabili a degli yōkai malvagi (creature soprannaturali, spettri o
demoni). Inoltre, c’è chi pensa che gli dei della morte non siano nemmeno originari del Giappone,
in quanto lì non vi sarebbe mai stato un vero e proprio culto della morte e nel Kojiki, la più antica
cronaca giapponese che si occupa di mitologia, non c’è traccia di essi. Gli shinigami sarebbero stati
importati dunque dalla Cina o dall’Europa e a causa delle loro origini incerte non si sa molto di queste
creature. Riconoscibili dalla loro carnagione grigio scuro, gli shinigami nascono e crescono in luoghi
dove si sente particolarmente la presenza del male, come zone dove si sono consumati delitti o
suicidi, e amano perseguitare gli umani facendo risuonare nella loro testa pensieri negativi. Si
possono considerare come degli psicopompi, dei traghettatori alla stregua del Caronte dantesco,
che portano con sé le anime dei vivi nell’aldilà.

 
Sarà forse questo alone di mistero che li avvolge ad aver incuriosito svariati autori di anime e di
manga fino al punto di portare gli dei della morte persino dentro alle loro opere, grazie alle quali
oggi sono conosciuti anche dal giovane pubblico occidentale. Io per primo ho conosciuto gli
shinigami attraverso il celebre manga intitolato Death Note, tuttavia, appassionandomi piano piano
alla cultura giapponese, ho capito che gli anime e gli stessi manga, seppure molto apprezzati in tutto
il mondo, sono, come si suol dire, la punta dell’iceberg. Alla base ci sono secoli e secoli di storia,
arte, credenze, usanze e tradizioni che hanno contribuito ad alimentare il mito del Giappone, queste
isole che ai nostri occhi sembrano quasi sfumare nelle dorate nebbie della lontananza. Tra gli aspetti
culturali più curiosi ritengo doveroso citare il teatro, anche perché è proprio da qui, per la precisione
dal genere 落語 (rakugo, letteralmente “parole cadute”), che arriva la storia di cui vi parlavo. Questo
genere consiste in un monologo comico in cui il rakugo-ka (il narratore) racconta una storia dai
caratteri farseschi sedendo sui talloni e inossando un semplice kimono. Affinché possiate godervi
meglio il racconto, vi chiedo, se volete, di immaginare che io sia il vostro rakugo-ka, pronto a narrare
in un meraviglioso teatro tradizionale di rakugo la storia. Fatto? じゃあ、 始めましょう (Jaa,
hajimemashō. Allora iniziamo!)

 
C’era una volta a Tōkyō un uomo. Niente lavoro, niente soldi, soltanto debiti, tanti debiti e una
moglie che non faceva altro che tormentarlo. “どうしよう。死にたい” (Dō shiyō. Shinitai. Che
cosa dovrei fare? Voglio morire!). A quel punto una voce lugubre irruppe dall’oscurità:” Se vuoi ti
spiego io come fare…Ma credo che sia inutile voler morire soltanto perché si è dei falliti. Gli umani
non possono morire a loro piacimento: devono prima aspettare che la loro vita si esaurisca e io, che
sono uno shinigami, posso dirti che la tua, di vita, è ancora molto lunga. Perché non ti trovi un lavoro,
invece? Che ne dici di diventare un dottore, per esempio?”. Stupito e indeciso, il pover’uomo disse
di non avere esperienza, che fare il medico è una responsabilità troppo grande per lui. Il dio della
morte, però, lo incoraggiò:” Quando una persona è malata, c’è uno shinigami nascosto vicino ai suoi
piedi o vicino alla sua testa. Io farò in modo che tu, umano, lo possa vedere, ma ricorda: se lo
shinigami è vicino ai piedi, tu potrai scacciarlo e far guarire i tuoi simili da qualsiasi malattia; se
invece si trova vicino alla testa, non potrai fare niente, perché significa che la loro vita è ormai giunta
al termine. In questo caso bada di non interferire con quel dio della morte, capito?”. “分かった 分
かった (Wakatta wakatta. Capito, capito)” – rispose l’uomo – “ma come faccio per far sparire lo
shinigami?”. Con un ghigno sinistro la creatura sussurrò:” Ti serve questa parola magica:
ajarakamokuren tekerettsu no paa! E poi ricorda di battere due volte le mani”. E allora l’uomo:” 簡
単ですよ (Kantan desu yo. È facile!)”. Divertito, ripeté la formula magica e in quell’istante lo
shinigami sparì: aveva funzionato.

 
Passarono un po’ di giorni e finalmente arrivò il primo paziente, che si portava dietro un simpatico
dio della morte vicino ai suoi piedi. Il novello dottore, compiaciuto, pronunciò l’incantesimo e fece
guarire il suo cliente e questo, non avendo mangiato per giorni a causa della malattia, dopo aver
pagato profumatamente il suo salvatore, si spazzolò un’intera porzione di tenpura. Miracolo! Anche
per le strade della città giungeva voce di quella guarigione prodigiosa e più che nuovi pazienti, si
recavano dal nostro “dottore” sempre più donne innamorate di lui, o meglio…del suo portafoglio.
Purtroppo, però, le cose non possono andare sempre per il verso giusto: i soldi prima o poi
spariscono e con loro le donne. Come se non bastasse, poi, tutti i malati che si rivolgevano a lui
avevano uno shinigami seduto vicino alla loro testa e quindi non aveva speranze di guadagno.

 
Una sera, improvvisamente, si presentò il servitore di un ricchissimo signore del posto che chiedeva
di guarire il suo padrone da una grave malattia; in cambio avrebbe dato al medico mille monete
d’oro. Il dottore accettò quell’offerta spropositata ma quando arrivò alla residenza del signore,
scoprì che c’era un dio della morte seduto vicino alla testa del malato. Non poteva fare nulla, ma
era talmente estasiato dall’idea di guadagnare così tanti soldi, che gli venne un’idea geniale. Dopo
aver aspettato per tutta la notte che gli occhi scintillanti dello shinigami si chiudessero per la
stanchezza, fece immediatamente ruotare il letto del paziente, che ora si trovava la creatura seduta
ai suoi piedi. E a quel punto un grido:” Ajarakamokuren tekerettsu no paa!”. Così, dopo aver battuto
due volte le mani, lo shinigami sparì in un grido sinistro che riecheggiava per la stanza. L’uomo
sentiva già il tintinnio delle mille monete d’oro e dopo aver realizzato di essere in grado di ingannare
a suo piacimento gli dei della morte scoppiò in una risata fragorosa, che venne interrotta soltanto
da un cupo “なぜ笑っている? (Naze waratteiru? Perché ridi?)”. Era il primo shinigami che
quell’uomo incontrò. “お久しぶり、 死神さん (Ohisashiburi, shinigami-san. Da quanto tempo,
signor shinigami!)” – rispose quello sorridente. Il dio della morte, al contrario, non sorrideva
affatto:” Mi sembrava di averti detto di non interferire per nessun motivo con uno shinigami seduto
vicino alla testa del malato. Così hai giocato con la durata vitale altrui! Pensi forse che voi umani
siate così speciali da poter giocare a fare gli dei? 一緒に来い (Isshoni koi. Vieni con me)”.
Nonostante il dottore, impaurito, non volesse seguire il dio, si trovò improvvisamente in un luogo
buio, illuminato da una miriade di candele. “Ogni candela” – spiegò lo shinigami – “è la durata vitale
di un umano”. Meravigliato, l’uomo notò immediatamente una candela che stava per spegnersi,
ormai con pochissima cera a disposizione, e chiese al dio se per caso fosse di un anziano che stava
per morire. “Invece è proprio la tua” – rispose – “Sai, prima la tua candela era quella lì dietro, bella
lunga e ancora piena di cera, ma quando hai fatto girare il letto del signore, hai fatto a cambio con
la sua, che è quella che hai ora. Hai venduto la tua vita per mille misere monete d’oro! Divertente,
vero?”. “Non voglio morire! No! Non voglio morire! Ti prego, restituiscimi la mia candela! Ti
supplico! Non voglio morire!”. “E va bene imbecille” – rispose scocciato lo shinigami – “Prendi
questa candela: se la accenderai con la tua vita, questa rappresenterà la tua nuova durata vitale. Ma
se la fiamma muore, tu morirai con lei”. “Nessun problema! Ora la accendo! Guarda qua, signor
shinigami! Ora lo faccio eh…”. “Oh guarda, si sta spegnendo”. “No, ti dico che ce la faccio!”. “Dai,
dai che si spegne!”. “No, no, guarda!”. “Sì, si spegne!”. “E invece no, ti dico, la sto accendend…”.”消
えた (Kieta. Si è spenta)”. Nell’esatto momento in cui dalla bocca dello shinigami uscì quella parola,
l’uomo che aveva giocato a fare il dio, cadde per terra senza vita in un tonfo sordo.

 
終わり(Owari. Fine). ここまで読んでくれて ありがとうございました (Koko made yonde kurete
arigatō gozaimashita. Grazie per aver letto fin qui).

 
Per chi fosse interessato, lascio due link per approfondire questo argomento:
– Esibizione del rakugo-ka Kyotaro Yanagiya: https://www.youtube.com/watch?v=P4PCds4tlT4
– Canzone del cantante Kenshi Yonezu: https://www.youtube.com/watch?v=8nxaZ69ElEc
またね (Matane. A presto!)

 

 

Filippo Fontan, 5AC

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Disegno di Matilde Bonaldo IAL

 

Sono 109 le donne uccise dal primo gennaio a oggi in Italia. Una media di un femminicidio ogni 72 ore, ogni tre giorni, due volte alla settimana; la maggior parte di loro sono state assassinate dal proprio partner o da colui che non lo era più ma non lo accettava. Il resto da parenti, conoscenti, sconosciuti. Il 5% delle donne ha subito uno stupro nella propria vita e quasi la totalità è stata protagonista di almeno una molestia. Sono dei dati sconcertanti, nonché la prova del nostro fallimento come umani e come società.

Li sentiamo al telegiornale, li leggiamo negli articoli sui quotidiani o sul web, ci appaiono nelle home dei social; li vediamo, ma raramente ce ne interessiamo sul serio. I giorni precedenti a questa orribile ricorrenza del 25 novembre, la Giornata Internazionale Per L’Eliminazione Della Violenza Contro Le Donne, notiamo un susseguirsi di notizie, statistiche, spot e uno strano improvviso interesse dell’opinione pubblica sull’argomento; il resto dell’anno è una notizia come un’altra accompagnata dalla solita frase “numeri in aumento”, ma oltre a quello non c’è molto. Non si parla mai di prevenzione, non si parla di deresponsabilizzazione, non si parla delle cause, non si parla degli effetti psicologici e men che meno si parla di tutte le altre forme di violenza contro le donne.

Non ce ne rendiamo conto ma tutto questo è un tabù. Se lo si affronta in un contesto scolastico, si finisce per parlare delle solite cose senza una vera informazione aggiornata, utile ed efficace: si dice che la violenza è sbagliata, non si deve uccidere, si deve denunciare subito, ma poi è finita lì. Se se ne si parla in famiglia, la maggior parte delle volte si ricade nel vecchio detto “le donne non si toccano neanche con un fiore” e il discorso si chiude. Se se ne si parla sui social, ci si ritrova davanti un muro fatto di “Basta con questi discorsi, hanno stufato. La violenza contro le donne è poca, perché di quella contro gli uomini non si parla? Ormai si sa che basta fare una denuncia e il problema si risolve”.

È davvero così facile denunciare? Prendi il telefono, chiami i carabinieri, spieghi la tua situazione e lasci che la giustizia, o anzi, l’umanità, faccia il suo corso, oppure ti rechi in un centro antiviolenza e ti fai aiutare. Semplice, no? Sì, nelle fiabe. Prima di riuscire a denunciare, la vittima deve fare da sola un percorso psicologico per capire che sta subendo una violenza, per realizzare che non è pazza, per comprendere che non ha colpe, per racimolare tutta la sua forza mentale e fisica e uscire dalla sua stessa casa con la consapevolezza di tornare come una donna diversa, per condividere il suo dolore con degli sconosciuti che dovrebbero essere lì per aiutarla. In un Paese civile, quest’ultimo punto, l’aiuto, verrebbe preso seriamente, ma l’Italia non è un paese di cui andare fieri, perché sottovalutiamo, minimizziamo, diciamo di parlarne con il partner, di avere delle prove perché la sola testimonianza non è sufficiente (e a volte nemmeno i segni sulla pelle, le contusioni, le fratture e le cicatrici bastano), di tornare se ricapita un’altra volta, di provare la terapia di coppia, di sopportare. Non ci prendiamo le nostre responsabilità. Parlo di “noi” come società, perché se 109 donne sono state uccise la colpa è di tutti coloro che possono fare qualcosa ma non fanno in realtà nulla.

La nostra società riconosce che c’è un problema e che bisogna fare qualcosa subito, ma quando davvero si arriva a parlarne sembra tutto molto lontano, inutile e senza importanza e le statistiche lo dimostrano: un italiano su quattro crede che l’atteggiamento e l’abbigliamento di una donna influiscano sulle sue probabilità di essere violentata, tre persone su dieci credono che uno schiaffo alla partner per gelosia o altre motivazioni futili non sia violenza, un italiano su tre crede che forzare la compagna ad avere un rapporto sessuale senza che lei ne abbia voglia non sia una violenza sessuale. C’è davvero bisogno di spiegare perché abbiamo fallito?

Ci rattristiamo, ci indigniamo, vogliamo condannare gli assassini, ma non pensiamo mai a come sia possibile che così tante persone siano tranquillamente riuscite a far sparire più di un centinaio di vite.

Crediamo davvero che quattro uomini su delle poltrone in televisione siano una voce autorevole sul tema della violenza contro le donne? O che Alfonso Signorini in un programma spazzatura abbia abbastanza voce in capitolo per parlare di aborto con una disarmante superficialità? O che la scuola faccia abbastanza? O che se ne parli troppo? O che sia facile vivere in una società del genere, dove se ho i capelli rossi sono brava a offrire prestazioni sessuali, se mi vesto attillata sono una prostituta, dove se mi gridano “bella gnocca” mentre cammino devo sentirmi lusingata, dove uno schiaffo non è nulla e chi mi dovrebbe proteggere sottovaluta le mie denunce, dove la mia stessa nonna, cresciuta in un ambiente ancora più radicalmente patriarcale, non indossa i pantaloni perché sono da uomo e da “donna di strada”, dove Rete 4 manda in onda uno spot in cui Michelle Hunziker dice che se nascondiamo il fatto che subiamo violenze per paura diventiamo complici del nostro carnefice?

Tutto questo è solo la punta di un enorme iceberg: la pressione psicologica, i ricatti, le violenze subdole che rappresentano un problema enorme di cui pochi si preoccupano e che viene ignorato da molti.

La violenza contro le donne può essere psicologica, fisica, economica, sessuale. Può essere definita stalking, catcalling, discriminazione o disparità di genere. Può essere troppe cose.

Le denunce ai centri antiviolenza non sono mai state così tante e questa è una sconfitta. Qualcuno direbbe che è un bene, che finalmente le donne hanno la forza e il coraggio di denunciare. Ma tutto ciò non è altro che una schifosa disfatta. Finché ci sarà anche solo una denuncia sarà vergognoso e non potremo definirci come una civiltà avanzata e basata sull’uguaglianza. Le scuole dovrebbero fare informazione, dovrebbero spronarci a conoscere la nostra società, dovrebbero formarci come persone e non solo su questo argomento, ma su tanti temi che vengono completamente ignorati e su cui dobbiamo crearci una cultura da soli. Si dovrebbe riformare la giustizia e creare leggi efficienti e messe davvero in atto. Si dovrebbero sensibilizzare correttamente le persone: meno programmi che parlano delle stesse cose negli stessi giorni e più varietà di informazioni corrette, ospiti competenti e temi contemporanei utili.

Rendiamoci conto di quello che ci accade intorno, informiamoci, comprendiamo.

Una delle più recenti ferite che ci dimostra per l’ennesima volta che bisogna cambiare riguarda il 21 novembre, quando la ministra per le Pari Opportunità, Elena Bonetti, ha discusso la mozione contro la violenza sulle donne davanti a 8 deputati su 630 che avrebbero potuto essere lì.

Cos’altro serve per dire che c’è un enorme problema sociale?

La Giornata Internazionale Per L’Eliminazione Della Violenza Contro Le Donne è un reminder annuale delle nostre responsabilità, ma sta a noi scegliere se iniziare a cambiare le cose e smontare questa società patriarcale per formarne una paritaria o se ignorare tutto questo e continuare a fare la faccia triste quando parlano di nuovi femminicidi per dimenticarcene un minuto dopo.

Basterebbe solo un briciolo di umanità.

 

Virginia Marchetto IVAC

Il romanzo che racconta della dea e maga Circe, figlia del titano Elios e della ninfa Perseide, è diventato molto famoso sui social, in particolare su Tiktok. È grazie ad un video visto su quest’ultima piattaforma, infatti, che ho deciso di cominciare la lettura del libro di Madeline Miller Circe; volevo avere qualche dettaglio in più su questo personaggio molto famoso, ma al tempo stesso poco conosciuto e “misterioso”.

 
Questo romanzo è un incredibile viaggio all’interno della mitologia greca. Alla vita della protagonista, infatti, si intrecciano svariati personaggi che conosciamo bene anche grazie ai nostri libri di scuola. Prima di iniziare questo libro, credevo di sapere molto sulla vita della maga Circe, accorgendomi, però, di essermi sbagliata parecchio.

 
Il romanzo racconta la lunga ed estenuante vita della dea, della quale, secondo me, viene costruito un ritratto con caratteristiche perlopiù umane. All’interno del libro, l’autrice ci presenta la dea con tutte le sue debolezze, paure, sofferenze e i suoi difetti ed errori. Molto spesso riusciamo a riconoscere situazioni tipiche della nostra realtà contemporanea, che non ci sembrano affatto assurde o irrealizzabili; questo ci fa rendere conto di quanto i miti riescano ad insegnare anche a distanza di millenni.

 
Circe fin da bambina viene vista come quella “diversa” o “strana” dai suoi familiari; per questo è emarginata, messa in ridicolo, sottovalutata, rifiutata. Nella prima parte del libro, dove lei vive ancora nella casa del padre, Circe è una ragazzina molto debole: non trova mai il coraggio di dire la propria opinione o di fare ciò che desidera davvero. Per questo motivo, credo che la lettura si possa definire un romanzo di formazione. Infatti, veniamo accompagnati piano piano nei pensieri della protagonista, vedendone l’evoluzione. La crescita personale di Circe è dettata dalle numerose sofferenze ed esperienze negative che la vita le pone davanti, non è una crescita improvvisa e casuale, al contrario molto lenta e anche dolorosa.

 
Ad un certo punto, però, scoprendo di essere una maga, viene mandata in esilio sull’isola di Eea. La parte centrale del romanzo si svolge su quest’isola, che piano piano Circe adatterà ai suoi bisogni grazie alla sua magia. Mentre noi aspettiamo con impazienza l’arrivo di Odisseo (o almeno io, convinta che la maggior parte del libro trattasse del loro incontro), Circe vivrà molte altre avventure. Il modo in cui l’autrice narra questi episodi mi ha tenuta incollata alle pagine. La Miller ha una scrittura molto poetica e dettagliata, le descrizioni sono sempre minuziose e precise, soprattutto quelle che riguardano le emozioni e le sensazioni dei personaggi.

 
Alcuni argomenti mi hanno particolarmente toccata tanto da volerli presentare cercando di non fare spoiler (guai a chi ci prova!).

 
Per me è stata una scena molto forte la descrizione dello stupro di cui è stata vittima. Da questo momento in avanti, inizierà a trasformare in maiali tutti gli uomini che approderanno ad Eea, dopo averli sufficientemente saziati e ristorati. “La verità è che gli uomini sono dei pessimi maiali” pensa Circe; immagino voglia dirci che in realtà certi uomini non sono solo “dei maiali”, ma addirittura peggiori di questi. Da queste pagine abbiamo la dimostrazione che una donna (non escludendo tuttavia gli uomini) non può mai sentirsi al sicuro, soprattutto quando è da sola; l’autrice scrive “ero una donna ed ero sola, era tutto ciò che contava”. Potrei aprire una parentesi infinita (ma non lo farò, perché spero che questo libro vi possa parlare da solo) sulla violenza contro le donne e sul fatto che l’unico colpevole sia l’oppressore e mai la vittima “per il suo atteggiamento” o “per ciò che indossa”.

 
Dopo la permanenza di Odisseo sulla sua isola, Circe avrà da lui un figlio, Telegono. Ho riconosciuto anche qui il ritratto umano che viene fatto della nostra dea. Lei sarà una madre premurosa, dolce e forse un po’ assillante, ma metterà sempre al primo posto la felicità e la sicurezza del figlio, in ogni occasione. Dalle pagine, capiamo quanto sia forte l’amore materno e quanto riesca ad andare contro ad ogni sfida o difficoltà: Circe farà di tutto per proteggere il bambino, si metterà contro Atena e scenderà negli abissi per sfidare Trigone. Il rapporto tra i due mi ha fatto accorgere di quanto a volte possa essere difficile per i nostri genitori lasciarci liberi di fare quello che desideriamo, poiché, avendo più esperienza, sanno che una determinata cosa potrebbe esserci nociva e provocarci dolore.

 
In questo libro, quindi, Circe non è tanto una dea, una maga o una titana; è soprattutto una bambina indifesa, una figlia, una sorella, un’amante, una madre, una moglie, una donna.

 

 

È un romanzo molto coinvolgente, ti rende infatti partecipe delle scelte e delle azioni della protagonista; mi sono sentita molto spesso triste, arrabbiata o nostalgica con lei. Credo che questo romanzo meriti pienamente la fama che ha acquistato.

 

 

 

Matilde Martinelli 3AC

Oggi ho intervistato Gianni Simonato, l’operatore scolastico che segue la manutenzione della palestra della Scuola. Due motivi mi hanno portato a farlo: il primo è che Gianni è una delle persone più gentili e disponibili che io conosca all’interno dell’Istituto. Il secondo è che spesso abbiamo una visione limitata dell’ambiente scolastico: conosciamo solo la nostra classe, i nostri professori, il nostro programma scolastico (forse); ma non sappiamo molto di tutte le altre classi, degli altri professori oltre ai nostri, del personale del bar, del gruppo teatrale, di quello musicale, dei rappresentanti, dei coordinatori, del personale scolastico… e con quest’intervista voglio appunto far conoscere meglio una persona che con umiltà, impegno e gentilezza, fa molto per la nostra Scuola.

 

Sara: Ciao Gianni, be’ mi hai detto che posso darti del tu quindi… innanzitutto come stai?

Gianni: Bene, sisi tutto bene.

 

S: Quanti anni hai?

G: Sono un giorno più giovane di Gianfranco – si riferisce al docente di educazione fisica- esattamente 11/12/61, SESSANT’ANNI COMPIO A DICEMBRE!

 

S: Dove abiti?

G: Io abito al Tresto di Ospedaletto Euganeo.

 

S: Hai mai praticato sport?

G: Sì.

S: Cos’hai fatto?

G: Sport non competitivo: mi piace camminare e mi piace il ciclismo. Mi piace fare escursioni in montagna, in particolare nella zona di Braies, l’Alta Pusteria al confine con l’Austria.

 

S: Da quanti anni lavori nella nostra scuola?

G: Non spaventarti… dal 1985.

S: Coooosa?!? Quanti sedi hai cambiato?

G: Be’ quando sono arrivato io c’era il palazzetto dello sport vicino al cinema Farinelli, poi all’epoca avevamo la succursale di fronte alla biblioteca comunale di adesso, la sede centrale e un’altra succursale a Monselice.

 

S: E la palestra com’era?

G: Io non lavoravo in palestra all’epoca… io lavoravo nei vari piani.

S: Ti piace di più lavorare in palestra o…?

G: Sì sì, mi piace di più in palestra, nonostante ci sia più da lavorare; mi piace lo sport di conseguenza mi piace la palestra.

 

S: Fra quanto andrai in pensione?

G: Allora attualmente, il 31 di Agosto, sono 39 anni e 5 mesi… e devo arrivare a 42 anni e 10 mesi per andare in pensione.

 

S: Pensi ti mancherà il lavoro, passati questi ultimi anni?

G: Eh insomma… zè un ciclo dea vita. Nella vita c’è un momento in cui si lavora e dopo si entra nella terza età, nella quale, dicono, si possa fare tutto ciò che non si è potuto fare prima.

S: Quindi hai un po’ voglia di andare in pensione?

G: Ci sono tante cose che non ho fatto in questi anni e che ho voglia di fare… girare l’Italia per esempio! E mi piacerebbe fare tutto l’Appennino con lo scooter.

S: Con lo scooter?!?

G: Sì, tutto l’Appennino fino a Roma.

S: Bellissimo! Corajo però

G: Eh sì mi piacerebbe, spero di stare bene e di poterlo fare… è un desiderio.

S: Bello, non è scontato avere desideri del genere!

 

S: Cosa ti è sempre piaciuto di questa scuola?

G: Be’ il Liceo è sempre stato un punto di riferimento per le scuole di Este… i ragazzi che sono qua hanno voglia di studiare e sono rispettosi verso le altre persone, cosa che non sempre si trova negli altri istituti.

S: E cosa cambieresti?

G: Be’ cambiare non è compito mio: c’è un dirigente scolastico e un DSGA – acronimo per Direttore dei servizi generali e amministrativi. È compito loro cambiare le cose, io non posso esprimermi su cosa si potrebbe cambiare o meno.

 

S: Un aneddoto divertente della tua vita professionale qui al Ferrari?

G: Be’ negli anni ‘90 accompagnavo i ragazzi nelle gite scolastiche con il dirigente M… siamo stati a Roma, Vienna, in Costa Amalfitana e sono state delle belle esperienze.  Se tu mi chiedessi qual è una delle soddisfazioni più grandi del mio lavoro finora, ti direi il fatto che, quando cammino per Este, trovo i ragazzi di allora, che attualmente sono genitori, padri e madri di ragazzi che sono al Liceo e qualcuno addirittura insegna nel nostro Istituto.

S: E com’erano queste gite?

G: Mi trovavo bene… accompagnavo anche i ragazzi a gare sciistiche. A quel tempo avevo un’altra età; ora capisco le responsabilità delle gite scolastiche.

S: Ne hai viste di cose eh!

G: Eh sono entrato al Liceo che ero giovane…

 

S: Un’ultima cosa… un saluto ai ragazzi del Liceo.

G: Allora… saluto tutti gli attuali ed ex alunni di questo Istituto, che diventeranno e sono medici, architetti e tanto altro!

 

Un’ultima cosa che Gianni si è premurato di dirmi ad intervista finita è che vuole assolutamente andare alle Olimpiadi Invernali di Cortina 2026.

 

Sara Bertin 5AC

Sveglio la notte, penso,
Assopito il giorno, desidero,
Il mio sguardo, perso,
Il tuo sguardo, spero.

Forte è il legame, inquieto,
Che la notte ci lega, invero,
Nell’antro del mio pensiero, segreto,
Nella fantasia, del mio desiderio.

Poesia è il tuo sguardo, davvero,
Poesia è il tuo volto, felice,
Poesia è il tuo sorriso, sincero.

Dolore è la distanza, e il cuor mi dice:
Dolore è la tua assenza, dolore etereo.
Dolore è ciò che mi muove, e mi ferisce.

 

Filippo Magaraggia 4AA

Stanco afferravo, arruffavo gravato da un peso,

arrancavo francobollato ai miei pensieri,

arruffavo i suoi disagi,

afferravo le sue malinconie,

prendevo i suoi dolori, sommavo.

Venivo sovrastato e i suoi mali, di me

si nutrivano.

Se un’ape si gode il dolce nettare,

il fiore se ne priva, credendo nella non detta amicizia.

Lei ape, io fiore.

Le parole non dette, un’amicizia in bilico.

A me, incapace di vedere, mostrami il nettare depravato,

mostrami, ti supplico, che il mio frutto non sia stato buttato,

che l’amore rimane, che i suoi segni non mi abbandonino.

 

Nicola Ramin 2BSA

Percorro la piccola stradina lastricata, mentre cammino sento la sabbia sotto i piedi che, come sempre, ha invaso anche i tragitti che conducono alla spiaggia.

Tutto è stranamente deserto e silenzioso attorno a me, sembra che le persone si siano dimenticate di quella cosa che, da tanto tempo, attira milioni di visitatori, nuotatori e soprattutto vacanzieri: il mare. Quella splendida e informe massa blu, oggi è tutta per me. 

Ed ecco che finalmente ci confrontiamo; lei mi guarda, io la guardo. Parliamo attraverso il silenzio, interrotto dallo scrosciare delle onde. Mi siedo sulla riva e lascio che i piedi vengano bagnati dall’acqua e mi sento avvolgere dall’odore della salsedine. Il sole è basso sulla linea dell’orizzonte: è sera. Scruto quella retta infinita che, nell’immensità del mondo, si confonde al rosso tramonto del mare, che diventa uno specchio del cielo. Tutto è fuso e la differenza tra realtà e virtualità è impercettibile. Mi trovo in un luogo ameno, seppur diverso da quello che gli autori ci restituiscono, di solito con alberi e radure incantate, sento che il tempo si è paralizzato. 

 

In questa atmosfera però, c’è un buio che parte da dentro di me. È la passione ingiustificabile per la tristezza e la riflessione che si fa sentire, e mi domina. Cosa ne sarà di tutto questo? Cosa ne sarà di me? E delle persone che amo? 

La verità è che la risposta a queste domande non esiste, e tutto sta nel saper dare valore agli attimi che si vivono con le persone. Molte, troppe volte infatti quando ci confrontiamo con qualcuno o siamo in una relazione, tendiamo a dare per scontato di non essere soli. 

Tendiamo a lasciar affievolire la passione, perché diventa qualcosa di ovvio e sicuro. Ebbene, è sbagliato. Così facendo inneschiamo dei comportamenti errati che allontanano le persone che ci vogliono bene. Tutto diventa così forzato e obbligato da portare avanti. Mi chiedo, è troppo tardi? È troppo tardi per tornare a quella semplicità di cui l’uomo necessita? Cerchiamo di fare imprese straordinarie, di dire cose complicatissime, di comportarci in un modo sofisticato e macchinoso, di dimostrare alle persone quanto crediamo di valere, di avere una reputazione impeccabile, un curriculum vitae stracolmo e sovraffollato, di possedere qualsiasi cosa sia oggetto di desiderio; cerchiamo svaghi nella droga, nel fumo, nella pornografia, nell’alcool, aspiriamo a una bellezza ideale e canonizzata, capelli biondi, gambe lunghe, uomo alto e piazzato, donna disponibile e prosperosa. Ci rifugiamo dietro a delle maschere, incolpiamo il diverso, il nero, il religioso, l’ateo, il politico, il fratello, la sorella, i parenti, l’amico, l’amica, solamente perché la nostra vita, crediamo noi, fa schifo. 

Ci dimentichiamo di apprezzare le cose belle, i dettagli della vita, le piccolezze che poi danno un senso a tutto quanto, anche alle cose che la società in cui viviamo ci chiede e ci sprona a fare. Ma il principio e la base di ogni cosa è proprio questa, non possiamo costruirci come una persona solida e soprattutto valorosa, senza tener conto di ciò. 

E attenzione, l’uomo non deve essere perfetto e senza errori, perché così dicendo complico io stesso la questione. L’uomo, nel senso di essere umano, deve solo cercare e ritrovare se stesso nella sua dimensione originale, senza i luoghi comuni, le etichette e l’influenza esterna. Ci sono poche persone che sanno stare con tutti, perché gli altri sono troppo concentrati nel categorizzare e gerarchizzare la società. Quando è chiaro che nessuno è migliore di nessuno in termini di sesso, situazione economica, ideologia politica, religione, salute, diritti e così via. Non sappiamo stare in pace e in relazione con l’altro perché se ci guardiamo dentro non ride più nessuno. Come possiamo credere di poter amare e di poter desiderare, quando rifiutiamo noi stessi e la nostra natura?

 

Ormai è buio, non me ne ero accorto. Mi alzo lentamente e ripercorro la strada, le luci della città illuminano il cielo quasi come fosse giorno.

Ripercorrendo i pensieri, mi convinco che non devo farmi omologare da nessuno, devo vivere come meglio credo e fare ciò che desidero fare. Ciò non significa essere ribelli, non lo sono e mai lo sarò, ma vuol dire saper distinguere e porsi criticamente a ciò che accade. 

Della serie: non mi comporto in una certa maniera per venire accettato da un gruppo, sono come sono e preferisco non avere una cerchia di amici che non avere un’identità. Poi a quest’ultima corrisponde una personalità e a sua volta, degli amici che la accettano. Questo è il segreto della relazione con gli altri. 

 

Il mare mi fa riflettere, mi fa sognare, sperare e soprattutto mi fa tornare in pace con me stesso, solamente, soprattutto, quando siamo io e lui a dialogare tramite l’aria e il tacito sguardo. Ora però, è arrivato il momento di chiudere gli occhi e lasciarmi trasportare nel sonno, verso giorni migliori e una gioia incontenibile.

 

Filippo Magaraggia 4AA

When I walk in the night

The dark shadow splits my sight:

Within a dream a desire,

Within a desire a stream.

A stream of thoughts

And a book of words,

Words you cannot say

For my mind could shade.

A game of shadows

And the path is narrow,

But a light I shall see

If you let come here.

Let me walk through your sorrows

So I can catch a glimpse of my tomorrows.

Teodora Berghi

Cari amici del G.B.,

È passato ormai più di un anno da quando è iniziata la pandemia. Chi mai si sarebbe aspettato che la nostra vita sarebbe stata stravolta in questo modo? Chi avrebbe mai pensato che ci sarebbero mancate le nostre solite abitudini? Sono mesi che viviamo con incertezze, sconforti e  con la speranza di un ritorno alla nostra vita quotidiana; forse solo ora stiamo cominciando a vedere uno spiraglio di luce in fondo a questo tunnel buio.
Ma come abbiamo vissuto, e tutt’ora stiamo vivendo, l’inaspettata situazione noi studenti?

Il periodo ci ha permesso di confrontare due esperienze scolastiche differenti: la scuola in presenza e la DaD, ovvero la didattica a distanza. Quest’ultima è stata certamente l’unica opzione possibile per non fermare l’istruzione, con lo scopo di mantenere un legame tra studenti e insegnanti. Nonostante ciò, la lontananza ha portato inevitabilmente molti ragazzi a isolarsi e ha fatto provare a tutti tristezza, nostalgia e molto stress, con una conseguente demotivazione in ogni attività. Invece, coloro che hanno provato a impegnarsi senza perdersi d’animo, si sono sentiti dire almeno una volta “tanto in DaD è tutto più facile”.
Avete idea di quanto sia demoralizzante questa affermazione? In questi mesi la nostra mente è stata portata al limite: da marzo del 2020 la nostra routine consiste nello stare dalle 5 alle 7 ore al computer per le lezioni, poi il resto del pomeriggio e parte della sera sui libri o su un altro schermo per studiare. In effetti, i sintomi fisici non hanno tardato a farsi sentire, mentre le alternative assai ridotte di svaghi ci hanno avvilito psicologicamente. Sembriamo quasi degli automi, macchine che si muovono senza una propria volontà.

Abbiamo raccolto diverse opinioni di studenti della nostra scuola, che secondo noi sarebbe interessante riportare. Alcuni affermano che, sotto più punti di vista, la didattica a distanza sia stata più pesante rispetto a quella in presenza, sia per la mancanza di contatti esterni alla propria famiglia, sia per il carico di studio davvero elevato e da svolgere necessariamente chiusi in casa. Inoltre in DaD è molto più complesso capirci tra noi compagni e con i professori e, come alcuni hanno potuto constatare, proprio questa mancanza di dialogo ha contribuito ad un allontanamento reciproco.
Altri hanno fatto notare come l’appesantimento dello studio a distanza si è riflettuto sullo sport, almeno per i pochi fortunati a poter frequentare attività motorie consentite durante la pandemia. Altri ancora hanno riflettuto sul fatto che, se si verificassero più spesso dei piccoli gesti, che fin’ora sono stati isolati, come fare una pausa durante la lezione per sentire il nostro parere o il modo in cui stiamo vivendo questo brutto periodo, il tutto si potrebbe certo alleggerire.

Un fatto particolare, riscontrato da parecchi studenti, è legato all’enorme differenza tra il primo e il secondo lockdown. Dopo l’estate, c’era tra gli studenti la trepidazione di tornare a scuola in presenza a settembre, poiché mancava la compagnia dei coetanei e si voleva stare in un luogo diverso dalla propria camera. Purtroppo non è stato un ritorno felice.
Certo, abbiamo rivisto i nostri compagni e gli insegnanti di persona e non dietro uno schermo, ma le continue incertezze hanno spinto a cercare di realizzare in presenza più test scritti e orali possibili, quasi come se fosse una vera e propria “corsa ai voti”, molto più pesante dello scorso anno. Quindi, nonostante la seconda quarantena sia stata ovviamente più organizzata per questioni di tempistiche maggiori, la situazione già complicata di per sé non è di certo stata agevolata.
È comprensibile il timore che a distanza si possa copiare più facilmente, ma ci vorrebbe più fiducia nei nostri confronti. Inoltre, è logico ritenere anche che gran parte dei giovani sia consapevole che le azioni compiute oggi lasciano segni nel nostro futuro.

Come detto in precedenza, durante la DaD c’è stata l’impressione che il carico di compiti sia aumentato. Ciò, in realtà, già normalmente è gravoso. Ahimè, è comune che molti studenti siano ansiosi e stressati. Sappiamo bene che per ottenere grandi risultati bisogna lavorare veramente sodo, ma quando si arriva a dover rinunciare ad uno sport o ad una propria passione per prestare attenzione allo studio, vuol dire che la situazione è diventata ingestibile.

Quindi, assolutamente consapevoli del fatto che la situazione complessiva sia assai complicata anche per i nostri docenti e per il personale scolastico – tra l’organizzazione generale, gli orari da stabilire, le lezioni da preparare, ecc.-,  noi studenti ci teniamo a dire che siamo esausti. Abbiamo bisogno di ritornare presto a vivere e stare in compagnia, di dedicare del tempo a noi stessi, sia per coltivare hobby, sia per fare attività stimolanti, sia per riposare la mente. Abbiamo un grande desiderio di conoscenza, che aspetta solo di essere valorizzato da noi stessi e da coloro che lo possono comprendere. Abbiamo bisogno di non perdere le nostre ambizioni e le nostre passioni; di essere compresi, incitati a non mollare e, soprattutto, di non essere lasciati soli.

Con questo articolo, ci piacerebbe sensibilizzare un po’ più persone, al di fuori del comparto studentesco, sul nostro punto di vista. La DaD non è stata certo una perdita di tempo: è stata ardua, stressante e a volte si sono verificate delle incomprensioni.
Crediamo perciò che sia importante far sentire la nostra voce ed esprimere nella massima correttezza la nostra opinione, anche perché, lo sappiamo, la scuola siamo noi, i professori e il personale scolastico.

Grazie dell’attenzione, e buona continuazione dell’anno scolastico.

È tutto da Elisa Polato e Ilaria Ballan.

"Siete pronti ragazzi?" "Si signor capitano!"

“Siete pronti ragazzi?”
“Si signor capitano!”

Un tale al mercato se ne andava a spasso
Appresso si portava un ananasso:
Regale e altezzoso camminava
Le foglie a mo di corona sulla testa sfoggiava.
Il frutto profumato e dolce alleggeriva l’aria,
Invece sott’acqua una spugna vi abitava.
Il tizio, che era un dottore,
Con l’oro della scorza e i tacchi pareva un gran signore.
Abitava in un appartamento,
Ma col castellon sperava un trasferimento…
Dunque verso casa si diresse
Rifiutando uno strappo in calesse
Però lungo una discesa,
La suola delle sue scarpe perse la presa.
Inciampò in un sasso,
Si ruppe crapa ed ananasso

 

~Sara Boscolo

Banana "inscocciata"

Banana “inscocciata”

Dolce frutto degli dei celesti
Venduto in migliaia di cesti,
Sei una dolce pausa dal lavoro
Sei più colorata di una collana d’oro.
Prendesti spunto dalla luna luminosa?
Perché dal colorito e la forma sinuosa
Non posso che ammirare la tua figura
Che mi rifocilla dalla mia vita dura.
Or mi sorge spontaneo domandare:
Ragazza, ma che cavolo devi a fare
Se la notte è tormentata dai crampi
Dolorosi come mille lampi?
Stattene seduta sul divano a poltrire
E non temere di dimagrire…
Oh beh, che dire per non sembrar cattivo?
Lo sapevi che il potassio è radiottivo?

 

~Enrico Pinton

5Asp, foto dei -100 giorni; A.S. 2020/2021

5Asp, foto dei -100 giorni;
A.S. 2020/2021

La Commissione britannica per l’occupazione e le competenze (2014) fornisce la definizione di occupabilità in termini di abilità, descrivendola come la sintesi delle competenze necessarie per svolgere quasi tutti i tipi di impieghi. L’occupabilità contiene in sé l’insieme di risultati, delle abilità, delle comprensioni e degli attributi personali che rendono i laureati più qualificati ad ottenere un lavoro e ad avere successo nelle professioni scelte, a vantaggio di loro stessi, della forza lavoro, per la comunità e per l’economia (Accademia di Istruzione Superiore, 2012, Pedagogia per l’occupabilità). In quale modo il profilo di un neolaureato può rispondere contemporaneamente alla definizione di un percorso di acquisizione di competenze disciplinari e a quello della maturazione di abilità di vita? Quali occasioni episodiche o processuali possono presentarsi nella vita di un giovane studente tali da fargli sperimentare esperienze di relazione, di autonomia o di competenza?

5Asp, A.S. 2020/2021

5Asp, A.S. 2020/2021

L’impegno di un individuo in una pratica deliberata per l’acquisizione di performance esperte ogni giorno, per anni, per decenni quando la maggior parte dei coetanei della stessa età gioca e si svaga, rende queste persone non semplicemente capaci in un ambito specifico, ma qualificate a mantenere alti livelli di pratica (Ericsson et al., 1993). Un’esperienza sportiva iniziata presto nella vita può fornire un ambiente eccellente per accumulare una serie di risultati in cui le abilità possono essere apprese, sviluppate, applicate, mantenute ed adattate. 

Negli ultimi anni l’interesse crescente per l’occupabilità dei laureati ha portato alla pubblicazione di numerosi studi di indagine sui vari attributi e abilità richieste nel mondo delle imprese. In particolare i datori di lavoro danno priorità ad abilità come la risoluzione di problemi, l’autogestione, il lavoro di squadra, la consapevolezza degli affari e del cliente e le capacità di comunicazione. (Coffee et al., 2014). Le competenze stanno diventando insufficienti in relazione all’occupabilità poiché ciò che rende qualcuno di successo in un ruolo particolare oggi, potrebbe non esserlo domani; se cambia l’ambiente competitivo, cambia la strategia dell’organizzazione e la modalità di collaborare o gestire un diverso gruppo di colleghi. Questo rende il mercato del lavoro uno dei più difficili della storia. Poiché i lavori stanno cambiando così rapidamente sembra quasi impossibile prevedere le competenze necessarie nei prossimi anni. Alcuni dati suggeriscono che i contesti accademici non producono laureati che soddisfano le competenze richieste dai datori di lavoro. Le prove hanno dimostrato che una laurea da sola spesso non è sufficiente ad ottenere un impiego; i laureati devono dimostrare altri modi in cui hanno appreso, sviluppato, applicato, mantenuto e adattato determinate abilità e attributi.

Recenti studi hanno dimostrato che l’impegno nello sport competitivo avvantaggia il laureato in quanto predispone il datore di lavoro a ritenere che quell’esperienza gli abbia fornito un alto grado di disciplina, responsabilità e perseveranza (Pfeifer & Cornelissen, 2009). Smismans e colleghi (2020) hanno mostrato che l’atleta possiede quattro competenze significative e rilevanti per l’occupabilita nelle varie tipologie di aziende. La prima competenza, “Carriera e gestione dello stile di vita”, sottende  l’importanza di un’ autodisciplina ben sviluppata, del senso della responsabilità e della capacità di dare delle priorità, di saper dosare l’impegno e di essere disciplinati.  Gli atleti percepiscono marcatamente il possesso di qualità come l’abilità di orientare i traguardi e la determinazione ad eccellere nelle diverse richieste di vita. Ciò conferma la tipica forza degli sportivi e il potenziale trasferimento di questa dallo sport d’ élite al mercato del lavoro.  

La seconda competenza, Career Communication, indica il buon sviluppo delle capacità interpersonali e della pianificazione della carriera, sia nella fase pre che in quella post ritiro. Terragrossa e colleghi (2015) enfatizzano che una bilanciata multi-identità personale facilita il passaggio degli sportivi in una nuova carriera in quanto fornisce gli atleti di più risorse già da loro sperimentate (transazione di competenze).

L’identificazione della terza competenza, Career Resilience, supporta la capacità di autonomia della gestione dello stress e della consapevolezza emotiva. Il successo nell’autocontrollo acquisito con la pratica dello sport d’élite viene traghettato al mercato del lavoro (Park et al., 2013). 

Come quarta competenza questo studio ha riconosciuto l’importanza dell’impegno professionale e della flessibilità. L’identificazione di questa competenza incrocia le richieste dei datori di lavoro che attribuiscono grande importanza all’impegno professionale e alle qualità personali correlate, come la capacità di presentare le idee in modo chiaro, l’attitudine ad identificarsi con la cultura e la volontà di fare di più per la propria organizzazione, facendo leva sul proprio senso di responsabilità. 

In generale, più alta è una posizione in un’organizzazione, più gli attributi sociali ed emotivi contano; per gli individui in posizioni di leadership, l’85% delle loro qualità appartengono al dominio sociale ed emotivo. Perciò coniugare la valorizzazione della dimensione accademica con quella umana significa vedere il giovane laureato sotto una duplice luce e riconsiderare i moltissimi atleti sparsi per i trentanove fusi orari del mondo come una realtà ad altissimo potenziale umano.

5Asp in pista di pattinaggio, Piazza Maggiore, Este; A.S. 2020/2021

5Asp in pista di pattinaggio, Piazza Maggiore, Este; A.S. 2020/2021

Le penne di Sara Muraro, Giorgia Piccirilli, Kevin Aggio, Antonio Sattin, Martino Doni, Matteo Noventa, la classe tutta 5 ASP e la Professoressa Biino

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Sei tu gesto d’amore, dolce carezza.
Sei tu pace al core, chiunque t’apprezza.
E della carnagione rosea e arancione
Nel mio animo cresce un’emozione
Tanto delicata è la tua polpa chiara
Addolcisci questa nostra vita amara.
E una leggera peluria, delicata piuma,
Ricopre la tua pallida carne cruda
E mi ricordano di una fanciulla le gote,
Baciate dal sole, in un campo di rose.
Ed il tuo fiore ti adorna come una corona
E cullato dal vento rilascia il suo aroma.
Ma parliamo ora di cose più bizzarre
Come da una pesca si riuscì ad estrarre
Un bambino. Va bene, capisco tutto…
Ma vi immaginate andare a letto con un frutto?
(A quanto pare in Giappone è una tradizione)
E poi, povera pesca, lei e le sue curve graziose
Inviala come emoji per messaggio,
Fallo se hai un briciolo di coraggio!
Ti considereranno un losco pervertito,
Tanto è allusivo, è poco gradito.
Comunque, diuretica è ogni sua fetta…
Quindi “plin plin”, come dice Rocchetta.

 

~Enrico Pinton

Le Garçon aux cerises -1859, Edouard Manet

Le Garçon aux cerises -1859, Edouard Manet

Tonda, lucida e profumata
Sul ramo, fra l’erba, tra delle labbra t’ho trovata.
Ridente sei fresca
Complice di una tresca;
La tua polpa custodisce cristallizzato
Il profumo del tuo fiore sbocciato,
Ti avvicino alle orecchie, gioiello
Ed odo i rumori di un’estate dal sole bello.
Corro fra i prati, la gonna sventola via:
Ti colgo e sei solo mia.
Il tuo è un rosso di passione, un rosso d’amore
A guardarti sollevi il cattivo umore,
Ma lo fai venire alla mamma se mi coli sulla stoffa
Come il sangue a lavar via sei tosta.
Il tuo nocciolo poi è motivo di competizione
A chi lo sputa più in là va l’orgoglio di una nazione;
Mi raccomando però di non esagerare,
Perché una tira l’altra, ed è come avere il maldimare..

 

~Sara Boscolo

Personalmente preferisco quelle opere artistiche a diretto contatto con gli spettatori. La gamma di produzione artistica dei nostri giorni raggiunge picchi ormai altissimi – e con arte intendo qualsiasi produzione creativa fatta per essere vista o consumata da un pubblico. Navigare in questo mare di tutto e di niente può essere sempre più fuorviante, e si finisce per immergersi ed uscirne con la testa riempita di così tante storie e immagini, che ormai l’unica cosa che ci rimane è l’indifferenza.

Motivo per il quale ho pensato di risparmiarvi la faticosa nuotata e di poter condividere oggi un singolo artista che possa accompagnarvi per la prossima settimana. Perché, diciamocelo, a chi non piace guardare qualcosa di bello?

Magari stimolare la curiosità con qualche “pizzicotto” d’arte contemporanea. Visto che non sono un critico e su Rompipagina non posso nemmeno condividere gli sticker di Sgarbi (ne ho almeno tre su Whatsapp, se volete) cercherò di portarvi solamente quello che ha attirato negli ultimi giorni i miei occhi assetati di cose belle.

 

Luo li Rong

La mélodie oubliée, Lui Li Rong

La mélodie oubliée, Luo Li Rong

Luo Li Rong, nata nel 1980 in Cina, ha studiato presso l’Accademia delle Arti Changsha. All’età di venti anni si è laureata con il massimo dei voti e la lode alla Beijing Central Academy of Art di Pechino. Dal 2005 si è trasferita in Francia e attualmente lavora e risiede stabilmente a Bruxelles, in Belgio. Alcune delle sue sculture sono state esposte ai giochi Olimpici di Pechino del 2008.

Quello che vi propongo oggi è “La mélodie oubliée” (letteralmente “La melodia dimenticata”), una scultura in bronzo realizzata nel 2007. L’arte di Luo li Rong si ispira a quella rinascimentale e barocca, in commisto alla purezza e semplicità della tradizione orientale.

Le sue opere artistiche sono l’emblema della bellezza e sensualità femminile. I soggetti assomigliano a fate e ninfe dei boschi, con i capelli mossi da una brezza leggera, gli sguardi fieri e le vesti rese estremamente realistiche, a riproporre il tulle accarezzato dal vento.

Rappresenta un punto d’incontro importante tra l’arte occidentale e orientale: da una parte il realismo e la tradizione classica dei nudi femminili, dall’altra la semplicità, la bellezza, la grazia tipiche delle stampe e dei disegni del lontano Oriente.

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È impossibile non rimanere estasiati dalla gentilezza delle forme e della composizione, dalla “melodia dimenticata” che sembra venir trasportata via dal vento. La sentite?

La mia assomiglia a flauti fauneschi, cinguettare d’uccellini e il lontano scroscio di un ruscello, ma chissà, questa musa potrebbe essere benissimo in grado di suonare le sinfonie più impensabili, e chi ci dice che dietro a quel volto grazioso e risoluto non si nasconda in realtà un’anima spietata e assassina alla Red Sparrow?

Se volete fare un viaggio tra fiabe e sogni dove le protagoniste sono donne danzati, vesti soffiate dal vento che si aprono a ventaglio, figure sospese in una lontana dimensione, allora le opere di Luo Li Rong sono proprio quello che vi serve – soprattutto quando la vita pesa incredibilmente sulle nostre spalle e abbiamo proprio bisogno di un po’ di sana leggerezza.

 

Nausika Celnikasi, 5Ac

Oranges, 5 July 2010, Tim Johnson

Oranges, 5 July 2010, Tim Johnson

Frutto corposo, profumo pungente
Colore acceso sotto al sole cocente.
La buccia rugosa che ne protegge le membra
Delle dolci tonalità simili all’ambra
La cui dolcezza l’animo solo non scorda
E rinasce ogni qual volta le morda.
Sei l’esempio perfetto di condivisione
Tant’è che ti dividi in spicchi per ogni occasione.
Ma funesto fu il giorno in cui venisti creata
Perché, pur essendo deliziosa e prelibata
Maronne! se sbucciata rilasci il tuo odore
Che provoca agli occhi e narici ogni dolore,
Solo il gas nervino fa un simil danno.
E chi urla “Aprite le finestre abbiamo l’affanno!”
“Non si respira! C’è odor d’arancia in ogni dove”
Poveri coraggiosi in questa situazione…
Comunque dicono sia un lassativo naturale
Perfetto per chi non si riesce… a liberare.

 

~Enrico Pinton