In una società guidata da canoni estetici irraggiungibili e stili di vita spesso fuori dalla portata della maggior parte della massa, la sensazione di sentirsi “sbagliati” continua ad espandersi in modo sistematico nelle menti di tutti noi. Ogni nostra valutazione di noi stessi è resa possibile dal fatto di possedere degli “standard”, il nostro giudizio è frutto di un confronto tra ciò che vediamo allo specchio e ciò che invece rappresenta il nostro stesso “ideale di bellezza”; maggiore è il divario più il nostro senso di inadeguatezza sarà destinato a crescere.

A tal punto sorgerebbe spontaneo chiedersi cosa concretamente rappresenti per noi il termine “bellezza”, ma la realtà è che ognuno di noi darebbe una risposta differente. La bellezza non è intrinseca negli oggetti, ma bensì nella valutazione che noi effettuiamo nei confronti delle loro caratteristiche fisiche e dunque non può che essere soggettiva. I nostri ideali di perfezione derivano dalle nostre esperienze, dai canoni estetici e dalle mode che ogni giorno partecipano alla nostra quotidianità, dall’epoca stessa in cui viviamo e perciò soggetti a cambiamento. Cosa dunque ci spinge a voler essere come la società propone? Cosa ci spinge a mirare alla tanto ambita perfezione?

L’insoddisfazione che sentiamo potrebbe non dipendere dal nostro aspetto esteriore ma dai comportamenti e dagli atteggiamenti con cui noi stessi lo vediamo. Ognuno di noi gode di una rappresentazione mentale del proprio corpo costituita dalla prospettiva di un osservatore esterno, più semplicemente, ciò che siamo certi gli altri vedano quando ci guardano e definita dagli psicologi: rappresentazione di “sé come oggetto estetico”. La nostra insicurezza ha impatto soprattutto a livello comportamentale, l’insoddisfazione per il nostro aspetto fisico passa spesso dall’essere una semplice preoccupazione, ad un’ossessione compulsiva che condiziona inevitabilmente il nostro umore e di conseguenza le nostre relazioni interpersonali. In casi estremi ciò comporta addirittura a forme di isolamento sociale ed ad altri tipi di patologie come il disturbo narcisistico della personalità, vigoressia, dismorfofobia, o più comunemente, ad anoressia e bulimia che interessano in particolar modo i giovani, i quali si vedono costretti a cambiare il proprio stile di vita ed alimentazione. Il tempo che trascorriamo di fronte uno specchio o sopra una bilancia continua ad aumentare e i canoni estetici proposti con insistenza da social network e pubblicità, ormai alla portata di tutti, ci spingono a lasciare in secondo piano ciò che è realmente importante, ossia il rapporto positivo col nostro corpo.

Vivere in funzione della propria immagine, osservando rigorosamente mode e risultati concretamente inarrivabili può realmente ritenersi “vivere”? Curarsi del nostro aspetto, senza esagerare, risulta essere in ogni caso importante per rimanere in buona salute. Dobbiamo riconoscere che ogni cambiamento che apportiamo al nostro aspetto non ha il semplice ed unico scopo di compiacere noi stessi, ma nella maggioranza dei casi, seppur in piccola parte, anche di compiacere gli altri. L’essere umano è un animale sociale che per natura ha bisogno di un confronto con ciò che lo circonda, ma in particolar modo con i suoi simili; affinché tale confronto non ci ferisca tendiamo a “proteggerci” omologandoci agli altri e a ciò che la maggioranza ritiene “bello”. Non cambiamo mai unicamente per noi stessi, ma una volta compreso ciò, è essenziale capire allo stesso modo che il giudizio altrui non può e non deve definire chi siamo. Vivere di apparenze ci porta inevitabilmente a dimenticare quelle caratteristiche che tanto ci rendono speciali rispetto a tutti gli altri, ci porta a dimenticare la nostra sostanza, così come del resto tutti gli altri pregi che ci contraddistinguono ma che tuttavia, necessitano un impegno maggiore per essere scoperti. Il rischio di risultare “vuoti” una volta tolta la nostra maschera superficiale diventa quasi inevitabile.

Negli ultimi anni forse come forma di protesta o riscatto sociale, si sono radicati in quantità sempre maggiore modelli alternativi che distorcono il concetto di bellezza classico, proponendone invece uno mai visto prima. Che si tratti del campo dell’abbigliamento o di qualunque altro aspetto che coinvolga la nostra esteriorità, questa crescente voglia di novità, di creare stupore o talvolta perfino perplessità, non finirà a sua volta per divenire un ulteriore moda a cui potersi conformare? Omologarsi al “diverso” risulta dunque essere tanto lontano dal voler corrispondere ai canoni di bellezza imposti di norma dalla società stessa?

Accettarci per quello che siamo nonostante i nostri innumerevoli difetti, per quanto possa sembrare un concetto tanto lontano quanto sopravvalutato, rimane un punto chiave per il nostro benessere personale. Accettare il fatto che non raggiungeremo mai standard concretamente innaturali sta alla base per poter amare chi siamo e cosa rappresentiamo. Si tratta semplicemente di equilibrio, curasi troppo del parere altrui così come di conseguenza del nostro aspetto fisico, nuoce allo stesso identico modo di non curarsene affatto; si tratta di coniugare il fatto che gli altri non smetteranno mai di giudicarci al fatto che la loro opinione non deve condizionare la visione che abbiamo di noi stessi. Risultare “belli” sotto tutti i punti di vista per un’unica persona spesso si rivela più benefico di risultarlo per molti. Si tratta semplicemente di amarsi.

Emily Zecchin, 3^Bl

Secondo l’articolo 9 della Costituzione italiana “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”. E secondo l’ideale greco anche l’acquisizione di autocontrollo e di razionalità fa parte della cultura di una persona. Però spesso, in questi giorni, sentiamo parlare di atti di razzismo nei confronti di persone di nazionalità cinese, litigi nei negozi di beni essenziali, atti di speculazione o di sciacallaggio agevolati da tale crisi, manifestazione di panico per il virus…
Udendo simili fatti vengono sempre alla mente certe profetiche pagine dei Promessi Sposi in cui si parla delle reazioni della folla alla peste: ciò è dovuto principalmente alla mancanza di razionalità, di autodisciplina, di senso della misura che troppo spesso viene meno a molti in tali situazioni. Ma in moltissimi in queste situazioni interviene anche la mancanza di senso di protezione da parte delle autorità.
Saper reagire razionalmente ai pericoli senza farsi prendere dal panico, al tempo stesso calcolando i rischi e rispettando le regole, è un’abilità essenziale nel viaggio della vita, che si sviluppa vivendo, ma ci viene insegnata tramite gli esempi, dai nostri famigliari, dai nostri insegnanti, dai grandi autori e certamente anche dai politici. La prima forma di cultura che in emergenza Coronavirus lo Stato deve tutelare è la razionalità. Serve stabilire e trasmettere le regole in modo chiaro, per poi farle rispettare: rinunciando di più ora riprenderemo più velocemente le nostre abitudini un domani; serve punire in modo intransigente chi se ne approfitta per trarne vantaggi: senza la salute di tutti lo Stato intero muore, e il benessere viene prima del denaro; serve fare informazione sana, non terrorismo, e ciò per non accrescere l’ansia: la paura è la prima che contribuisce ad indebolire lo spirito e il corpo, favorendo la diffusione del virus. Non parlo solo del Coronavirus, ma anche di un altro: il panico.
Un altro è il problema dell’istruzione e della diffusione della cultura, un tema affrontato sì particolarmente in questa fase, ma generalmente in ogni momento. Coinvolgere gli studenti e fare in modo che le persone si avvicinino alle fonti di conoscenza diventa una sfida sempre più ardua di fronte alla nascita di attività che sono più allettanti, semplici e immediate rispetto ad altre. La cultura, in tutte le sue forme (esclusi gli 8 anni obbligatori di formazione scolastica, necessità primaria per ciascuno), deve essere un bisogno libero e spontaneo che nasce nell’individuo, perché solo se c’è uno slancio si ha conoscenza, e poi progresso. Senza la volontà, essa diventa un’imposizione. La vera cultura non deve essere né una sorta di indottrinamento imposto da un regime totalitario, né un fenomeno di conformismo di massa, cose che scoraggiano dall’essere sé stessi: la cultura non deve essere elitaria, ma semplicemente libera di essere abbracciata da chi ne sente il bisogno interiore.
Credo sia indispensabile, per chi ne ha la necessità, cogliere questo momento come un’occasione di arricchimento, su tutti i fronti. In particolare, per noi studenti è il momento di capire qual è il vero scopo dei nostri studi: non qualcosa che ‘bisogna fare’, ma una crescita per noi stessi, un impegno che prendiamo per il nostro futuro, un edificio che costruiamo per la nostra vita. Ora, in tutti noi, a prescindere dall’età, emerge se la cultura è per ciascuno un obbligo o un desiderio.
Per concludere, la cultura “non è il contrapposto di ‘incultura’, e non intende designare certe attività o prodotti intellettuali che sono o sembrano più elevati, organizzati e consapevoli di altri; vuole denominare invece il complesso delle attività e dei prodotti intellettuali e manuali dell’uomo-in-società, quali che ne siano le forme e i contenuti, l’orientamento e il grado di complessità e consapevolezza, e quale che sia la distanza dalle concezioni e dai comportamenti che nella nostra società vengono più o meno ufficialmente riconosciuti come veri, giusti, buoni, e più in genere ‘culturali’. […] sono cultura nel senso che costituiscono anch’essi un modo di concepire (e di vivere) il mondo e la vita, che può piacerci o no (e che spesso, anzi, deve dispiacerci), ma che è esistito ed esiste e che dunque va adeguatamente studiato nei modi e nella misura in cui la sua conoscenza accresce la nostra consapevolezza storica e la nostra capacità di scelta e di orientamento nella nostra società moderna” (A.M. Cirese, antropologo italiano).

Matilda de Riva, 3^Ac

Primule si alzano al soffice sole; annunziano l’arrivo di rinascita: boschi gemmati e fioriti accolgono gli animali.
Ora svegli, riprendono furenti i lavori vitali. Scappano al rumore di paesani, venuti per festeggiare la nuova nascita.
Qui del poeta la penna veloce de feste e amori scrive, ispirata da felici e danzanti fanciulle.
Qui del pittore il pennello sulla tela scivola, cogliendo immagini di villaggi e bei prati colorati

Cristian Cavallaro, 2Cl

Cosa vuol dire “abbi il coraggio di amare”? Se non amo magari non è perché non ho il coraggio! Magari non ci credo e basta nell’amore.
Cosa vuol dire “l’amore è cieco”? Chi crede nell’amore cieco secondo me fa la fine dell’uomo onesto e probo della Ballata di De André.
Ma in base a che cosa praticamente tutti sul finire dei vent’anni si innamorano follemente e decidono che oddio mio questa è la persona con cui voglio stare per tutta la mia vita? Sarà che sono troppo piccola ma io non li capisco i ritmi del vostro amore; da quando un sentimento ha tempistiche, date, scadenze stabilite dalla nostra volontà?
Mi fa rabbia, mi fa rabbia che tutti parlino di “amore” e io non so neanche che cos’è.
Ditemi che cosa intendete per “amore”? No perché se mi dite che amore è rinuncia, dovete spiegarmi cos’è per voi la rinuncia. Se amare vuol dire rinunciare al vestito bordeaux perché lui è geloso delle forme, o, rinunciare alla partita di calcetto il sabato pomeriggio, allora io non rinuncio! No perché se mi dite che amore è “avere occhi solo per una persona”, allora o io non ho mai conosciuto una persona che ama veramente, o l’amore lo provano solo le persone che sono innamorate da tipo dieci minuti.
Almeno non prendetemi in giro. Ditemi che l’amore per voi è un esercizio; giorno per giorno s’impara ad entrare nell’altro (che è un in-dividuo, non una metà) e ad accoglierlo. Non è un colpo di fulmine e anche se dovesse esserlo, spero che non vi si fulmini la capacità di capire che l’altro non è vostro. Una persona ha i suoi pensieri, le sue idee, i suoi vissuti, i suoi dolori, i suoi amici, le sue gioie, i suoi cari, le sue esperienze e certo che è bellissimo condividere parte di tutto ciò, ma bisogna anche essere consapevoli che ci sono cose che non si possono condividere.
Non vi sto simpatica (per usare un eufemismo) perché secondo voi sono estremamente cinica? Be’, non immaginate a me quanto poco state simpatici (altro eufemismo) quando dite “mio”. Ma tuo cosa? Solo gli oggetti hanno un proprietario. Se dici “mio” non ami una persona, rendi questa schiava. Schiava della tua euforia di avere una persona con cui condividere un’intimità diversa da quella che avresti con un qualsiasi altro essere umano.
Ma chi si è inventato “l’anima gemella”, “l’altra metà”? Non sono questi tutti artifici umani per dare un filtro dolce alla vera immagine di amore? Perché per noi l’amore non può semplicemente essere un processo naturale che fa in modo di tenerci in vita come individui illusoriamente felici e come specie umana, e niente altro?

Anonima cinica

Schiava libera della vecchia routine,
Ma sottomessa alla nuova,
Ho preso ad addormentarmi nell’ora
Della luna amica, che fedele e devota
Trapela alla mia finestra col suo argento
Mi raggiunge; accarezza il volto mio
A ciglia basse e labbra schiuse,
Brilla allora una ragnatela di saliva:
Siamo un Romeo pallido di velenosa morte
Una Giulietta stesa tra un letto di fiori trapuntato
Che si innamorano a distanza di sicurezza

~Boscolo Sara 4^Bs

Insomma la ciliegina sulla frittola
che è quest’arrogante frottola.
Piccola trascurabile preoccupazione
è la goccia che fa traboccare il nonsenso.
Tutti preoccupati per il metro di distanza,
le destinazioni cancellate,
per le mani che non possono sfiorarsi,
e la psicosi cronica che sfocia in sorrisi preoccupanti.

È la nostra normalità, percepita come stranezza,
un’influenza sempiterna, non solo annuale,
abbiamo nostalgia di qualcosa che non ci appartiene:
oggi si vive di distanze, di ologrammi, di finzione…
La realtà è astratta, virtuale, con un click
siamo onnipresenti…
Venite a dirmi di sentire la mancanza di un abbraccio?
Un “ti amo” per messaggio, ecco la pazzia.
Un selfie al posto di un palmo sulla guancia, una follia.
E le apparenze nient’altro che tutto e niente
come le ciaccole dei politici e della politica stessa.

Voglio conoscerti a carne-vale,
dove la realtà torna protagonista concreta
tramite una festa di fantasiose maschere;
così ti vedo come non ti vedrei mai,
con le braghette alla zuava e le bretelle a fiori,
io invece sembro Pucca innamorata 2.0:
ci siamo noi, non i nostri vestiti,
ma gli sguardi, i respiri e le dita,
che ingarbugliate alle mie, ti porti al petto;
al metro di sicurezza rispondiamo ballando cosce contro cosce:
Tu che mi cingi stretta-stretta
io che mostro i denti, in una paralisi emotiva,
mentre ti ausculto il cuore, orecchio contro petto,
tutti e due tremiamo;
“se ti chiamo ‘amore’ in una lingua straniera,
Tu mi capisci perché non serve traduzione “.

Oppure conoscerti già ed esserti amica,
essere con te in una stanza rosa,
essere anche magari un libro aperto,
(nonostante le doti e l’esperienza da attrice)
alla tua domanda “X, che cosa succede?”
in risposta al mio broncio stralunato
trasformo le mie iridi castagna nel dipinto La grande onda.
Allora tu ti accucci, mi vedi davvero, mi fissi.
Mi sussurri sguardi, parole e segreti;
dunque io, nel mio ideologico individualismo mi sento meno sola.
Ci abbracciamo, ora sei pure tu una Lacrimosa di Farinelli,
ci tempestiamo di endorfine e degli oceani in miniatura
che spilliamo tra i sussulti.
È acqua calda e tranquilla
quella che ci solca le rughe del sorriso;
l’ultimo tremolio d’aria esce dalle labbra, aperte appena appena,
a parte gli occhi gonfi,
sto di nuovo bene.

Sarò mica l’unica a vedere certe cose.
Dovrà pur esserci una realtà comune, lo dice Darwin.
Mettetevi gli occhiali, aprite gli occhi, svegliatevi,
toccate con mano, non limitatevi a mere fotografie.
Stiamo diventando uomini senza umanità,
abbiamo trascurato il pelle contro pelle,
la carne ha perso la sua importanza
ed ora la ribadisce prepotente
rivendica il suo ruolo.

~Boscolo Sara, 4^Bs

 


Studiare o lavorare?
Crescere è una grande fatica, siamo sinceri. Le cose però iniziano a peggiorare quando oltre alle pressioni di famiglia e società, si aggiungono anche quelle scolastiche. L’apprendimento è un aspetto fondamentale per la vita di qualsiasi essere vivente, in particolare però per la specie umana in quanto è una caratteristica semplicemente essenziale. Un tempo vi era la classica domanda: “E’ più faticoso studiare o lavorare?” La risposta che poneva l’accento sulla difficoltà del lavoro fisico, incoraggiava nel proseguimento degli studi. Ma con le conoscenze odierne, siamo così sicuri che studiare sia più semplice? Negli ultimi anni si è riscontrato, a livello statistico, che un’altissima percentuale di giovani abbandonano gli studi: ciò vorrà pur significare qualcosa! Inoltre la domanda risulta essere subdola fin dal principio in quanto suggerisce che studiare e lavorare siano due attività diverse quando in realtà lo studio è un lavoro a tempo pieno: semmai bisognerebbe confrontare l’attività mentale e quella pratica. In passato un grande rispetto era infatti riservato agli anziani perchè grazie alla loro esperienza erano riconosciuti come “biblioteche viventi”. Oggigiorno invece il valore di qualcuno si basa sulle capacità di adeguarsi ai cambiamenti e di riordinare le proprie conoscenze.
La scuola insegna veramente?
La scuola dell’obbligo si protrae attualmente fino ai sedici anni, ma in verità non si smette mai di imparare. Ultimamente stanno però nascendo nuove critiche al riguardo; la più gettonata (anche da diversi studiosi e psicologi) è quella che pone l’attenzione sul metodo di insegnamento. Secondo questa tesi, gli studenti non apprendono in modo valido perchè si limitano a una strategia utile al superamento degli esami ma scarsamente efficace nella vita pratica. La scuola viene perciò accusata di trasmettere solo delle nozioni, senza insegnare effettivamente ad imparare.
L’ansia di studiare:
Concentriamoci però su cosa comporti imparare, partendo da un dato abbastanza diffuso: studiare crea ansia. Lo studio è fatica, tensione e rinunce. Moltissime persone hanno sperimentato quanto sia duro mantenere la concentrazione su un testo: il pensiero vola via. Alcuni consigli per migliorare la resa nello studio consistono nell’associare contemporaneamente informazioni visive ed uditive. Come ad esempio collegare la spiegazione della Rivoluzione Francese al quadro “La libertà guida il popolo” di Eugéne Delacroix. Ovviamente però ciascuno di noi studenti deve trovare il metodo di studio più adatto che permetta di conciliare vita sociale e acculturamento personale. Il segreto è dunque quello di trovare un equilibrio psico-fisico e una serenità mentale che possano migliorare l’apprendimeto di nuove nozioni, per crescere e maturare da tutti i punti di vista.
Maddalena Facciolo, 5ASA

Non penso che Ghandi quando disse:” Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” avesse compreso quanto difficile sia sentirsi una fase, sentirsi l’ultimo tramonto di un interminabile giorno. Per quanto l’alba si prospetti serena, siamo veramente pronti ad abbandonare quei lati di noi stessi con i quali ormai avevamo imparato a convivere? È risaputo, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”  e prendere delle decisioni non è da meno, non sappiamo mai se di fronte ci troveremo un muro o una porta. È un po’ come giocare alla roulette solo che in palio mettiamo noi stessi. Ma allora vale davvero la pena rischiare così tanto per un salto nel buio?

I giocatori d’azzardo approvano:  l’estasi che si prova quando si abbassa la manopola della slot machine,  il tremito che li pervade quando il terzo “7” ruota e girando potrebbe ancora completare il tris vincente. Ma non è la loro futura rovina quella che stanno osservando ipnotizzati? Scommettersi per un brivido.

Non molto tempo fa, nella Grecia classica, nasceva un uomo brutto che ,col suo pensiero rivoluzionario, mise assegno il suo tris di “7”, per nostra fortuna. Per gli amici era Socrates, per gli studenti è Socrate, per gli ateniesi era un pezzo di me… Secondo il filosofo, un po’ come non si smette mai di imparare, allo stesso modo di giorno in giorno, scopriamo aspetti sempre diversi e nuovi di noi stessi e questo basterebbe come motivo per dare un senso alla nostra vita. Vivere per conoscersi. Qualche anno dopo, il cinema italiano partorirà una delle sue pellicole più riuscite “La grande bellezza” in cui un brillante Tony Servillo, alias Jep Gambardella, risucchiato nel vortice della mondanità, smarrisce la propria strada finendo per condurre un’esistenza per lo più passiva (sicuramente il remix di “A far l’amore comincia tu” del Sinclair non l’ha aiutato).

Vale la pena quindi di vivere, di provare emozioni forti anche se la posta in gioco é alta perché in fondo l’esperienza è l’insieme dei nostri errori e l’oracolo di Delfi forse quella volta non aveva così torto a reputare Socrate l’uomo più saggio di tutti.  “Mangio le radici perché le radici sono importanti”, reciterà una vecchia santa nelle ultime battute del copione di Sorrentino, a ricordare che la bellezza, quella grande, è dentro di noi.

Odiate!Soffrite!Commuovetevi!Rischiate!Amate!Vivete! Provare dei sentimenti è forse l’unica certezza di cui siamo pienamente sicuri e forse può esserci utile saperlo proprio in mezzo a quel mare di confusione e delusioni che è l’adolescenza.

William

Negli ultimi due anni, la presa di coscienza da parte della società civile circa temi quali l’inquinamento, il consumo delle risorse naturali e i cambiamenti climatici sembra aver subito una rapida crescita, specialmente nelle fasce più giovani della popolazione. Sentiamo parlare spesso di manifestazioni, e probabilmente qualcuno di noi ha preso parte a una di quelle di Padova. Possiamo poi notare l’aumento del numero di prodotti rispettosi dell’ambiente e di misure per combattere l’accumolo della plastica, non solo pratiche ma anche sottoforma di campagne di sensibilizzazione trasmesse tramite i mezzi di comunicazione: molti avranno presente lo spot della birra Corona, con la frase “In paradiso non c’è spazio per la plastica”. Mai come ora appare necessario che i governi e i cittadini di tutto il mondo cooperino per la realizzazione di uno sviluppo sostenibile. Ma come fare?
Nel 2015 le Nazioni Unite hanno concordato 17 obbiettivi globali del nuovo millennio. Tra questi, emergono, per la prima volta finalmente distinti fra loro, temi ambientali quali: l’acqua pulita; urbanizzazione, industrializzazione e agricoltura sostenibili; promozione delle energie rinnovabili; utilizzo responsabile delle risorse della terra e del mare, e lotta contro i cambiamenti climatici.
Un elenco tanto bello idealmente, quanto difficile da realizzare, perchè ovviamente richiede approcci diversi basati sui tre pilastri economico, sociale e politico. Proprio per questo sorgono gli ostacoli. Un esempio non sempre tenuto in considerazione? Il sistema di produzione alimentare, che porta ogni anno a un elevato consumo delle risorse di acqua ed energia, all’impoverimento del suolo per diminuizione del carbonio, deforestazione, utilizzo di fertilizzanti e a un impatto sul clima per le emissioni dal 30 al 40% sul totale rispetto alle altre attività umane. Un grafico comparso sulla rivista Nature stima che senza applicare alcuna strategia nella produzione di cibo, vi sarà un aumento dell’impatto ambientale dal 50 al 90% entro il 2050.
Sono necessarie misure specifiche, come lo sviluppo di tecnologie per migliorare l’efficienza energetica anche di fonti rinnovabili e per sprecare meno acqua e prodotto finale, e un cambiamento nel tipo di coltivazioni.
Molti si chiedaranno: perchè non si opera subito in questa direzione? Non sembra impossibile, no? Non dimentichiamo che azioni di questo tipo risultano difficoltose per i paesi in via di sviluppo che non hanno la disponibilità economica per attuarle.
Un compromesso? Potrebbbe essere rappresentato dal principio in materia ambientale della “responsabilità comune ma differenziata”, elaborato nel 1992 durante la Conferenza di Rio: consiste nel richiedere misure diverse a seconda del paese.
Un altro elemento ostacolante consiste nel fatto che mentre sull’inquinamento non vi sono dubbi che l’uomo ne sia il diretto responsabile, l’attribuzione della colpa alle attività antropiche per i cambiamenti climatici è meno immediata. Ciò è dovuto alla mancata conoscenza dei dati scientifici o a una loro sottovalutazione. Inoltre, a seguito delle osservazioni sul campo e della raccolta di dati su fattori ambientali come la temperatura, sono stati elaborati dei modelli, basati su formule matematiche, in grado di esprimere una possibile situazione ambientale del futuro. Ma nei rapporti di valutazione dell’IPCC, a queste ipotesi è attribuita una probabilità maggiore solo al 66%. Capirete che molti capi di governo non rischiano l’economia del proprio paese.
Un comportamento estremo nei confronti dei cambiamenti climatici è rappresentato dai negazionisti, di cui fa parte anche il presidente Trump.
Se raggiungere gli obbiettivi è difficile e non dipende direttamente dai cittadini, come possiamo almeno contrastare la disinformazione e le opinioni errate?
I temi dovrebbero essere affrontati sempre tramite l’esposizione dei dati scientifici raccolti; la comunità scientifica dovrebbbe esprimere il proprio parere tramite modelli sempre più precisi sul futuro, i quali sono in continuo sviluppo grazie alla ricerca. Uno studio della rivista Nature, durato due anni, ha poi dimostrato come un’ adeguata campagna di consapevolezza alle tematiche ambientali somministrata ai giovani, possa influenzare anche i genitori attraverso la testimonianza di esperienze e racconti nel nucleo quotidiano e domestico della famiglia: la sensibilizzazione colpisce dunque tutte le fasce d’età. Infine, per convincere ancor di più sull’importanza dello sviluppo sostenibile, è utile tenere presente la sua definizione del 1992: “è lo sviluppo che soddisfa I bisogni di sviluppo e ambientali delle generazioni presenti e future”, le quali hanno diritto a parità di risorse rispetto a oggi e a un clima e ambiente vivibili. La nostra generazione è perciò chiamata a vincere quelle che si stanno rivelando delle vere sfide ambientali globali ed è richiesta la collaborazione di ognuno, indipendentemente dalla posizione da lui occupata e secondo le possibilità di cui dispone.

 

Chiara Zanin, 5ASA

Penso che tutti in questi giorni si stiano rendendo conto che tra un paio di settimane saremo nel 2020.
È strano solo dirlo, il 2020, wow. La prima decade che personalmente vivo completamente, i 10 anni in cui ho trascorso la maggior parte della mia adolescenza e dove ho frequentato la maggior parte dei gradi di istruzione scolastica. Fermandomi e riguardandomi indietro, percepisco e capisco sempre di più l’inesorabile scorrere del tempo, che, come un treno, passa e non aspetta nessuno.
Con un occhio al futuro, magari tra altri dieci anni, magari con piani ben precisi per la mia vita, desidero che guardandomi alle spalle si formi anche un semplice accenno di sorriso, e di non rimpiangere nulla dei, come dice Renato Zero, “i migliori anni della nostra vita”.
Quindi, quasi banalmente, e con una frase sentita cento milioni di volte, vi esorto, come il migliore dei vostri amici farebbe, a vivere questi anni, a non accettare ‘no’ come risposta e a fare ciò che vi rende felici; perché, cari miei compagni, questo tempo che noi ci lasciamo sfuggire dalle mani, come se fosse il più banale dei doni a noi offerti, non ci volterà più lo sguardo e andrà dritto per la sua strada.
-Rocco Bellon

Signore e Signori ecco a voi Rompi Pagina che torna con l’articolo più atteso dall’intera studentesca: il Ballo del Liceo, il quale quest’anno sarà -udite, udite- “The Nightmare before Christmas”. Per ironia della sorte o per volontà dei rappresentanti il titolo calza a pennello con il periodo natalizio: il raffreddore, l’influenza, le canzoni di Natale e l’incessante susseguirsi di verifiche e interrogazioni, motivo di sconforto tra i più giovani e meno esperti (vedi Giovanni Dal Santo). Si narra che alla notizia del ballo Vin Diesel abbia tirato un sospiro di sollievo e Chuck Norris abbia avuto un infarto, roba da principianti per uno come lui.
Ahimè, quest’anno c’è stato il gravoso passaggio di consegna: il dottore aka Stefano Vigato, ha lasciato l’onere e l’onore al pazzerello Blasco aka Niccolò Bagno e alla madrelingua veneta Sara Bertin (guai a ciamarla boara!). Seguendo il motto di Peter Parker “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, noi cercheremo di dare il massimo. In un’epoca del genere, però, in cui come nelle schedine alla Snai non v’è certezza (vero Giovanni Dal Santo?), chi può illuminarci il cammino meglio dei nostri rappresentanti?
A proposito di questi, la recente campagna elettorale ha visto lo scontro fra le forze del bene e del male, ossia tra i partiti ufficiali e gli Space Invaders, i quali, pur avendo conquistato il favore del pubblico, hanno tradito le aspettative rivelandosi fake. In via ufficiale la campagna elettorale ha sancito nuovamente la vittoria di Filippo Bernardoni, questa volta accompagnato dal fido Giorgio Varotto. Ad aggiungersi al duo c’è stato il paladino della giustizia Giovanni De Fazio, mentre si vocifera “per la lontananza del luogo” che dall’altra parte del Bisatto sia salito Manuel Vaccaro. Riusciranno i nostri quattro moschettieri ad organizzare il ballo dell’anno? Beh… lo scopriremo solo vivendo.
Anno nuovo, vita nuova; anno nuovo, location nuova per il G.B. Ebbene sì, quest’anno, dopo essere stati impossibilitati ad usufruire del “sempre caro” Calcatonega, i rappresentanti si sono trasformati in Beppe Marotta, non per lo strabismo, ma per aver piazzato il colpo Radio Londra: un locale incandescente a prova di studentesca che al solo nominarlo fa esaltare le nuove Cenerentola, le 2005! Nominate Cenerentola non per le doti da principesse Disney, ma per il coprifuoco rigorosamente non oltre la mezzanotte.
All’interno del comitato è inoltre sorta una questione di interesse nazionale: il fantomatico foglio del budget, custodito dal nostro rappresentante più gelosamente della maglia di Javier Zanetti, deve essere di dominio pubblico? Abbiamo la fortuna di informarvi che i rappresentanti, intervistati dai nostri inviati, hanno lasciato trapelare alcune indiscrezioni riguardo appunto l’uso del budget, che sarà usato anche per il dispiego di centinaia di body-guard addetti al controllo all-white, un casco di banane Chiquita e la presenza di ospiti d’onore. Riguardo questi, oltre alla presenza della vecchia guardia composta dal rugbista Sergio Parisse Costantini, Jordan Belfort Ambrosi e dal Dolcissimo Motta, il comitato ha optato per Denis Dosio e Bello Figo che, se verranno, lo faranno a precise condizioni: il primo ha richiesto un bagno privato per i Tik Tok, mentre il secondo pretende di arrivare con i suoi amici in una swag barca e di non pagare l’affitto. Vi faremo sapere.
Trattiamo ora di ciò che conta davvero e no, non parliamo del 6 politico a fine trimestre, ma dei più alti titoli nobiliari: il re e la reginetta. Premettendo che è difficile fare previsioni su quale capo verrà cinto dalla corona, ci si può affidare ad alcuni corollari: partendo dal gentil sesso e da chi se la può giocare per l’ultima volta, è scontata la presenza dell’eterna candidata alla finale Emma Marchetti e, al fronte dell’artistico, della capitolina Beatrice Cecchini. Che sia questo l’anno buono? Parliamo ora di chi ha più di un colpo in canna, le 2002. Irrompe prepotentemente, grazie alla pubblicità di Love and Lust, Sofia Ferraretto, a cui si contrappone la novellina Anna Scucchiari, mai chiamata in causa forse per evitare manie di grandezza da parte del nostro predecessore. Sempre per quanto riguarda la 4AS torna in auge il nome di Paola Fornasiero (verrà sicuramente il momento anche per la sorella Sofia), inoltre compare per la prima volta l’Atomica Bionda Camilla Marini. Chiude la lista delle candidate Angelica Borin, proveniente dal secolare vivaio di talenti del linguistico. Tra i prodi valorosi invece spiccano il cavaliere d’oltreoceano Marco Asap Morato per lo stile alla Trevis Scott, Riccardo Cuor di Leone, proveniente dalla nobile casata dei Bottaro e il Bronzo di Riace Joshua Ortolan. Giunge inoltre tra i più giovani il raccomandato Rocco Bellon, più famoso per essere ginger-freckly che un promettente rappresentante d’istituto. Chiude la lista sia per importanza sia per reali possibilità il fellone di Cold Fountain Giovanni Dal Santo, che si dice che abbia barattato la propria dignità vestendosi per l’ennesima volta da Babbo Natale in cambio della nomination.
Tipici temi natalizi sono i cori della chiesa, le domande dei parenti, i regali e l’amore. A proposito di quest’ultimo ci accingiamo a fornire maggiori dettagli. Oltre al duo Giulia Turetta-Filippo Bernardoni, è sbocciata la coppia M&M, ovvero quella dei due candidati Marchetti e Morato. E se esiste il titolo di re e reginetta perché non dovrebbe esistere quello per la coppia che scoppia? Lasciamo ai rappresentanti la decisione. Tornando ai fastidiosi cori natalizi, è freschissima la notizia che Giacomo Lemoni sia stato cacciato dalla Chiarastella di Solesino per la voce eccessivamente profonda e mascolina… chi invece non deve preoccuparsi che ciò avvenga è la star Lele il Cantante.
Infine non temete per l’outfit: se non vi aggrada l’all-white potete seguire i consigli del paladino Gio De Fazio, punto di riferimento per i teatranti, o, se non volete fare i poracci, potete affidarvi alla pellicciara Emma Zovi che sa il fatto suo.
Detto ciò vi aspettiamo numerosi al ballo e, come Salmo farebbe, vi auguriamo Buone Feste del… .
Da Rompi Pagina è tutto,
I vostri preferiti Niccolò Bagno e Sara Bertin.

Roma, mercoledì 30 ottobre 2019:
Viene approvata in Senato, con 151 voti favorevoli, la cosiddetta “Commissione Segre”, un nuovo organo collegiale volto a monitorare e combattere i fenomeni razzisti e antisemiti del nostro paese.
Ebbene sì, i voti favorevoli su 249 votanti sono stati solo 151; infatti 98 esponenti del centrodestra hanno ben pensato di astenersi dal voto, e, durante il lungo applauso che è seguito all’approvazione, di starsene seduti in silenzio ad osservare.
Dunque sorge spontanea una domanda: com’è possibile, nel ventunesimo secolo, astenersi da un tema che dovrebbe creare, in qualunque democrazia degna di tale denominazione, un sentimento di coalizione?
Dovete sapere infatti che Liliana Segre, la senatrice che dà il nome a questa commissione, non è soltanto una delle tante personalità politiche del nostro Paese; è bensì una superstite dei campi di sterminio nazisti, testimone oculare delle atrocità perpetrate durante la Seconda Guerra Mondiale a danno di ebrei, rom, omosessuali, disabili e oppositori politici del Reich quali comunisti e socialdemocratici.
Una storia “vecchia” 70 anni, per qualcuno già da dimenticare, ma oggi più attuale che mai.
Ora che le aggressioni razziste sono all’ordine del giorno, ora che l’arte degli slogan è più forte che mai, ora che “Prima gli Italiani” conta più del “Prima gli esseri umani”, e, per finire, ora che in una ricca cittadina vicentina, viene rifiutata una mozione presentata dal Partito Democratico per il posizionamento di pietre d’inciampo in memoria dei deportati in quanto “portatrici di odio e divisioni”.
Pare uno scherzo ed invece è proprio questo lo scempio ideale e culturale che arriva da Schio.
Ma com’è possibile strumentalizzare politicamente una questione del genere?
Charlie Chaplin nel film “Il Grande Dittatore” del 1940 recitava così:
“Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti, la natura è ricca, è sufficiente per tutti noi. La vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato”.
Chiedo adesso a voi che leggete di fermarvi un momento; di riflettere sulle parole di Charlot.
Personalmente, e con grande dispiacere, constato che il mondo d’oggi non è poi così cambiato da quel quaranta, ed è proprio l’astensione di quasi cento senatori a confermarmelo.
L’antisemitismo, così come l’odio e il razzismo sono ancora nei nostri cuori e da ciò segue che della Commissione Segre ce n’è bisogno più che mai.
Abbiamo il dovere morale di ricordare ciò che è successo, di non dimenticarlo mai, di fare in modo che mai ricapiti, e di difendere anche i nuovi oppressi.
La lotta all’antisemitismo e al razzismo deve, e sarà volere unanime.
Una crisi umanitaria, a forza di slogan, è stata trasformata, per ragioni di consenso, in una crisi politica.
Ma vi pare davvero che insistendo su questa linea di indifferenza, e talvolta addirittura di indulgenza e legittimazione nei confronti dei numerosi episodi di razzismo susseguitisi negli ultimi anni, andremo mai da qualche parte?
Se provassimo davvero, mettendo da parte la perenne campagna elettorale, a porre fine a questo imbarbarimento della società, a combattere all’unanimità i fenomeni di razzismo, antisemitismo e di qualunque altro tipo di discriminazione, forse potremmo avere tutti più decenza e autostima.

Desidero infine rivolgermi direttamente a coloro che contribuiscono a dare vita a questo clima d’odio e di violenza:
Se esiste ancora dentro di voi una parvenza di umanità, ogni tanto mettetevi una mano sul cuore, e fatevi un esame di coscienza. Prima le persone, prima la memoria, dopo le differenze culturali ed etniche.
Nel ’47 Primo Levi scriveva:
“Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scalfitele nel vostro cuore Stando in casa, andando per via,
Coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa, la malattia vi impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”.

Giuseppe Maria Toscano

Spalanca gli occhi il canuto veglio
Un lieve rumore accompagna il risveglio
Il gelido freddo di un giorno d’inverno
Niente di nuovo per un uomo eterno

Alla mattina arriva al cancello
Per un momento fissa il bidello
Lui se ne accorge e con grande coraggio
Capisce di avere davanti a sé un saggio

Spiana la strada al sommo sapiente
Con quel solo gesto eleva la mente
Lo osserva a lungo senza farsi notare
Dopo un istante lo vede sparire

Ed ecco Paolo che avanza sicuro
Vede una luce dal cielo scuro
Volge lo sguardo alla scuola malsana
Avverte l’acuto suon della campana

Pedala sciolto lungo il parcheggio
Ferma la bici ancora in noleggio
Scende con calma e sistema l’ombrello
Inizia così il giorno del vecchierello

Gli compare in viso uno strano ghigno
Fuoriesce da lui un lato maligno
Giunge un pensiero nella sua mente
Pregusta il dolore dello studente

Buongiorno a tutti test a sorpresa
State tranquilli a chi studia non pesa
Osserva studenti con crepe nel cuore
Uno tra tanti si affida al Signore

Coglie il momento e preso da compassione
Chiama il ragazzo in interrogazione
Con una domanda dà vita a un delirio
In pochi istanti realizza il martirio

Questa è la storia di un’anima affranta
Mai benedetta da un po’di acqua santa
Tapino collassa nel tristo destino
Precoce si appresta a varcare il confino

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa non è il tulipano
Che ti fa veglia dall’ombra dei fossi
Ma è una sfilza di voti rossi

 

~Metastasio

Al giorno d’oggi, molte persone si ritengono depresse solo perché stanno trascorrendo un periodo difficile e postano nei social cose false per attirare l’attenzione.
Queste persone, però, non sanno che la depressione è qualcosa di molto più serio: è una malattia le cui cause possono essere varie, ad esempio traumi infantili o anche la predisposizione genetica, e di cui non si conosce molto; si riconoscono però bene i sintomi: la quasi perenne tristezza e un senso di vuoto nell’anima, come se ci fosse un peso che ti opprime e ti rende svogliato. Inoltre, si perde la speranza nel futuro e qualsiasi cosa che di solito viene ritenuta gioiosa o interessante, viene spogliata dai lati positivi e vista come qualcosa di inutile.
Esistono, inoltre, molti tipi di depressione: la depressione post partum, che può comparire di solito in una neomamma, oppure il disordine affettivo stagionale, che colpisce, appunto, a periodi alterni durante l’anno (spesso autunno e inverno).
Quello che in realtà è difficile per i medici, e che li tormenta tuttora, è diagnosticare la malattia a un paziente, poiché è sconosciuto il motivo che causa questa condizione psico-fisica. Inoltre, può risultare complicato anche curarla e trovare i farmaci giusti.
Ci sono moltissimi dati e studi che possono affermare la serietà della depressione, che, a quanto pare, inizia a colpire sempre più i giovani.
Uno studio condotto da Jean Twenge, docente di psicologia e autore del libro “IGen”, conferma questo fenomeno in crescita: sono stati presi 200 mila adolescenti tra i 12 e 17 anni, tra il 2005 e il 2017, e circa 400 mila giovani adulti dai 18 anni in su, tra il 2008 e il 2017; i risultati dimostrano che il primo gruppo è soggetto ad un aumento di depressione del 52% (passando dall’ 8,7% al 13,2% ), mentre tra il secondo gruppo un aumento del 63% ( dal 8,1% al 13,2%).
Molti di questi studi dimostrano che chi contrae tale disordine mentale non sono solamente ragazzi e bambini, ma anche donne, anzi, sono quelle più predisposte a contrarla.
Quindi, queste persone, non solo divulgano il falso, facendo credere a tutti che lui o lei è depresso/a, ma si prendono anche gioco di quelli che si trovano veramente in difficoltà.

Cristian Cavallaro, 2CL

Non pensavo che quest’anno avrei avuto la possibilità di fare qualcosa di diverso dai soliti film guardati in solitudine. Lo pensavo solamente infatti. Perché quando ci affezioniamo a qualcuno ci sentiamo così inadatti ad amare? Perché non riuscivo a smettere di pensare che avrebbe preferito la presenza di chiunque altro tranne che la mia?
Non sono andato a quella festa. Potrei ancora andarci ma perché preferisco di gran lunga piangere in compagnia di playlist commoventi e luci soffuse?
Ho sempre visto il nostro rapporto come un lungo fiume a volte in piena a volte in secca ma perché fino ad una settimana fa mi hai fatto credere che stessimo straripando e invece contiamo le gocce? Mi dicesti che non desideravi altro che la mia essenza. Perché mi hai lasciato senza spirito? Siamo solo “”io””, queste dita in movimento, due occhi umidi e una voragine fra il mio cuore e la mia ragione. Perché mi fai questo?
Non sopporto di dovermi ripromettere ogni volta che non riaccadrà, che in fondo mi vuoi e mi vuoi bene, ma odio anche ripetermi che questa volta ti dimentico, ti cancello e andrò avanti senza di te.
Perché non riesco mai?
Perché mi devi sempre spingere giù da un aereo senza paracadute e poi salvarmi prima che sfiori il suolo?
Preferisco morire col cuore spezzato che vivere col cuore in polvere.
Hai mai sentito dire che una fenice rinasce dalle proprie ceneri?
Ma tu non mi hai mai ucciso. Sono quel ragnetto che in un angolo aspetta una mosca che non arriverà mai. “I’m in the corner watching you kiss her” “I keep dancing on my own and you don’t see me standing here“.
Non ho sentito altre strofe da quando ti conosco… Hai rapito tutto ciò che mi distingueva, che era mio e che ti avrei dato ugualmente solo coi miei tempi infiniti. Non ti sei nemmeno soffermato ad ammirare il tuo tesoro. Lo hai ammucchiato assieme a tutti gli altri depredati in precedenza. E ora sono solo una macchia d’inchiostro fuori posto nella tua storia. Ma non mi interessa.Io posso essere orgoglioso di come ti ho amato e di come continuo ad amarti senza che tu lo sappia e che tu lo apprezzi. Non riesco e non voglio smettere di farlo, mi hai insegnato tu che l’autenticità di una persona si vede dalla naturalezza delle sue gesta. Se mi punterai il coltello riuscirò a sopportare anche la lama che si fa spazio dentro di me… Non ti ricorda forse qualcos’altro? Non smetterò di credere che gli angeli possano piangere e i diavoli ridere e magari proprio all’orizzonte dell’impossibile ti capirò e ci sapremo interpretare.

 

William

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Cari quattro lettori di Rompipagina, avete mai fatto un’esperienza così folle da rischiare la vostra pelle? Una di quelle esperienze che vi fanno sentire vivi? No, non mi sto riferendo al Brucomela di Gardaland, ma a quegli sport che vengono chiamati “estremi”, come paracadutismo, parkour, base jumping, arrampicata, equilibrismo…

A proposito di quest’ultima disciplina vi racconto l’esperienza di un famoso funambolo che, un po’ filosofo un po’ criminale, ci fornisce una chiave di lettura dello sport estremo e della vita stessa.

Nel 1971 questo giovane francese bypassa i controlli di quella che allora era la Cattedrale di Notre-Dame a Parigi e sale su uno dei due campanili della facciata gotica. Nelle ore precedenti era riuscito a tendere una corda, salda e resistente, tra una torre e l’altra. Il suo nome è Philippe Petit. Non ha ancora ventidue anni ma come un bambino che fino a ieri gattonava e oggi si alza sulle gambe, lui sta per cominciare a camminare. Un passo, un altro, percorre la corda sul vuoto, sicuro e determinato, con un mezzo sorriso stampato sul volto. Ad un tratto addirittura si ferma e si sdraia lungo il cavo, davanti a centinaia di turisti increduli. Sembra un folle improvvisatore, ma in realtà si allenava per quell’impresa da ben sei anni, ininterrottamente. Terminato lo spettacolo la polizia lo arresta: ma lui sa che lo rifarà. Sa che ha appena cominciato a camminare.

7 agosto 1974, questo il giorno in cui Philippe camminò su un’altra fune, tesa tra altre due torri: le Torri Gemelle, New York City. Il terrorismo che avrebbe lanciato aerei contro quei giganti non era altro che l’ombra di fantasma lontano, all’epoca impensabile.

“Cos’è che porta a compiere un gesto così folle?” E’ il desiderio di sperimentare emozioni nuove e intense, infatti come afferma Bepi Hoffer, uno dei più famosi base jumper d’Italia: «Precipitare libero a 200km/h lungo la facciata di una montagna, il sibilo del corpo che cade, l’apertura della vela al momento giusto, l’adrenalina di cui posso godere mentre plano lentamente e la conquista del vuoto: ecco cosa cerco». Se quindi Petit camminava per non cadere, Hoffman cade per non camminare. Perché vuole volare.

Accanto a questa ricerca del brivido e del divertimento allo stato puro, praticare gli sport estremi rappresenta anche una sfida individuale, un input a superare le proprie paure e a dare sempre il meglio dimostrando chi si è veramente e di cosa si è capaci. Da questo punto di vista lo sport estremo rappresenta una via per conoscere sé stessi, ma anche la natura sublime che ci circonda: esso infatti ci dà un assaggio della grandezza della natura, di cui forse troppo inconsciamente facciamo parte, non accorgendoci che noi siamo soltanto attori e interpreti di questo meraviglioso spettacolo, e che esso non ci appartiene. Facciamo parte della natura, ma non la governiamo, non la possediamo. Siamo soggetti ai suoi andamenti, come un base jumper è soggetto alle correnti.

Tuttavia è innegabile che queste attività siano rischiose per la vita di una persona, basta uno sbilanciamento e non ci sono altre chance. La vita di chi rischia la vita è semplice: «In una traversata sul filo c’è un inizio, una fine, un progresso. E se si fa un passo di lato, si muore, tutto qui», dice Petit. Si sta costantemente sul filo del rasoio, in una labile ed evanescente linea di confine tra la vita e la morte.

Allo stesso tempo però non si può nascondere che ad esempio scalare l’Everest abbia degli effetti positivi: sviluppa l’abilità di controllare e dominare sé stessi e le proprie emozioni, permettono ad un individuo di raggiungere uno stato di equilibrio tra i propri limiti e le proprie capacità e di sintonia tra mente e corpo: il Nirvana. Questo sforzo mentale avviene anche per i base jumper, che prima di gettarsi nel vuoto cercano un punto di lancio, detto exit. Infatti una delle cose più importanti per loro è proprio cercare quest’uscita, studiare il mondo in verticale, per individuare la pedana invisibile dalla quale spiccare il volo. Cercare l’exit conta quanto gettarsi giù.

E noi quanti Everest dobbiamo scalare nella nostra vita? Quante volte vorremmo lanciarci ma non ci riusciamo? Veniamo costantemente oppressi dal lavoro, dagli impegni e dalla nostra società che non lasciano spazio per noi stessi e per la nostra personalità. Spesso vogliamo evadere da tutto ciò ed abbandonare la nostra comfort zone come fanno i base jumper.

Ma non troviamo l’exit.

By Pεriπateticy

Nulla ti graffia dentro

Come la notte

Con le sue dita scure

Unghiate di Luna

 

Sara Boscolo