<< Corea del Sud, traghetto si ribalta e affonda con 450 studenti a bordo>>

Sono passati 7 anni dalla tragedia del traghetto Sewol.
Il 16 aprile 2014, il traghetto Sewol si è capovolto e affondò sulla sua rotta dalla terraferma all’isola di Jeju, in Corea del Sud. Quasi tutte le persone a bordo erano studenti della Danwon High School, di età compresa tra 14 e 15 anni, classi del secondo anno che erano in gita.
Il disastro ha lasciato 304 morti.
Sono 78 gli studenti salvati sui 325 che erano a bordo. Nella ricerca dei dispersi arrivarono 40 unità di navi costiere, navi militari ed elicotteri accompagnati da unità subacquee che hanno dato il loro meglio per salvare più gente possibile.

La nave ha lanciato la richiesta di soccorso alle 8:58 locali, mentre erta a 20 chilometri al largo dell’isola di Byeongpoong. La dinamica dell’incidente non è chiara, ma le prime testimonianze hanno riportato un fortissimo boato prima che la nave cominciasse ad affondare inclinandosi su un lato. Le immagini televisive trasmesse in diretta hanno mostrato la nave che sommerse in solo 2 ore, portando con se tutto l’equipaggio a bordo.

Il nastro giallo (il colore che ricopre la nazione di speranza) è il simbolo del ricordo associato a questo enorme disastro.
Anche se il numero delle vittime continuava a salire nei giorni successivi, tantissimi coreani mostrarono il proprio supporto per le famiglie che ancora aspettavano il ritorno dei propri cari, aderendo alla campagna “Fiocco Giallo”, per tenere viva la speranza di trovare dei possibili sopravvissuti. Si cercò di diffondere un messaggio positivo tramite “un fiocco nero su uno sfondo giallo” con una scritta che recita in coreano: ” 작은 움직임, 큰 기적”(Un piccolo movimento, grandi miracoli).

Il giorno di questa tragedia è stato utilizzato anche in numerosi servizi commemorativi per le vittime del disastro. Il padre di una delle vittime ha dichiarato in un suo testamento
“Senza che nessuno lo sappia, i BTS hanno visitato tranquillamente i nostri figli attraverso la loro canzone e video. Ci hanno mostrato i loro cuori imperdonati. Anche a Yae-eun sarebbe piaciuto molto.”
Mentre uno studente sopravvissuto disse “Voglio che tutto sia una bugia” a proposito del disastro; “Quando mi sveglio la mattina, mi sento come se tutto andasse bene. Poi mi rendo conto che non lo è. Vorrei solo che tutto fosse una bugia.”
Riportando in luce, gli ormai famosissimi BTS, che hanno dedicato una canzone (Spring Day) a questo spiacevole evento per il loro paese dicendo “Come cittadino di questo paese, credo che dovremmo sentirci responsabili. Pensavamo di poter inviare le nostre condoglianze se potessimo. Abbiamo donato perché volevamo aiutare” (Kim Namjoon).
Namjoon, portavoce dei sette cantanti, ha anche detto di aver scritto la canzone in un pomeriggio, dopo aver visto una foglia cadere in un parco; perché loro erano presumibilmente in una lista nera sanzionata a causa del presidente. Nessun artista aveva il consenso di parlare, diffondere informazioni, aiutare le famiglie dei ragazzi o parlare di quello che il presidente non stava facendo per questo episodio considerato troppo politico. Erano in questa lista nera per aver donato privatamente 100 milioni di won (moneta coreana) vinti alle famiglie delle vittime per spese funebri e psicologiche.

“Il sole sorgerà di nuovo. Perché nessuna oscurità, nessuna stagione. Può durare per sempre ”
BTS – Spring Day

Aurora Crivellin 4AA

Ti ho amato come si amano le piccole cose,
con la spontaneità e il disinteresse che mi
hanno indotta a non volere mai nulla in cambio,
se non vederti stare bene.
Ma forse è qui che ho sbagliato, l’amore
non può esistere se è a senso unico,
servono compromessi e impegno da entrambe
le parti, altrimenti non ci si incontrerà mai
in un punto di mezzo,
ma semplicemente colui che ama continuerà a
trascinare la propria metà di cuore lungo una
strada priva di fine, senza mai incontrare l’altra metà.
Mi hai prosciugata del mio egoismo e hai
iniettato in me una predisposizione ad
annullarmi completamente per soddisfare
sempre le tue aspettative, hai riversato su di
me i tuoi rancori e hai proiettato su di me le tue
delusioni e io ti ho sempre lasciato fare perché
avevo troppa paura che l’alternativa mi
avrebbe consumata ancora di più.
E quanto mi sbagliavo.
Ci hanno forse un po’ troppo convinti che
l’amore vero sia quello che in cambio non
vuole nulla, ma la verità è che
l’amore vuole dare tanto quanto prendere,
e non sempre questo proviene dalla persona
che si trova dall’altra parte.
A volte amiamo perché
ci piace la versione innamorata di noi.
Ci piace la nostra spontaneità, la nostra forza
nel provare un sentimento così potente,
l’assenza di paura e il coraggio nel volerci
provare fino infondo.
L’amore addosso ci dona come un vestito
provato e apprezzato al primo colpo, per quale
motivo non dovrebbe farci piacere indossarlo?
Allora mi chiedo: che cosa mi piaceva di me
stessa mentre ti amavo?
Come poteva la versione disillusa, ingenua e
debole di me appagarmi così tanto?
Ma forse non avevo ancora imparato a
guardarmi dentro così bene da vedere
effettivamente quanto il
donarti me stessa
mi stesse
allo stesso tempo
consumando.
Anche dopo averti trovato, ho continuato a
cercarti disperatamente
tra le righe dei miei romanzi preferiti,
in mezzo alle ninfee di Monet,
nel concetto di amore secondo Hegel e Schopenhauer,
sulle note delle canzoni che mi dedicavi.
Tu hai invece scelto il tuo ego, alimentandolo
fino a farti accecare, fino a non riuscire a
vedere al di là di esso.
Capisci ora quanto sia stato difficile provare
un amore a senso unico? Perché oltre ad
amarti dovevo assicurarmi di preservare un po’
di affetto anche per me stessa, nonostante a
bruciarmi sulla pelle avrei voluto che fossero i
tuoi di sentimenti.
Perché è vero, l’amore oltre a prendere vuole
anche dare, ma chi riceve non sempre è
disposto anche ad offrire,
e prendere diventa una dipendenza
la cui fonte è chi decide di donare
una parte di sé,
la più intima,
ma soprattutto,
la più vulnerabile.

Meryem Agoujil 5AL

16 anni fa sono nata nella pace, privilegiata e amata.

La guerra è sempre stata sui libri e nei racconti d’infanzia dei miei nonni. Un’idea vaga che non avrei mai immaginato arrivasse davvero. Così ora, quello che sta accadendo nel mondo, mi toglie l’equilibrio.

Come può l’essere umano arrivare a tanto? Come può la vita valere così poco?

Impotente davanti a quello che accade, vorrei fermarmi. Vorrei sprofondare nell’immobilità per non sentirmi colpevole di un privilegio che non si può nascondere.

Migliaia di persone si riuniscono in piazza per la pace, molti bambini nascono sotto le bombe in un rifugio a Kiev e le persone che si incontrano si abbracciano, perché c’è più bisogno di amore.

Se è vero che le nostre azioni non possono fermare i missili sopra l’Ucraina, non è vero che non possiamo manifestare la pace intorno a noi.

Ascoltiamo di più, avviciniamoci all’altro, abbracciamoci, risolviamo quei conflitti che ci seguono come ombre e sciogliamo quei nodi che ci riempiono di rabbia.

Mi fermo ora a pensare, c’è ancora spazio per la vita? C’è ancora spazio per la pace?

Mariavittoria Castaldelli 1AC

Il 15 aprile 1452 in un piccolo borgo nei pressi di Firenze, nacque, da una relazione illegittima, come leggenda e storiografia narrano, Leonardo da Vinci.
Questa data, da allora, è diventata importantissima, perché quel giorno venne al mondo uno dei geni assoluti della storia dell’uomo, colui che meglio incarnò il sapere universale e integrale. Per questo motivo e per il valore simbolico di Leonardo in quanto prodigio, l’International Association of Art ha deciso di istituire il 15 aprile Giornata Mondiale dell’Arte, World Art Day.
Oggi, per trattare l’argomento, procederemo per domande, perché è proprio attraverso le giuste domande che possiamo trovare le risposte che stiamo cercando.
Ne approfitto per ricordare tutte quelle persone che, sfortunatamente, non possono vivere una vita serena per colpa della guerra, in Ucraina come in altre parti del mondo, in Etiopia, in Siria, la guerra c’è e permane. Dobbiamo esserne consapevoli, per riuscire a dire no all’insensatezza della violenza. Detto ciò, vi auguro una buona, coscienziosa, lettura!

“Cos’è l’Arte?”
Stando a ciò che riporta l’enciclopedia Treccani:
“In senso lato, capacità di agire e di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche, e quindi anche l’insieme delle regole e dei procedimenti per svolgere un’attività umana in vista di determinati risultati.”

Quindi possiamo dire che, ogni qualvolta che si fa qualcosa con un fine, e lo si fa in maniera
impeccabile, si è in presenza di Arte. Ma andiamo ancora più in profondità.
Da sempre l’uomo ha sentito l’esigenza di rivelarsi, di comunicare e di concretizzare la propria idea di estetica, di cultura, di vita. L’Arte, in questo senso, è stata ed è ciò che le parole non potevano e non possono esprimere. Infatti, la potenza mediatica di un’immagine, di un edificio, di una statua, è raramente riproducibile con altri mezzi. Noi dobbiamo molto all’Arte, per questo è giusto ricordarla.
L’Arte è il riflesso delle idee di ogni epoca, degli artisti e dei committenti. È un sospiro di ammirazione impresso sulla tela e sulla pietra, è il desiderio, che si tramuta in sogno, che diventa realtà, o dolce illusione. L’Arte è tensione e stasi, ricerca del sublime tanto quanto dell’ordinario, del caos tanto quanto del modulo. È soggettività che urla attraverso la convenzionalità di una linea retta. È oggettività impressa in una forma irrazionale. L’Arte richiede attenzione, passione, dedizione; non se la prende se la ignori, ma ti corrisponde, se la ami.
Però non è solamente ideali, perché l’Arte al servizio dell’uomo diventa legittimità, celebrazione, musa cantatrice delle virtù dello Stato, della Repubblica, di un partito; mezzo di affermazione sociale, di iconolatria, di protesta, di libertà, di diritto.
L’Arte è dunque un fenomeno complesso che non si può ridurre a qualche parola o a un concetto unico, perché il suo ruolo nel corso della storia varia proprio in funzione della storia stessa e delle persone che fanno Arte.
A tal proposito, due sono le domande fondamentali che mi sono posto:
“Cos’è per me l’Arte? Qual è il rapporto che mi lega a Lei?”.
Ritengo, però, che il bello dell’Arte sia l’emozione estremamente soggettiva che essa suscita; il rapporto personale, non universale, ma intimo e relativo che ognuno di noi ha con questa disciplina, è ciò che mi interessa davvero. Per cui ho fatto le stesse domande a tutti i professori dell’Istituto che trattano una qualsiasi materia che ha a che fare con l’Arte, e ho chiesto anche ai miei compagni di classe.

“Cos’è per voi l’Arte?”
L’idea di Arte che ognuno di noi ha, è la somma delle emozioni che tale disciplina ci trasmette. Per alcuni è una continua scoperta, un’avventura, è la capacità di meravigliarsi quotidianamente, è il giusto appagamento per la dedizione e la fatica che un artista impiega per realizzare un’opera. Altri vedono nell’Arte un criterio di ordine e di equilibrio necessari non solo al processo creativo, ma alla vita stessa. Altri ancora sostengono che l’Arte è puro disordine e istinto. C’è chi, quando pensa all’Arte, si emoziona e non smette più di parlare e di scrivere al riguardo, perché Arte può essere un brivido che corre lungo la schiena di fronte a un’opera. Ma l’Arte è anche divertimento!
Diversi sono i modi con cui le persone entrano in contatto con questa disciplina, ed è proprio questo approccio che modifica la percezione di cosa è artistico e di cosa non lo è. Ma vediamo direttamente alcune risposte:

“L’Arte è tutto ciò che ci circonda, è la nostra vita e tutto ciò in cui essa scorre. L’Arte ci permette di vedere, sentire e toccare un mondo che per ognuno di noi è di un colore e di una forma totalmente diversa, e comprenderlo dalla prospettiva di un altro essere umano: l’Artista! L’Arte ci riempie il cuore, i pensieri, ci da un motivo per sfogare il nostro io”
Chiara Faccioli, 4^AA

“L’Arte è una forma di libertà con la quale ognuno esprime l’intero mondo che ha dentro di sé”
Gaia Livio, 4^AA

“A livello percettivo il nostro cervello classifica le cose in maniera ordinata, gode delle proporzioni tra le cose e cerca di semplificare ciò che gli viene mostrato.
‘Less is more’ diceva l’architetto e designer Mies van Der Rohe.
E Less is more è la mia idea di Arte.
Quando vedo delle linee perfettamente dritte, su di un foglio bianco perfettamente squadrato, con i caratteri perfettamente allineati e le immagini disposte su una griglia modulare, il mio cervello mi ringrazia e dice che quella è Arte”
Prof.ssa Emanuela Tamburello

“L’Arte è l’espressione massima di bellezza e talento umano. L’Arte è gioia, ma allo stesso tempo profondo dolore; ed è questo il bello: riesce sempre a essere meravigliosa, anche quando chi l’ha creata provava, dentro di sé, un tormento agonizzante.
La parte più intima e sensibile dell’uomo, l’Arte ne è impregnata, se ne nutre voracemente, per poterla restituire in una forma elegante, leggibile agli occhi dei più scrupolosi”
Angelica Carbonaro, 4^AA

“Qual è il rapporto che vi lega a Lei?”
È probabilmente la domanda più intima dell’articolo, perché, sapete, pensare a che cosa sia l’Arte è una cosa, ma chiedersi che rapporto si ha con Lei, è tutt’altro.
Ebbene, anche in questo caso le risposte sono estremamente varie e valide, l’Arte è una garanzia, è una passione profonda, ma non solo. Tendiamo a vedere questa disciplina come un semplice passatempo, senza renderci conto della responsabilità che un’opera può avere. Pensiamo alla propaganda in un manifesto, a un edificio o a un quadro che diventano simboli del potere, oppure più semplicemente alla pubblicità. Ecco, nuovamente, alcuni pensieri delle gentilissime persone che hanno partecipato:

“Ci sono tre cose senza le quali penso non potrei vivere: gli affetti, la natura, l’Arte. Non riesco a concepire la mia vita senza questi tre elementi, e tutti implicano un rapporto di fedeltà. Posso forse stare con mia moglie, i miei figli, i miei amici, abbandonandoli? Posso amare il mondo e le sue bellezze senza rispettarlo? E infine, posso essere un artista senza dedicare all’Arte il mio tempo e la mia energia? Le risposte sono tre secchi no, ovviamente. E per poter mantenere un rapporto di fedeltà con ciò che si ama ci vuole dedizione”
Prof. Sandro Freddo

“L’Arte come responsabilità è la risposta a tutto. In un mondo sempre più caotico, bombardato da immagini, colori e scritte, io penso che il senso di responsabilità di chi fa Arte, in tutte le sue infinite declinazioni, sia quello di portare un pò di ordine e decoro, al fine di creare una sensazione di benessere e un’esperienza sensoriale appagante, rendendo la mia idea di Arte un tutt’uno con ciò che mi lega a Lei”
Prof.ssa Emanuela Tamburello

“Il Nostro rapporto è per lo più l’infanzia, c’è una particolare sensazione che mi viene in mente quando ci penso, ovvero l’odore del legno dei pastelli e delle matite, ho sempre amato disegnare ed era il modo che avevo per cercare di dare una mia interpretazione della realtà, per far vedere ‘i colori’ che avevo dentro. È un legame che c’è da quando ho imparato a tenere in mano una matita”
Angelica Carbonaro, 4^AA

“Come scrive John Berger nel libro Sul disegnare: ‘Il farsi di un’immagine comincia interrogando le apparenze e tracciando dei segni. Ogni artista scopre che il disegno – quando è un’attività necessaria – è un processo a doppio senso. Disegnare non è solo misurare e annotare, è anche ricevere. Quando l’intensità dello sguardo raggiunge un certo grado, diventiamo consapevoli che un’energia altrettanto intensa viene verso di noi, attraverso l’apparenza di quello che stiamo scrutando. […]
Non do nessuna spiegazione a questa esperienza. Credo semplicemente che pochissimi artisti ne negheranno la realtà. È un segreto professionale’
L’Arte è un rapporto reciproco”
Prof.ssa Alessandra Locatelli

Ma per rispondere personalmente alla domanda che vi ho fatto, per me l’Arte è come una sorella. Nei momenti bui è sempre stata al mio fianco, è un faro.
L’Arte si racchiude nei dettagli unici, per chi li sa apprezzare, per chi li sa osservare. Cerco nell’Arte una bellezza che è chiaramente idealizzata, utopistica, ne sono consapevole, ma non per questo meno degna di essere considerata, anzi, è proprio in questa bellezza che trovo il sentimento. Perché più volte ho creduto che una statua di Michelangelo, di Bernini, di Canova, provasse emozioni più pure, più vere rispetto a quelle umane. Perché un quadro può essere la sintesi migliore del dolore che perplime l’essere umano, che lo rende succube, ma può essere anche la massima espressione della leggerezza e della gioia che vive e lotta nei nostri cuori. Per me è la ricerca della purezza che manca sempre di più, è l’ideale mondo in cui si potrebbe vivere, ma è anche, concretamente, esempio di virtù e di verità, con tutto ciò che ne consegue. La verità non sempre ci fa bene.
Io ci credo nell’Arte, non mi ha mai tradito, e non c’è sensazione più bella della consapevolezza che, comunque andrà, Lei sarà con me. Il Nostro rapporto, è di fedeltà.

“Perché l’Arte?
“Per sopravvivere, per respirare, per vivere.”
Prof.ssa Licia Bevilacqua

Filippo Magaraggia 4AA
Un ringraziamento speciale per tutti quelli che hanno partecipato!

Difficile respirare quando una stretta alla gola e un peso che ti si schiaccia il petto ti impediscono
di farlo. Difficile concentrarsi quando uno stormo di pensieri negativi ti invade la testa.
Impossibile scacciare l’ansia che ti dilania improvvisamente. Cerchi di fare quello che ogni volta,
seppur lentamente, funziona. Smetti di fare qualsiasi cosa tu stia facendo, metti via libri,
quaderni, appunti che stavi scrivendo, con un gesto del braccio li sposti tutti da un lato. Ti alzi e
fai i pochi passi che ti separano dal tuo letto. Il tuo dolce caro letto che ha un duplice ruolo nella
tua vita: da una parte rifugio soffice e accogliente che ti culla nei momenti di dormiveglia e ti
accompagna nel mondo dei sogni ogni sera, dall’altra superficie infernale che assiste ai tuoi
momenti peggiori e si inzuppa in alcuni punti a causa della tua cascata di lacrime. Sali sul letto, ti
stendi, cerchi di far svanire tutti questi metaforici pugnali che ti trapassano il cranio. Ma non ci
riesci e ti si inumidiscono gli occhi.
Segue una lunga serie di domande che ti rivolgi sempre quando raggiungi questo punto: perché
devi sempre reagire così, quando smetterai di essere così debole, sarai sempre l’unica persona che
conosci a essere così strana, come farai ad affrontare situazioni peggiori, perché non riesci a darti
una calmata.

Quesiti senza risposta, naturalmente, e allora passi alle offese: sei proprio senza speranza, anche
tu non ti sopporti più, che pesante, che imbecille, che disastro, che noia. E vai avanti a lungo fino
a quando non ti accorgi che stai ormai piangendo, che stai ormai tremando e singhiozzando, che
stai ormai lasciando il controllo a questa parte di te. Tutta la settimana l’hai repressa, hai provato
a tenerle testa, occupando la tua mente in varie attività, hai cercato di parlare coi tuoi amici
costantemente, di ascoltare solo quel genere di musica che, invece di farti affrontare la realtà del
tuo stato, ti fa ballare per la camera, hai impegnato tutte le tue energie ad evitare di rimanere in
solitudine coi tuoi pensieri. E a poco è servito, perché il secondo lato di te prende il sopravvento
quando e dove vuole. Non si cura di quanto hai da fare, di che ore sono, di che stato d’animo
avevi il momento prima. Abbassi per un attimo la guardia: una canzone triste, un pensiero di
troppo a qualcosa che ti porta a ricordarti di ciò che non vorresti mai farti tornare in mente.
E click, scatta quel qualcosa nella tua testa. Te ne accorgi subito e ti maledici immediatamente
per averlo fatto di nuovo. Sai già dove di porterà tutto ciò, ma ti illudi che questa volta sarà
diverso. Non è mai diverso, però, finisce sempre allo stesso modo e lo sai. Con te in preda
all’ansia, alla paura, all’odio per la tua stessa persona, alla disperazione, ai rimpianti, alla sfiducia
nel futuro, ai dubbi sul presente.

E tutto ciò capita se decidi di arrenderti, se cedi a questa forza maggiore, consapevole
dell’inutilità del cercare di continuare con quello che aveva la tua attenzione fino all’attimo
precedente. È solo così che ci metti meno a riprenderti e dopo un po’ arrivi anche a dimenticare
l’intensità di quello che avevi provato.

Ma se, invece, in un momento di ingenuità, credi che riuscirai ad andare avanti lo stesso, a
studiare quelle poche pagine che ti mancano o a sistemare gli ultimi vestiti del tuo armadio,
perché pensi che riuscirai ad avere il controllo, che non crollerai come l’ultima volta che hai
provato a resistergli, ti sbagli di grosso.

Perché fermarti subito ti evita di peggiorare la situazione, di avere un mental breakdown di quelli
spaventosi, di quelli che non vuoi mai provare, di quelli da cui è molto più difficile riprendersi,
di quelli che ti rovinano l’intera giornata. Se ti fermi e lasci che tutto ciò si impossessi di te, fai
meglio.

Anzi, sarebbe meglio non provare nulla del genere, sarebbe meglio non perdere tutto questo
tempo solo per non essere più sofferente, sarebbe meglio non dover attraversare tutto ciò nella
solitudine della tua stanza.

Non sai nemmeno come definire questo stato, questa condizione, questi momenti. Ci hai provato
qualche volta a parlarne a qualcuno, consapevole che nessun individuo che non lo abbia provato
potrebbe capirlo. Ti chiedi anche se ci sia effettivamente qualcun altro, oltre a te, ad averlo
provato. Forse potresti spiegarlo se sapessi di cosa si tratta. È facile che risulti una forma di
pigrizia, di incapacità di organizzarsi: una persona che, proprio quando ha raggiunto il picco di
impegni, proprio quando ha la scrivania colma di libri, pronta a finalmente dedicarvisi, dopo aver
a lungo posticipato questo momento per paura di andare incontro all’ennesimo crollo, deve
fermarsi. Non vorrebbe farlo, non è pigra, né irresponsabile. Semplicemente è incapace di andare
avanti, non riesce. Deve smettere, almeno per un po’.

Probabilmente è un effetto collaterale dell’ansia, ma non dell’ansia di cui si parla comunemente,
della lieve agitazione che si prova prima di un compito. Ma l’ansia con l’iniziale maiuscola,
l’ansia che ti impedisce di fare ciò che vorresti fare, di pronunciare le parole che vorresti dire, di
alzarti dal letto quando sai che sarà una giornata particolarmente stressante.

L’ansia che porta conseguenze sul tuo fisico, l’ansia che ti fa perdere peso, l’ansia che ti dà mal di
testa, mal di pancia, male al petto, l’ansia che fa sudare le tue mani, l’ansia che porta rossore sul
tuo petto e sul tuo collo, l’ansia che fa tremare la tua voce, l’ansia che ti fa pensare che da un
momento all’altro il tuo cuore evaderà dalla cassa toracica.
Strano, però, come un fenomeno del genere sia così sottovalutato.
Il fatto è che non è facile immaginare il mondo che c’è dietro una persona, tutto ciò che avviene
al suo interno oppure nella sua abitazione. Siamo spesso portati ad avere una certa idea delle
persone che ci circondano e, effettivamente, di ogni singolo individuo al mondo esistono mille
diverse versioni nella testa di chiunque lo abbia incontrato oppure ne abbia anche solo sentito
parlare. In “Uno, nessuno e centomila”, libro che mi ha aperto gli occhi, Pirandello si sofferma in
una maniera affascinante su questo aspetto. Non conosceremo mai completamente una persona,
perché siamo condizionati da un insieme di fattori nel pensare agli altri e a noi stessi.
Inevitabile, alla luce di ciò, sottolineare l’importanza della comunicazione. Dobbiamo aprirci di
più, esprimere le nostre insicurezze, i nostri dubbi, ciò che ci turba o ci rende felici. Questo è
l’unico modo che abbiamo per aiutare gli altri a comprenderci, l’unica arma per combattere la
distanza che c’è tra un individuo e l’altro, evitando di arrivare ad un punto di non ritorno, dove
pesanti silenzi fluttuano nell’aria tra noi e gli altri.

Parliamoci, guardiamoci, supportiamoci. Se non ci sentiamo a nostro agio con nessuno e
proviamo un turbine di emozioni, non teniamole per noi stessi. Rivolgiamoci agli specialisti che
sono in grado di aiutarci a conoscerci.

L’ansia stessa è un fenomeno che, quando arriva a creare determinate situazioni, dovrebbe essere
affrontata con l’aiuto di qualcuno che, grazie alla sua formazione, sa come guidarci. Perché
curare la salute mentale è importante tanto quanto mettersi una sciarpa al collo quando fa freddo,
solo che è meno spontaneo.

Spero, quindi, che chiunque si sia rivisto in queste righe, sia consapevole del fatto che non è solo
e che non deve affrontare tutto ciò senza alcun aiuto. Nel mio piccolo, vorrei aver acceso una
scintilla di speranza in coloro che temono di esprimersi su questi argomenti, perché,
ricordiamolo, non esiste il contrasto tra persone “sbagliate” e persone “normali”. Ci sono solo
persone, tutte importanti allo stesso modo e degne del medesimo aiuto.

Andra Bandrabulea 4AL

La tua pelle nuda contro il freddo marmo della doccia e la bollente acqua che scorre. Il vapore ti annebbia la vista, pensi, ma è un menzogna: non vedi perché sei stanca, stremata e senza forze. I tuoi occhi sono rossi e a stento si tengono aperti, ma rifiuti di accettare di star piangendo, rifiuti che le lacrime siano quasi più, in numero, delle gocce che escono dal getto. Senti bruciare ovunque, ma girarsi e vedere di scorcio il tuo riflesso sarebbe peggio.

La verità ti è davanti, accettala.

Hai smesso lentamente di mangiare a merenda. Hai rinunciato ai dolci e agli sfizi. Hai gettato la torta che mamma aveva preparato appositamente per te e la sera le hai detto che era buonissima e che eri grata per il suo gesto, nonostante non la avessi gustata neanche con il pensiero. Hai avuto il coraggio di infilarti due dita in gola e buttare fuori tutto: ma uscivano davvero le critiche e i pensieri negativi o solo pezzi di te stessa?

Anche abbassare ulteriormente la testa potrebbe essere fatale. Stai perdendo peso per te stessa, per le critiche altrui o per chi non hai mai avuto la possibilità di essere? Vorresti un corpo più sano per avere meno difficoltà, dei fianchi più larghi per piacere di più ai ragazzi o semplicemente che il seno ti scomparisse definitivamente per non vederti più per quello che purtroppo sei? Sei davvero una donna o è solo un apparenza? Vorresti solo prendere una forbice e tagliare, eliminare ogni traccia di grasso, di eccesso.

Vedere il tuo petto piatto, o femminile e ben proporzionato? Cosa preferisci, o ti attrae veramente?

Hai comprato vestiti nuovi, pantaloni larghi e felpe due taglie più grandi; hai imparato a truccarti ed ogni mattina non riesci ad uscire di casa se non hai almeno un filo di correttore a coprire le occhiaie prorompenti.

Ogni giorno scorri i social: non presti neanche attenzione alle scritte, ai messaggi, alle parole, ma solo alle bellissime ragazze che vedi.

Ogni pensiero è un filo aggrovigliato, ogni tentativo di semplificarlo lo rende più complesso ancora.

Ti chiedi “Loro come sono?”.

Sono belle, magre, ben vestite e ben truccate.

“E tu come sei?”.

Sono, però non sono come loro. E vorrei essere come loro. Anzi, vorrei essere loro.

“Ma non cambia nulla tra di voi fisicamente”.

Non è vero. Io non ho un corpo così.

“O forse non riesci a vederlo…”

Ti sbagli. Loro sono meglio di me e lo saranno per sempre. Loro vogliono, fanno, riescono e vengono apprezzate. Neanche la me stessa apprezza ciò che faccio.

“E perché?”.

Perché non faccio nulla di giusto.

Sarei dovuta nascere più intelligente.

Sarei dovuta nascere più sociale.

Sarei dovuta nascere bella e magra…

Sarei dovuta nascere un’altra persona.

O sarei dovuta non proprio nascere?

Perché esisto?

Perché proprio io dovevo vivere questa vita?

Non riesco a soddisfare le aspettative delle persone. Non riesco nemmeno a farmi piacere da queste.

Non merito di esistere.

“Non è vero”.

Taci. Stai zitta. Tu non capisci.

Sei solo capace di vedere possibilità che non hai, che non esistono. Accetta la realtà.

Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento.

“Basta”.

Non riesco a sopportarlo, mi sento…

“Come ti senti?”.

Non mi sento più. Non voglio più sentire.

Non voglio accettare che mi sto distruggendo.

Non voglio accettare che mi faccio del male da sola.

“Ma se me lo stai raccontando, perciò vuol dire che lo sai”.

“Perché non rispondi?”

Valentina Grigio 1BL

/pater-patris/ sostantivo maschile

Avere un papà significa avere un pilastro nella propria vita che non potrà mai crollare. Anche con un semplice sguardo e una frase appena sussurrata, ti fa capire che non starai mai solo. Quando sei di pessimo umore, lui riesce a capirti. Ti permette di lasciarti solo con i tuoi pensieri senza riempirti di domande come fa sempre mamma.

Papà si sa muovere in punta di piedi e cammina nella tua vita, ma il suono dei suoi passi riecheggia sempre nella tua testa.
Cammina in silenzio nelle luci della notte, rientra a casa dal lavoro tutto stanco e addolorato. Si cambia i vestiti, corre in bagno in mutande e ci resta un’ora o di più.
Durante la cena discute della giornata e dell’affitto e, tutto silenzioso, ascolta le lamentele della mamma senza mai smettere di guardarla perché innamorato perso; non appena finito il pasto, corre in camera a prepararsi i vestiti per il giorno seguente senza tralasciare alcun dettaglio.

Un padre non è una madre: le madri sono il doppio più pesanti.
Ti riempiono di raccomandazioni, ti obbligano a comportarti in modo educato, ti guardano male se a tavola non ti comporti bene… mille lamentele se non ti vesti con la quadrupla sciarpa e il doppio maglione alla mattina.
Insomma, una madre vuole che tu cresca bene, che non ti manchi mai nulla, tiene più alla tua salute che alla sua, ti darebbe di tutto e vuole che tu cresca perfetto.
Un padre invece non è ossessionato da tutte queste cose, vuole soltanto proteggerti e vuole che tu cresca al meglio. Sin dalla tua nascita ti ama, gioca con te in qualsiasi occasione, ti compra tutti i giocattoli che vuoi, ti lancia in aria facendoti volare per poi riprenderti ed essere rimproverato da mamma.

Quando eri piccolo e dopo scuola ti accompagnava in edicola a comprare i giochetti e le figurine, rimaneva anche un’ora intera ad aspettare che tu scegliessi il pacchetto migliore.
Ora, quando finita scuola sali in macchina, ti chiede com’è andata la mattinata e resta in silenzio ad ascoltarti senza dare alcun giudizio, perché lui sa già che vuoi solamente sfogarti e parlare dei tuoi problemi, che vuoi liberarti. Sai che l’unica persona che ti potrà veramente ascoltare è lui: ad un quattro o ad una nota tua madre ti urlerebbe.

Un padre può essere un fratello, in particolare durante il periodo dell’adolescenza. Diventa come un migliore amico: con lui puoi parlare di qualsiasi cosa, di tutti i tuoi problemi ed è sempre pronto a proteggerti, perché vuole solamente il meglio per te.

Ci sono diverse tipologie di padre.

Quelli assenti, che a causa del lavoro non possono prendersi cura della famiglia in senso affettivo. Quelli curiosi che vogliono sapere tutto ciò che sta scorrendo nella tua vita. Quelli che sono solamente in grado di rimproverarti. Quelli che ti comprano tutto e non chiedono mai nulla in cambio. Quelli che non si sono persi un passo della tua vita e che ricordano tutta la tua infanzia come se fosse terminata ieri, raccontano di te come un pilastro della loro vita, come il regalo più bello che abbiano mai ricevuto. E quelli che non passano la loro vita con te.

Un padre è colui che ama incondizionatamente i suoi figli ed è per loro un magnifico esempio. Colui che, oltre a sostenere la famiglia in tutti i modi possibili, diventa un amico, un fratello, un comico.
Colui che si fa scarabocchiare la pelle con dei pennarelli e si fa colorare le unghie con la tempera. Colui che si commuove se un figlio gli sussurra “Ti voglio tanto bene”. Colui che insegna a guardare i colori e i significati della vita attraverso i suoi occhi e il suo cuore.
Il cuore di un padre è un capolavoro della natura.

A tutti i papà che hanno fatto da madre, ai papà che hanno superato peripezie per mantenere legata la famiglia, ai papà che non ci sono stati durante la crescita dei loro figli. A tutti i padri valorosi che meritano il sorriso dei propri figli e il loro successo.

So che quando non ci sarà più tuo padre, ti accorgerai di cosa ti ha regalato e da quel momento avrai un po’ dei suoi occhi, un po’ del suo profumo in te e resterà per sempre nel tuo cuore.

Scrivo questa riflessione per ricordare a tutti i figli adulti e adolescenti che un padre è un tesoro.
Purtroppo non ho avuto il privilegio di crescere con mio padre, non ho conosciuto molte cose e non me ne sono state insegnate altrettanto.
Scrivo questo in onore della festa di oggi e a mio padre che da lassù mi guarda ogni giorno.

Mariavittoria Castaldelli 1AC

Oggi martedì 15 marzo è la giornata internazionale del fiocchetto lilla, ovvero della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare. Questo è un argomento che mi sta molto a cuore e ho creduto necessario cercare di sensibilizzare, nel mio piccolo, più persone possibili.

In primo luogo, perché chi è esterno a situazioni del genere non è consapevole del fatto che questi disturbi non riguardino solo le persone in sottopeso e il fisico di qualcuno; sono delle vere e proprie malattie mentali con motivazioni enormi alle spalle, che sono spesso difficili da rintracciare. In secondo luogo perché le varie quarantene e l’isolamento sociale a causa del covid hanno provocato una crescita del numero di malati piuttosto preoccupante. Ho trovato alcuni dati su internet a questo proposito(www.agi.it): dall’inizio della pandemia la media dei casi è aumentata del 30% tra gli adolescenti e l’età media si è abbassata ai 12 anni.

Il cibo è benzina per il nostro corpo, ciò che ci serve per svolgere le nostre attività quotidiane: studiare, fare sport, andare a scuola, riordinare la stanza e persino guardare una serie tv. Ogni giorno, infatti, il nostro corpo brucia un certo numero di calorie che ci sono essenziali per sopravvivere. Ma comunque il cibo per la maggior parte delle persone non è solo questo, ma una vera e propria passione! Insomma, chi non ha almeno un amico intenditore e super goloso che ci guarda storto se aggiungiamo la panna nel piatto di carbonara? E ancora, il cibo è anche famiglia, amicizia, condivisione e compagnia. Pensiamo, ad esempio, alle milioni di volte in cui abbiamo invitato degli amici fuori a colazione o per un aperitivo; alle numerose feste di compleanno nella nostra pizzeria del cuore; ai pranzi di Natale con la nostra famiglia riunita, ma anche ai pranzi di lavoro e d’affari. Insomma, il cibo è fondamentale per la nostra salute fisica, ma anche per quella mentale, perché scommetto che non sareste contenti di mangiare insalata e mele ogni giorno, tutti i giorni!

Per alcune persone, però, non è così. Alcuni percepiscono il cibo come un nemico, questo provoca loro tanta ansia, tristezza e sensi di colpa. Molti pensano di non meritarsi il cibo, tendono a rifiutarlo e a privarsene e i motivi possono essere molteplici: hanno paura di ingrassare, vogliono dimagrire, sono troppo fissati con le calorie, l’allenamento e l’alimentazione corretta, vogliono avere il controllo su ogni cosa. Altri, invece, si sfogano con esso: hanno così tanta ansia, stress, tristezza e pesi addosso che, esasperati, mangiano. E così in un pomeriggio potrebbero finire un intero pacco di gocciole, o chissà quante confezioni di cracker e pastine per poi sentirsi un fallimento e un grandissimo sbaglio.

I tre dca più diffusi sono l’anoressia nervosa, la bulimia e il disturbo dell’alimentazione incontrollata (o binge eating). Io potrei descrivervi anche nei minimi particolari queste malattie, ma tralascerei sempre qualcosa: i disturbi, infatti, sono diversi per ogni persona che ne soffre. Quello che intendo dire è che, quando si parla di anoressia, non dovete pensare alla ragazza magrissima, molto pallida e che non si azzarda a mangiare più di un po’ di insalata a pranzo: l’anoressia non è questo. Un* ragazz* malat*, infatti, potrebbe anche venire al MC con te il sabato sera, essere normopeso e stare comunque tanto male: il vero problema si trova nella sua testa.

C’è come una specie di voce (il diavoletto sulla spalla tipico dei cartoni, no?) che ti obbliga a fare cose dannose e che ti riempie di sensi di colpa e di mille pensieri inutili. In quel momento, però, tutto sembra essere vero ed avere un senso e allora fai come ti dice.

Se volete sapere meglio quali sono i segnali e i comportamenti più comuni di una persona che soffre di dca, vi consiglio di cercare qualche buon articolo su internet. Questo perché magari potreste dare una mano ad una persona che ne soffre, ma che non ha il coraggio di esporsi. Capita spesso, infatti, che i/le ragazz* non si sentano abbastanza valid* e credano che il loro sia un problema leggero e passeggero. Non è mai solo questo purtroppo. Per guarire da un dca serve molto tempo e si deve sempre chiedere aiuto a degli specialisti.

Per rendere più concrete queste affermazioni e farvi rendere conto di quante persone non abbiano una relazione sana con il cibo, ho chiacchierato un po’ con qualche studente/essa (che io non conoscevo) proprio del nostro liceo. Vi riporto quelli che secondo me sono i pezzi più significativi delle “interviste” che ho fatto in questi giorni.

Com’è il tuo rapporto con il cibo?

“Diciamo che credo di avere una relazione abbastanza sana con il cibo, però spesso mi lascio prendere un po’ dalle abbuffate e mangio un po’ troppo, sentendomi poi un po’ in colpa, ma finora è stata una cosa che non ha fatto male alla mia salute.”

Ma ti capita di abbuffarti per sfogare ansia e stress?

“Mmm in certi casi sì, ma comunque mi piace mangiare: mi distrae e mi fa stare un po’ meglio.

Sei d’accordo sul fatto che la maggior parte della gente pensi che le uniche persone che soffrono di dca siano quelle in sottopeso?

“Sì ed è bruttissimo. Non c’entra l’essere sovrappeso o sottopeso, ma riguarda proprio il modo di approcciarsi al cibo ed è una questione psicologica. Secondo me bisognerebbe sensibilizzare di più su questo.”

Come consiglieresti di agire ad una persona che soffre di dca e vuole provare ad uscirne?

“La prima cosa da fare è dirlo a qualcuno; io le consiglierei di parlarne con i genitori che sono le nostre principali figure di riferimento (oppure anche con zii, nonni o cugini); chi non avesse un rapporto tanto confidenziale con la famiglia potrebbe parlarne ad un’amica o andare al punto d’ascolto. Successivamente credo sia importante iniziare un percorso di recupero con degli specialisti (psicologo, nutrizionista, medico) perché loro sanno come risolvere davvero il problema, le terapie “fai da te” non portano mai a buoni risultati e col tempo diventa più pericoloso. Però la persona in questione deve metterci anche tanta forza di volontà, perché se non è lei la prima a voler uscire da questo disturbo non ci riuscirà mai completamente. Io ad esempio dovrei ricominciare la dieta, ma ora non ne ho intenzione perché non me la sento psicologicamente, non ne ho voglia e so che se la iniziassi probabilmente finirei solo col mangiare di più. Se dico “devo mettermi in dieta” non riuscirò a portare a termine nulla, ma se è un bel periodo e mi dico “voglio farla per il mio bene” allora otterrò sicuramente qualche risultato.”

Credi di aver mai sofferto tu in prima persona di dca?

“Lo sport che ho praticato per tanti anni necessitava di fisico, linee e proporzioni determinate. Per questo e perché sono abituata a cercare sempre di migliorarmi mi capita spesso di non piacermi. Sono arrivata a cercare di provocarmi il vomito a causa dei sensi di colpa, ma per fortuna è stato solo un tentativo, non ci sono riuscita e la cosa si è chiusa lì. Poi il brutto periodo è passato e attualmente posso dire che, pur nella consapevolezza dei difetti e dei 5/6 kg in più, mi piaccio.”

Mi dispiace molto che tu ti sentissi così, il tuo allenatore o altre persone intorno a te ti facevano pesare tanto la questione del peso?

“Non era tanto l’allenatrice, ma più una mia consapevolezza e una mia concezione a livello estetico.”

E quindi come hai fatto a cambiare idea? Ti ha aiutato qualcuno/qualcosa?

“La cosa si è sistemata un po’ da sola. Da un anno e mezzo sono fidanzata e lui mi fa sentire bella. In più, a causa della scuola e di un infortunio, ho lasciato il mio sport e ho cominciato palestra. Adesso ci vado da quasi un anno e ho soddisfazione perché vedo dei risultati e quindi vivo meglio il rapporto con il mio corpo e mi piaccio di più.”

Il tuo rapporto con il cibo è sempre stato sano?

“In realtà no, c’è stato un periodo buio durante il quale ogni mia decisione era determinata da un contatore di calorie su un’app del telefono; avevo paura di mangiare, se facevo merenda con qualcosa in più credevo sarebbe caduto il mondo. Spesso arrivavo ad avere crisi nervose se qualcuno scombinava il mio piano di allenamento e workout o se non mi allenavo per un giorno. In realtà il mio fisico stava solo cedendo perché ero in uno stato di stress continuo, nella mia testa c’era un perenne calcolo di calorie e pensieri come ‘se mangio questo e dopo faccio 40 minuti di cardio…” Tutto questo era peggiorato da alcune persone che, se ad esempio un mio amico diceva tipo: <> , rispondevano con <>. Per fortuna ora è passato, anche se vedo ancora le cicatrici di questo periodo.

Cosa credi avesse scatenato questa tua ossessione verso l’allenamento e le calorie?

“I commenti delle persone. Le stesse persone che prima prendevano in giro una mia amica perché la definivano ‘grassa’ e poi, quando lei era dimagrita per colpa loro, la chiamavano ‘anoressica’ e la insultavano ancora.

Capisco, le persone avranno sempre da ridire, sarai sempre ‘troppo qualcosa’ per loro. Ti sei allontanata poi da questi individui?

“Certo, per fortuna! Ho finalmente abbandonato le compagnie che mi facevano stare male e ora frequentando gente sana sto meglio.”

Ma oltre a cancellare le persone tossiche dalla tua vita, come hai fatto a riavere un rapporto migliore con il cibo poi?

“Onestamente da sola un giorno mi sono detta ‘cavolo, questa è la mia unica vita e questa è la mia unica adolescenza, non posso sprecarla ad essere ogni giorno triste sperando di poter diventare un’altra persona. Sono quella che sono e l’unica cosa che posso fare è imparare ad apprezzare il mio corpo per quello che è, essere ogni giorno felice per una piccola cosa e fare piano piano passi verso la persona che voglio diventare senza stare male o ferirmi perché non sono abbastanza per degli stupidi ******* di m****!”

Cosa ti ha fatto capire che stavi soffrendo di un disturbo e che dovevi parlarne con qualcuno?

“Sono stati soprattutto i segnali fisiologici: non mi veniva più il ciclo da circa cinque mesi, perdevo molti capelli, ero sempre stanca e avevo perennemente freddo. In realtà, però, lo sapevo già da prima. Non riuscivo a tenere dentro niente: se erano giorni cattivi vomitavo, se erano buoni mi allenavo fino a che non vedevo tutto un po’ nero; a pranzo sporcavo i piatti per far credere ai miei di aver mangiato e contavo le calorie di tutto. Vabbè poi facevo anche altre cose, ma non ci tengo a raccontarle.”

Poi cos’è successo?

“Poi l’ho detto alla mia migliore amica e abbiamo pianto tanto lol. Alla fine mi ha obbligato a dirlo alla mamma e adesso vado da una nutrizionista da cinque mesi. Con lei mi trovo benissimo, mi sento super tranquilla a raccontarle delle mie difficoltà e mi fido ciecamente. Le giornate no ci sono ancora e ho ancora alcuni fear food, ma sto migliorando.”

Scusami eh, fear food?

“Ah sì, sono letteralmente i cibi che ti fanno paura, che non riesci a mangiare insomma. Io, per esempio, ho dei problemi con le brioches del bar, il salame (che era la mia droga un tempo), tutto quello che cucina nonna, il fritto e le bevande. Ma poi ognuno ha i suoi.”

E questi fear food sono diminuiti dopo che hai iniziato il percorso con la tua nutrizionista?

“Sì decisamente. Prima di lei mangiavo tranquillamente solo fiocchi di latte, verdure, acqua e carne bianca.”

Questo articolo era un intento a sensibilizzare noi giovani su questi disturbi che stanno colpendo sempre più persone. Ricordiamoci quindi di non essere mai cattivi con gli altri, perché spesso è qualche nostra offesa o presa in giro che pone quel diavoletto sulla loro spalla. E se tu che stai leggendo a volte ti senti a disagio davanti a un buon piatto di pasta, non esitare a chiedere aiuto! Sei valid*.

Matilde Martinelli 3AC

Esimi colleghi studenti,

 

L’attesa è finita, eccoci con uno degli articoli più amati da tutti gli studenti e che ormai non si leggeva da ben due anni: il commento al Ballo del Liceo e la famosissima rosa di candidati a Re e Reginetta. Tra pandemie e possibili conflitti mondiali cercare un po’ di normalità non è sempre facile, ma faremo del nostro meglio. Vista l’impossibilità di festeggiare Natale in modo adeguato, causa restrizioni covid, i nostri rappresentanti, Miriam, Chiara, Rocco e Giovanni hanno pensato bene di organizzare il PROM, Ballo di Natale, a marzo!

Geniale, almeno tanto quanto la location, la mitica Radio Londra, (che le 2006 non vedevano l’ora di vedere!) dove oltretutto una di noi lavora (Martina) mentre io (Laura), mi limito a cercare tessere per l’ingresso omaggio. Come tutti sappiamo, o, per i più piccoli, immaginiamo, il momento clou della serata per ogni ballo che si rispetti sarà l’elezione del Re e della Reginetta! Ebbene, ricordate il sondaggio a cui avete risposto? Ha ottenuto ottimi risultati e i candidati al titolo non sono per niente scontati.

In 5BS negli ultimi giorni si dice partano folgori (fulmini, per chi non ama la materia elevata di Dante) tra Gabriele Gallana e Rocco Bellon, bramosi del titolo di Re del Ballo, e che sia diventato impossibile parlare con uno dei due senza prima inchinarsi o chiedere udienza. La mascella prorompente o il rosso lentigginoso, chi vincerà? La rosa si allarga, e la 5BS sembra regnare sul resto della scuola, perché fra gli altri candidati vi sono il bicipite di Gigi Guarini e gli occhi angelici di Francesco Lora. Un posto d’onore va anche all’artista Riccardo Convento, che si fa strada tra i candidati di Via Stazie. Ultimo, ma non per importanza, è il bodyguard con le stampelle Giovanni Dirignani, che nelle ultime settimane si è lasciato conquistare dalla bionda conosciuta come ex rappresentante Arianna Chiodin, che, d’altro canto, scala la vetta come possibile Reginetta. Tra le donne invece, un posto d’obbligo va a Sofia Ferraretto, che probabilmente assumerà la carica ad honorem, solo per la quantità spropositata di nomine ricevute, mentre dai meandri dell’antichità greca, arriva una bellezza di cui non si può far a meno di parlare, la classicista Emma Zovi, conosciuta tra i veterani per avere sempre la pelliccia adatta ad ogni situazione. L’incontentabile 5BS, però, non poteva non essere rappresentata da una ragazza, ed ecco che tra le candidate emerge il nome della bambolina di porcellana Giulia Questioni, conosciuta per la preferenza in giovane età del corridoio degli sportivi. Le ultime candidate provengono dalla sede di Viale Fiume: la Venere dalle sfumature rosse, Matilde Canevarolo, accompagnata dall’amica attivista Chiara Faccioli… sarà uno scontro aperto tra le due o condivideranno la corona?

 

Decidere chi saranno i vostri eletti sarà semplicissimo: basterà scrivere dietro alla prevendita il nome dei candidati da voi scelti e inserirla nell’apposito contenitore, che troverete all’ingresso, il risultato… soltanto i temerari, che resisteranno fino alla mezzanotte, lo sapranno! Detto questo, io (Martina) vi aspetterò in cassa, mi raccomando non perdete le vostre tessere e con me (Laura), ci vediamo in pista! Ad aspettarvi dietro al bancone bar ci sarà l’ex rappresentante d’istituto, conosciuto dai più anziani per i mitici balli organizzati, Francesco Ambrosi, ancora presente all’interno della scuola con l’animo, ma anche con la componente genetica, ovvero la sorella Sofia, presente, si spera, ancora per poco nei corridoi del linguistico.

Un ringraziamento speciale va allo staff di Radio Londra e ad Atheste Events, che hanno permesso l’organizzazione di questo fantastico evento. Accorrete a prendere le ultime prevendite rimaste, perché vi aspettiamo numerosi e…

 

Con la testa, con il petto, con il cuore Ciao ciao!!

Vostre, Marty e Lau

Un’intervista di Beatrice Bison (B), Martina Melotto (M) e Linda Carturan (L) 4BS

 

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B: Può fare una breve presentazione di sé stessa e del suo libro …Temi di cui tratta?

Il libro è una storia che guarda molto al presente e alla cronaca, parla una mente che si sgretola di fronte all’abbandono e del tema del femminicidio.

Io sono Germana Urbani, autrice del libro, ho lavorato come giornalista e per questo mi sono chiesta come fosse possibile che molte persone dopo una rottura non riuscissero a girare pagina, nutrendo questo senso di vendetta fino al punto di far male alla persona che hanno amato fino a quel momento. Seguendo questa domanda, ho costruito una mente che, appunto, piano piano si sgretola finendo nell’ossessione, definendola una malattia mentale, perché la persona amata diventa un oggetto. Il romanzo riprende l’archetipo di Medea.

Trama del libro “Chi se non noi”

Maria, la protagonista, cresciuta in un angolo di campagna veneta sperduto, andando in una villa veneta con il papà e il nonno, la Badoera di Palladio, fin da piccola incontra la bellezza e sogna di diventare architetto, riesce a laurearsi e fare uno stage in uno studio di architettura di Bologna, riuscendo infine a specializzarsi in architettura sostenibile.

Maria ha sempre evitato l’amore perché innamorarsi voleva dire sposarsi con un ragazzo del delta del Po e rimanere lì, voleva dire non poter seguire il suo sogno.

Una sera incontra Luca, che lavora in una pescheria locale e pensa che non possano avere niente in comune ma parlandoci capisce che è una persona molto curiosa e capace, così inizia l’università su consiglio di lei e inizia a lavorare nel suo studio, riesce a diventare architetto solo grazie agli esami che lei gli passava.

Loro continuano a stare insieme anche se il rapporto col passare del tempo sembra andare sempre peggio, lui mette in atto delle strategie di violenza psicologica e proprio quando lei si spoglia di tutto per avere una vita con lui, lui la lascia per un’altra ragazza. Lei ci racconta come la sua vita stia andando male utilizzando continui flashback, senza un ordine temporale, lasciando che sia il lettore a ricomporre la storia d’amore tra i due (durata 6 mesi).

B: Se dovesse descriverlo in circa 10 parole quali sarebbero? 

“Un romanzo d’amore ambientato nel delta del Po”.

La descrizione del paesaggio in cui è ambientato il libro è molto importante, per non definirla fondamentale, io stessa, per essere il più precisa possibile, ne ho fatto ricerca e sono andata a fotografare i posti in cui sono ambientate le scene del libro; inoltre ho deciso di utilizzare i toponimi reali e geograficamente è molto coincidente con la realtà, in modo da spingere il lettore a visitare i luoghi descritti.

In questo libro ho utilizzato anche termini del dialetto veneto perché credo che il paesaggio sia anche la lingua e suoni del posto.

B: Si rispecchia nella protagonista? Per caso il nome della protagonista ha un significato personale o è stato scelto arbitrariamente?

All’inizio la protagonista si chiamava Anna, ma vista la famiglia molto cattolica e avendo 3 fratelli, ha pensato di dare gli stessi nomi dei 4 evangelisti. Si aspettavano un maschio a cui avrebbero dato il nome di Luca, invece nacque una femmina e per questo la chiamarono Maria. Ho regalato alla protagonista alcuni ricordi della sua infanzia, come il fatto che vivesse anche lei in campagna o la storia di Vitello Tonnato; ho regalato qualcosa a tutti i personaggi perché, a mio parere, quello che scrivi passa attraverso di te.

B: Cosa rappresenta la foto in copertina?

La copertina è stata un regalo dell’editore, raffigura due persone che non si vedono molto bene ed è molto rappresentativa della storia d’ amore descritta nel libro. È un amore che non si capisce bene, le due persone, infatti, non si vedono chiaramente; proprio come la storia d’amore che racconto. Guardando dall’esterno, noi non capiamo chi sono, non vediamo i loro contorni. Quando guardi due innamorati, non puoi immaginare che cosa si dicano davvero, quale tipo di rapporto ci sia… Così come quando guardiamo, attraverso una finestra, una casa di altre persone. C’è quel mistero che rimane a chi guarda. A me piace molto quella fotografia. La prima volta che ho visto la copertina, avevano fatto un titolo quasi fucsia e io ho chiesto invece di cambiarlo in un azzurro nostalgia: quell’azzurro un po’ polveroso che poi ha preso il titolo del libro. Perché quando io leggo un libro, sento un colore. Così per tutto il tempo che ho scritto questo libro, io ho sentito forte questo azzurro tra le sue pagine.

B: Abbiamo notato che lo stato d’animo e il paesaggio sono in correlazione, come in una poesia, è così? 

Fra i personaggi e il paesaggio c’è un vero e proprio dialogo, ad esempio man mano che andava oscurandosi l’animo di Maria, arrivava l’inverno; infatti per fuggire dalla pedanteria ho utilizzato il paesaggio per spiegare le emozioni provate da Maria.

M: Abbiamo notato anche la differenza tra la madre di Maria che le parla spesso rivolgendole le spalle e invece l’amica, che le telefona e si preoccupa per lei. Per noi ragazzi, il tema dell’amicizia è molto importante, spesso abbiamo conflitti coi genitori e troviamo rifugio negli amici. la madre vuole evitare un dialogo con Maria? E la sua amica, è importante per lei?

Sostengo che sia più facile parlare coi coetanei, ma mi riferisco anche ad una madre che ha sofferto molto a causa di un abbandono e a per questo fa fatica ad essere una madre affettuosa e presente. Una volta, nelle campagne, non si era affettuosi perché si pensava che così facendo i figli crescessero più forti, nonostante ciò, fortunatamente, la sua amica è sempre presente per lei.

M: Che cosa può insegnare il suo libro ad una persona della nostra età?

Io credo che avere dei sogni e crederci fino in fondo sia molto importante. Già alla vostra età, io coltivavo il sogno di scrivere e di diventare una scrittrice…un giorno. Poi io avevo pochi mezzi, volevo cominciare a scrivere come giornalista ma non sapevo nemmeno dove fossero le redazioni e allora non esisteva Internet. È stato tutto faticoso e in salita, ma dentro di me c’è sempre stato questo grande fuoco: io avevo un sogno e volevo arrivarci. Io credo che niente ti possa fermare, se tu credi in te stesso, per quanto pochi siano i mezzi, ce la puoi fare. Ho anche creduto molto nella formazione: all’università ho fatto lettere, non volevo insegnare ma era la facoltà che si avvicinava di più alla carriera che avrei voluto fare.

Quindi il messaggio per voi è: credete nei vostri sogni e mettetevi davanti a molte altre cose.

M: Che cos’è per lei la scrittura? E la fotografia? Abbiamo riscontrato che il personaggio di Maria ama la fotografia. E le due arti sono correlate? Infatti, per come descrive i luoghi nel libro, ci sembra di essere in una fotografia, immersi nei territori del Polesine.

Sì, è proprio così, è il mio metodo di lavoro. Parto dalla fotografia, anche per scrivere una poesia. Ogni volta che il romanzo si incagliava, andavo in quei luoghi e fotografavo, poi tornavo con una immagine che faceva andare avanti il romanzo. L’immagine fotografica per me è un grande amore e veicolo di fascinazione e scrittura. Uscirà a febbraio un reportage narrativo e si noterà la correlazione tra quello che fotografo e quello che scrivo. Vi consiglio: provate a fotografare qualcosa prima di scriverlo, è un metodo interessante. Per quanto riguarda la scrittura, è una cosa che mi accompagna da tutta la vita e fa parte di me. Scrivo i miei ragionamenti, quello che penso di un libro e che cosa mi ha indotto a pensare. Un libro è sempre generativo di un pensiero personale. Anche quando sono in giro, io scrivo nella mia mente o magari sulle note del mio cellulare. Però ci sono tanti modi di scrivere: quando facevo la giornalista scrivevo tutto il giorno, però per me quella non era scrittura, era lavoro.

M: Ci ha anche colpito la scelta di mettere una cartina all’inizio del libro e di usare termini in dialetto veneto, per far conoscere questi territori, che magari sono meno famosi.

Infatti, la letteratura è anche letteratura geografica. Io odiavo geografia, perché non l’ho mai capita: per me erano nozioni da imparare a memoria… invece negli ultimi anni ho capito che la geografia è racconto di un territorio che esiste ed è percorribile. Per esempio, io amo molto camminare a piedi e da quando lo faccio, ho capito l’importanza geografica dei posti e mi innamoro anche del loro nome. Ho deciso di inserire la cartina perché così chiunque può esplorare i luoghi che descrivo.

L: Visto che lei è anche una fotografa, pensa che l’essere umano abbia un bisogno di cercare la bellezza e l’arte in tutto ciò che lo circonda? Quali sono le sue considerazioni? La pensa in questo modo?

Sai… gli esseri umani sono di tante specie, io credo che quel che è bello per me, possa essere bruttissimo per qualcun altro. Per esempio, io trascino mio marito alle mostre e lui non le gradisce: non capisce, né apprezza, l’arte contemporanea, come ad esempio le opere che ci saranno alla Biennale di Venezia quest’estate. Eppure ad alcuni piace molto questo tipo di arte… quindi la bellezza non è uguale per tutti; c’è chi trova bellissimo un centro commerciale, per me è funzionale, non bellissimo. Per alcuni Gardaland è bellissimo, per me Gardaland non è bello, è un posto per divertirsi. Bisogna capire cosa è la bellezza per le persone, io credo che sia un veicolo per i sogni, un veicolo per l’anima, un veicolo per la poesia e credo che chiunque, prima o dopo, venga toccato dalla poesia o da qualcosa di spirituale. Per mio padre, la bellezza è la vigna in un certo periodo dell’anno e lo capisco, è molto poetico. Però serve uno sguardo particolare per capire un certo tipo di bellezza e lo sguardo va allenato… la bellezza va imparata… una volta quando passavo vicino ad una villa, che c’è qui poco lontana da me, non mi fermavo neanche, poi ho imparato a guardare architettonicamente e artisticamente e ho capito il grande valore di quella villa. Lo sguardo va allenato…guardando mostre e cataloghi se parliamo di arte, leggendo poesia, anche laddove non la capiamo…ci sono poeti difficili da capire. Però è un tuono che entra dentro e lavora.

L: Inoltre volevo leggerle una citazione tratta da Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino; volevo chiederle cosa ne pensa e se condivide le considerazioni espresse.

“Con le figlie, qualsiasi cosa faccia un padre, sbaglia: autoritari o permissivi che siano, ai genitori nessuno dirà mai grazie: le generazioni si guardano torve, si parlano solo per non capirsi, per darsi a vicenda la colpa di crescere infelici e di morire delusi.”

Questa citazione mi ha colpito molto, è molto forte e si ricollega un po’ a quello che dicevamo prima sul fatto che i genitori appartengono a una generazione, delle tradizioni, che noi forse facciamo fatica a comprendere; però penso che sia possibile una convergenza.

Si… Calvino è un grande scrittore perché riesce a scrivere la verità: quando tu leggi un grande scrittore senti che tutto quello che ti sta dicendo è proprio vero, e quindi non posso che essere d’accordo e credo di averlo rappresentato, come dicevamo prima, nel mio libro. Il padre di Maria le dice che i sogni non si realizzano mai, è come se le desse una pugnalata perché non puoi dire a una persona ciò, vuol dire tagliarle le ali.

Ma perché glielo dice? Magari perché lui, quando era ragazzino, non ha potuto neanche permettersi un sogno. Secondo me le generazioni per capirsi e perdonarsi dovrebbero guardare da dove arrivano certe affermazioni dei propri genitori; noi quindi dovremmo chiederci “ma perché sta dicendo proprio così?”.

Perché quando siamo adolescenti, e siamo in corsa per i nostri sogni, non abbiamo voglia di fermarci a pensare e facciamo prima a sbattere la porta, a scappare di casa. Però, quando si diventa un po’ più adulti e si comincia a cercare le proprie radici (almeno a me è successo così), a dire “da dove vengo io? Perché vengo da lì? Sono davvero i miei genitori? qual è la loro storia?”, allora riesci a guardare il passato; riesci a vedere anche quelle liti con occhi diversi e dire “non poteva che essere così”, e quando si arriva a dire questo si riesce anche a perdonarsi… a meno che non ci siano state cose veramente brutte, sono più difficili da perdonare ma per fortuna sono anche più rare.

Quindi io credo che le generazioni abbiano veramente una frattura a dividerle, che è data dal tempo e dalla cultura diversa, e che su quella frattura si possa solo costruire dei ponti in età adulta.

L: Tornando al suo libro, ha incontrato qualche difficoltà quando l’ha scritto? Se sì, come le ha superate? Darebbe qualche consiglio a noi ragazzi in merito?

Sì, dal punto di vista tecnico qualche volta, pur avendo la storia ben fissa in testa (avevo fatto una scaletta dove avevo scritto cosa dovevo scrivere capitolo per capitolo), non riuscivo ad andare avanti perché per ogni paragrafo devi decidere dove si svolge la scena, cosa c’è, come se dovessi allestire un palco di teatro.

Alle volte non riuscivo ad andare avanti e quindi mi era molto utile andare a fotografare oppure andare in libreria o biblioteca e lasciarmi ispirare da un titolo.

Per esempio quando ho deciso che la protagonista sarebbe stata un architetto, mi sono abbonata a un paio di riviste di architettura, ho cominciato ad andare ad alcune mostre, perché non sapevo niente di architettura; eppure in un’intervista mi hanno chiesto se facessi questo di lavoro, quasi riconoscendo che avevo messo cose così specifiche da apparire tale. Però questo è studio. Se tu vuoi essere vero, dire la verità, devi studiare tanto.

Quindi consiglio di leggere tantissimo, prendersi il tempo per passeggiare nei luoghi (infatti camminare fa venire idee) e studiare per essere precisi in quello che si dice.

L: Volevamo chiederle se aveva altri progetti per il futuro. All’inizio dell’intervista ha anche citato che sta scrivendo un altro romanzo, quindi può dirci qualche dettaglio?

Sto scrivendo un altro romanzo che ha come sfondo un fatto di cronaca veneta; racconta la storia di una persona che da tanto tempo ha rinunciato a realizzare un suo sogno e crede che in quel momento potrebbe realizzarsi; potrebbe lasciare tutto quello che ha fatto fino a quel momento per investire tutto e ottenere quello che vuole davvero.

Sarà ambientato nelle colline vicentine.

Sul finale non ho ancora deciso perché io lo lascio sempre andare. Io credo che si scriva in ogni momento della giornata, ma sul finale si può sempre cambiare idea. So come va a finire ma non so come saranno le ultime pagine.

L: Bene, noi avremmo finito. Grazie mille.

M: Sì, la ringraziamo molto, è stato davvero molto interessante, molto.

B: Davvero, grazie per averci dedicato il suo tempo, è stato molto interessante.

G: Va bene. Grazie a voi ragazze. Buona fine, buon principio e buoni sogni e mi raccomando sognate in grande, ali aperte e volare alto! Se avete bisogno di consigli per qualsiasi cosa non esitate a chiedere! Ciao!

Una cicatrice che lascia il segno nel profondo dell’anima; una cicatrice che ti cambia per sempre; una cicatrice capace di portare alla luce migliaia di ricordi.

Ecco, questo è quello che un disturbo alimentare ti lascia, e purtroppo al giorno d’oggi molti sono gli adolescenti si trovano a convivere con questo mostro che li perseguita e che si è fatto più grande a causa della situazione pandemica. Una bestia che ti distrugge pian piano: ti fa fare quello che vuole, facendoti credere sia la cosa giusta da fare. Lo consideri come un amico perché ti fa diventare ciò che pensavi di voler essere, ma effettivamente non riesci mai a trovare un equilibrio.

Perdi i rapporti con le persone, diventi apatico, ti chiudi in te stesso: in poche parole perdi il controllo di te. Dall’esterno sembri una persona fortissima, perché riesci a sopportare la fame, ti alleni fino allo stremo, ma effettivamente dentro c’è un buco enorme che ti fa sentire impotente. Ed è lì che si crea una ferita che non puoi cicatrizzare pensando o dicendo che basti mangiare, perché non è così.

Si instaura una continua lotta tra mente e cuore in cui uno ti dice di non mangiare perché non sei abbastanza magro, ma l’altro vuole riavere ciò di cui è stato privato per così tanto tempo. In quei momenti pensi di non aver scampo, che ormai il tuo destino sarà contrassegnato da quel disturbo alimentare. Sei stanco di sentirti dire dai tuoi genitori che non sei più il figlio di una volta; sei stanco di vedere ciocche di capelli cadere ogni volta che li tocchi; sei stanco di dover scegliere di rinunciare ad una cosa che ami per perdere un maledettissimo etto; sei stanco di non essere più felice; dei continui pianti in camera; della paura di non risvegliarsi più per la mancanza di forze. Affronti un cibo che ti fa paura, ma aveva troppe calorie e allora vomiti, ti alleni, ti riempi di lassativi pur di non avere più nulla in corpo. E poi ci sono i sensi di colpa che non se ne vanno, che ti fanno sentire uno schifo, quando invece sei il fiore più bello, pronto ad una sbocciatura che potrebbe esserti privata da una cosa che vorresti essere, ma che non potrai mai essere. Decidi allora di lasciarti andare, contrassegnato da un senso di solitudine interiore.

Invece, poi, inizi a combattere fino a che riesci a sconfiggere quel maledetto mostriciattolo nella tua testa e allora potrai dire: “Ce l’ho fatta”. Ebbene sì, ce l’avrai fatta e dopo continue lotte, avrai ritrovato l’equilibrio, ma porterai per sempre quel ricordo in anima e cuore.

Si formerà una cicatrice, una cicatrice indelebile che porterai sempre con te e ti farà trovare la forza anche nei momenti più brutti.

Giada Gambalonga 3AL

Durante questa pandemia, sia nel nostro piccolo sia a livelli più alti come quelli governativi, si è finalmente compreso l’importanza che la salute ricopre nelle vite di ognuno di noi. Purtroppo ciò che non è stato compreso è cosa sia la salute.

Quando andiamo dal medico o quando stiamo a casa da lavoro o da scuola o anche semplicemente parlando tra amici, trattando il tema salute si intende sempre qualcosa di evidente, di fisico. Questo aspetto si nota perché per riferire di essere malati la società ci ha abituati a fornire prove evidenti di ciò che affermiamo ed ovviamente ciò non riguarda direttamente la nostra salute mentale, almeno agli inizi. E proprio questo è il problema.

La salute mentale deve essere presa in considerazione e tutelata sin dal principio e non quando già è stata enormemente danneggiata. Essendo qualcosa di più astratto devo dire che, nonostante io consideri la sua tutela fondamentale, è molto più difficile da comprendere rispetto a quella fisica, dato che siamo, per nostra sfortuna, abituati ad una società materialistica che non ci fa vedere oltre il nostro naso. Ciò nonostante credo che una parte della società italiana ne abbia capito l’importanza e pure la politica (anche se non tutta), tanto che con grande sorpresa e, come sempre, ritardo era stato proposto da alcuni parlamentari (i senatori Caterina Biti, Vanna Iori, Eugenio Comincini e la deputata Laura Boldrini) il cosiddetto “bonus psicologo”. Questo provvedimento sarebbe stato introdotto nella legge di bilancio dell’anno 2022 e i parlamentari avevano richiesto una cifra (a mio parere anche molto bassa rispetto al problema) di 50 milioni di euro. L’euforia che si era diffusa ha purtroppo giocato un brutto scherzo, infatti dopo l’approvazione del decreto si è scoperto che questo bonus era stato scartato per mancanza di fondi (chissà come mai però si sono trovati 850 MILIONI che sono stati aggiunti al budget del Ministero della Difesa, che raggiunge quasi quota 26 miliardi). Ma non dobbiamo preoccuparci, possiamo sempre andare alle terme o cambiare i rubinetti del nostro bagno. Evidentemente questi geni non hanno dato ascolto (avevamo dubbi?) né ai giovani né agli scienziati e gli psicologi che da anni, e soprattutto con l’inizio della pandemia, denunciano un aumento esponenziale di letti occupati legati alle malattie mentali che raggiungono stadi avanzati, visto che non è stato dato nessun supporto precedente.

Purtroppo i medici possono controllare solo i casi gravi, cioè con evidenze fisiche, che arrivano in ospedale, ma dietro a questi ci sono migliaia di invisibili che necessitano aiuto non solo economico (ostacolo che si voleva eliminare col bonus) ma anche sociale, personale. Spesso l’andare dallo psicologo è visto come sintomo di pazzia ed è questo che molte volte ci impedisce di farci aiutare. Vorremmo tutelare la nostra salute mentale, ma la figura dello psicologo ci appare come qualcosa di estremo, da folli e per questo tendiamo ad allontanarcene: non vogliamo essere visti come i problematici o disadattati in un certo gruppo sociale.

Questo era tutto ciò che pensavo fino a qualche anno fa. Non a caso appena ho fatto coming out con i miei genitori, alla proposta di consultare uno psicologo ho reagito malamente, bruscamente. Credevo che lo stessero facendo per farmi passare da “malato” (e forse era vero ahahah) o che l’esperto avrebbe dato ragione a loro e per questo ho rifiutato. Riflettendoci ora credo che non sarebbe stata una brutta decisione andarci, anzi, forse avrebbe aperto di più la mente ai miei genitori e a me stesso.

Con l’avvento della pandemia e del lockdown non credo di essere stato l’unico a provare un forte stress ed una solitudine abnorme, di avere avuto quei giorni proprio negativi in cui pensi al peggio perché non riesci più a sopportare la situazione e non hai nessuno con cui parlare e soprattutto che ti ascolta. Il gravoso ruolo di ascoltare e comprendere lo scarichiamo sempre su qualche amico che magari non sa come aiutarci: è per questo che una persona un po’ più esperta e di sicuro paziente ad ascoltarci nei nostri “sfoghi isterici” non farebbe male qualche volta all’anno. Alla fine lo psicologo fa questo. Non ci aiuta in modo mistico, ma ci fa buttare fuori tutto ciò che sta ribollendo dentro di noi.

Noi a scuola siamo fortunati, abbiamo la possibilità di usufruire dello spazio CIC. Anche se per poco tempo, anche se in una modalità non adeguata sfruttiamo al meglio ciò che abbiamo per iniziare pian piano a migliorarci.

 

 

 

Riccardo Alfonso 4BL

 

Là dove tutti i sogni sembrano essere possibili,

dove tutti i confini diventano soltanto orizzonti,

dove la mente non arriva consapevolmente,

dove gli occhi non riescono a vedere,

dove le mani non sanno toccare,

dove non c’è alcuna necessità di parole

per farsi sentire.

A chi trova quel posto

in questo mondo banale.

Gaia Livio 4AA

Sei e sarai parte della mia vita,

Sebbene tra noi due ormai sarà finita.

 

Sarebbe bello non dovesse accadere

E invece tra le dita sfuggirmi ti devo vedere.

 

Cos’ho fatto? Come ho potuto causare

Questo tuo desiderio di scappare?

 

Nel buio barcollo, ma è tutto invano,

Non potrò mai più sfiorare la tua mano.

 

Urlando il tuo nome ho perso la voce.

Quando finirà questa sofferenza atroce?

 

Ti scongiuro, fermati e dimmi perché

La mia presenza non vuoi più intorno a te.

 

Sempre più lontano te ne stai andando

E il mio passo va ormai decelerando.

 

D’improvviso la domanda spontanea mi sorge:

“Perché dei miei tentativi non si accorge?”

 

Non ho forse provato abbastanza,

Ottenendo solo l’accrescere di questa distanza?

 

Rassegnata, mi arresto. Non ha più senso.

“Mi rimarranno i ricordi”, a questo penso.

 

Lascio che ti stacchi da me, è questo che vuoi,

Troppo a lungo ho combattuto per un già perso “noi”.

 

 

 

Andra Bandrabulea, IV AL

Da Cremona a Este Achille primo cane addestrato in forza alla Polizia Locale - Cremonaoggi

 

Ad oggi si leggono costantemente articoli che parlano di campagne e movimenti contro l’odio, la discriminazione, la diversità e via così, ma purtroppo si trascurano spesso altre questioni di grande importanza e che dovrebbero essere messe sullo stesso piano delle precedenti. Una di queste è proprio la violenza sugli animali, l’odio nei confronti di chi non può difendersi da solo e può riservarsi solamente la condizione di subire gli abusi di potere dettati da chi è più forte.

 

Molti saranno a conoscenza di un fatto che qualche settimana fa ha smosso tantissime persone di Este e dintorni, rattristate e deluse per un’ingiustizia avvenuta a discapito del corpo della polizia. Achille, un rottweiler poliziotto di 6 anni e in servizio da 3, è stato rinchiuso in una gabbia al canile senza un apparente motivo, cosa che ha suscitato l’interesse di moltissime persone pronte ad aiutarlo nel ridargli la libertà. Una di queste, nonché protagonista iniziatrice del movimento noto come “#achilleliberosubito”, è l’ex sindaca della città di Este. Lei prima di tutti ha tentato di attirare l’attenzione di più persone possibili sui social, condividendo le foto di Achille e dei suoi accompagnatori, l’elenco dei suoi successi e le ragioni per cui la decisione di allontanarlo dal corpo della polizia fosse sbagliata.

 

Achille è un abilissimo aiutante a quattro zampe, istruito ed addestrato come cane antidroga, impiegato nell’eliminazione dello spaccio e delle sostanze stupefacenti, ma anche nella ricerca di persone scomparse e nella difesa dei propri colleghi. Negli ultimi anni ha totalizzato un gran numero di successi e si è guadagnato la stima di moltissime persone intorno a lui. È stato coinvolto in indagini importanti e perquisizioni, ha aiutato a svolgere controlli antidroga per i quali, come già citato precedentemente, è stato addestrato, ha presenziato nelle scuole per il progetto di sensibilizzazione “Tavolo contro le dipendenze” e infine ha dato un aiuto fondamentale nel ritrovare due persone scomparse. In questi ultimi giorni il suo nome e la sua storia sono stati nella bocca di tutti e ciò ha comportato evidenti e inevitabili fraintendimenti e la diffusione di informazioni false sul suo conto.

 

Il nuovo capitano della polizia locale di Este, in accordo con il sindaco della città, aveva preso la decisione di mandare via Achille fin dal primo momento in cui l’aveva visto e apparentemente nulla sembrava potergli far cambiare idea. La questione è rimasta per un po’ silenziosa e le sue intenzioni non sono state rese note almeno fin quando, due giorni fa, uno dei due poliziotti accompagnatori di Achille, impossibilitato ad accudirlo per alcuni giorni, si è dovuto assentare dal lavoro. È stato allora che sono stati firmati di immediato i documenti per farlo andare via e rinchiuderlo in canile. Negli articoli adesso si possono leggere testimonianze che affermano che Achille sia un cane pericoloso e in procinto di “pensionamento” per l’età avanzata (età che spesso viene sbagliata: Achille ha 6 anni, non 8) e che, vista l’impossibilità di uno dei due poliziotti di occuparsi di lui, non sia sicuro permettere ad una sola persona di badargli.

 

Ovviamente, vista la rivolta nata nell’ultima settimana, cercare scuse per giustificare le proprie azioni sembra la mossa migliore, ma c’è chi non si ferma e continua a lavorare per far riottenere la libertà al rottweiler. L’avvocatessa Laura Massaro che ha preso a cuore la storia di Achille si è impegnata nella causa e ha trovato una soluzione che, a queste condizioni, è certamente la migliore. Achille, dopo essere rimasto per molte ore in gabbia, è stato liberato. Adottato dal suo istruttore e addestratore, il cane ha abbandonato la sua carica e riserva il resto della sua vita a correre felice nella più totale spensieratezza.

Dopo la sua liberazione, il mondo ha ottenuto un successo e all’animale innocente è stato dato l’adeguato riconoscimento per il servizio che ha offerto.

Purtroppo cose di questo genere accadono tutti i giorni e non sempre si riesce a farsi ascoltare, a totalizzare vittorie e soddisfazioni come queste, ma adesso, grazie al nostro aiuto, Achille è finalmente di nuovo libero e pronto per una nuova avventura.

 

 

Rowena Polato 3BL

<<Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare – il mare  nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord. La spiaggia. E il mare.

Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità – verità – ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia , impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.

Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia da nord. L’uomo porta alti stivali e una giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela. È come una sentinella – questo bisogna capirlo – in piedi a difendere quella porzione di mondo dall’invasione silenziosa della perfezione, piccola incrinatura che sgretola quella spettacolare scenografia dell’essere. Giacché sempre  è così, basta il barlume di un uomo a ferire il riposo di ciò che sarebbe a un attimo dal diventare verità e invece immediatamente torna ad essere attesa e domanda, per il semplice e infinito potere di quell’uomo che è feritoia e spiraglio, porta piccola da cui rientrano storie a fiumi e l’immane repertorio di ciò che potrebbe essere, squarcio infinito, ferita meravigliosa, sentiero di passi a migliaia dove nulla più potrà essere vero ma tutto sarà – proprio come sono i passi di quella donna che avvolta in un mantello viola, il capo coperto, misura lentamente la spiaggia, costeggiando la risacca del mare, e riga da destra a sinistra l’ormai perduta perfezione del grande quadro consumando la distanza che la divide dall’uomo e dal suo cavalletto fino a giungere a qualche passo da lui, dove diventa un nulla fermarsi – e, tacendo, guardare. L’uomo non si volta neppure. Continua a fissare il mare. Silenzio. Di tanto in tanto intinge il pennello in una tazza di rame, le setole si tingono di rosso carminio, e abbozza sulla tela pochi tratti leggeri. Esse lasciano dietro di sé l’ombra di una pallidissima oscurità che il vento immediatamente asciuga riportando a galla il bianco di prima. Acqua. Nella tazza di rame c’è solo acqua. E sulla tela, niente. Niente che si possa vedere. “acqua di mare, quest’uomo dipinge il mare con il mare”. – ed è un pensiero che dà i brividi. Si potrebbe stare ore a guardare quel mare, e quel cielo, e tutto quanto, ma non si potrebbe trovare nulla di quel colore. Nulla che si possa vedere.

La marea da quelle parti, sale prima che arrivi il buio. Poco prima. L’acqua circonda l’uomo e il cavalletto, se li piglia adagio ma precisa, e loro due rimangono lì, impassibili, come un’isola, o un relitto in miniatura. Poco prima del tramonto, ogni sera, una barchetta viene a prenderselo che l’acqua gli è già arrivata al cuore. Plasson, il pittore. E ora che se n’è andato, non c’è più tempo. Il buio sospende tutto. Non c’è nulla che possa, nel buio, diventare vero. >>
Alessandro Baricco, Oceano Mare, 1993

Vorrei dirvi che queste parole che avete appena letto le ho scritte io, sarebbe bello. Ma non è così. Questo era il primo capitolo (leggermente modificato) di “Oceano Mare” di Baricco, per l’appunto. Baricco è uno scrittore italiano classe 1958. I suoi libri sono abbastanza famosi,  eccessivamente, ma hanno comunque ispirato varie opere teatrali e il suo capolavoro “Novecento” ha ispirato Giuseppe Tornatore per il film “La leggenda del pianista sull’oceano”. Ebbene sabato 22 Gennaio Baricco ha annunciato, tramite i social, di avere una leucemia. Quando ho letto il messaggio sono diventato cupo, stavo tornando a casa. Non capivo il perché. Certo, una leucemia non fa piacere, ma Baricco non è un mio parente, non l’ho mai incontrato, non sono nemmeno un suo lettore accanito, ho letto solo due romanzi e un breve saggio. Poi la sera, ripensandoci, ho capito che forse ci ero rimasto male perché “Oceano Mare” mi aveva regalato emozioni contrastanti, l’avevo amato ma al contempo non è il libro migliore che abbia mai letto, né dal punto di vista soggettivo, né dal punto di vista oggettivo. Eppure pagina dopo pagina, questa storia surreale, dai toni onirici, narrata in maniera barocca, a tratti snob, mi toccava. Non ho capito se mi stesse accarezzando, o mi stesse prendendo a pugni, ma la sentivo da qualche parte dentro di me. E quindi, mi sono messo a riflettere e a ricordare, le piccole cose che Baricco mi ha donato, pur non conoscendomi. Forse ho trovato qualche risposta e qualche altra domanda. Non le condividerò. Il tutto diventerebbe, lungo, noioso e non potrebbe essere capito da nessuno, se non da me. Ciò che posso dirvi è di leggere. Perché forse anche voi avrete tante domande senza risposte. Forse avete anche voi una gran confusione nel cuore. Se alle superiori non avete queste due cose, beh sappiate che vi invidio. Leggere forse vi aiuterà a trovare delle risposte, o delle nuove certezze. Forse stravolgerà completamente il vostro modo di vedere, vi cambierà, non mi è dato saperlo (per fortuna), posso rispondere solo per ciò che mi riguarda. Così come voi potrete rispondere di ciò che riguarda voi stessi, e forse, se siete molto bravi, qualche altra persona che amate. Non so se ho raggiunto lo scopo che mi ero prefissato, ma poco importa. Ora che ho messo per iscritto i miei pensieri, mi sento meglio.

Possiate vivere molteplici vite in mezzo a sterminate pagine.

Che questa lettura abbia inizio.

Rimettiti presto, Alessandro.

Stefano Piva 4AL, amante di buona musica, buon cinema e buoni libri.

A seguire il prodotto di un fruttuoso dialogo tra due personaggi molto interessanti. Il primo si chiama file vuoto, il secondo utente.

 

Documento senza titolo.

 

Il file è vuoto. Prego: inserire le proprie idee.

Riguardo a cosa?

A ciò che vuole Lei.

Lei chi?

Lei.

Io?

Sì. Lei.

 

Io.

 

Il file è vuoto. Prego: scrivere qualcosa.

Ma riguardo a cosa??

A ciò che più le piace.

Ma a me non piace nulla.

Nulla?

Nulla di cui vale la pena parlare, nulla che interessa agli altri.

E chi è che determina ciò che interessa agli altri? Lei?

Io.

Ciò che Lei potrebbe dire non lo ritiene stimolante?

Ritengo che ciò che potrei dire risulterebbe utile solo a me.

Solo a Lei?

Solo a me.

 

Me.

 

Il file è vuoto. Prego: scrivi.

E che cosa dovrei scrivere?

Ciò che ti rende vuoto.

Vorrei fare a meno.

Ma perché?

Non posso riempire del vuoto con dell’altro vuoto.

Certo che puoi, diventerei un file vuoto riempito da tanti vuoti colmabili, i tuoi.

E chi mai li colmerebbe?

Io. Con il mio vuoto.

Non ti capisco.

Proviamoci.

 

Noi.

 

Il file si sta riempiendo. Prego: continua a scrivere.

Continuo a scrivere solo perché me lo chiedi tu.

Non ti senti meglio?

Forse, ma non voglio ammetterlo.

Perché no? Con me puoi essere sincero. Non giudico.

Giudicare? Tutti troppo bravi a farlo. Motivo per cui scrivo in questo file: non mi giudichi.

Però non credi che dovresti imparare ad affrontare il giudizio altrui?

Non giudicarmi.

 

Me.

 

Il file si sta riempiendo. Prego: scrivi con moderazione.

Odio quando mi fai queste richieste. Ora che sei meno vuoto pretendi che io smetta di scrivere, non te ne frega più nulla di me.

Non puoi capire la condizione di file vuoto.

Sarei io che dovrei capirti? Tu non hai bisogno di essere capito.

Solo perché sono un file vuoto, non significa che posso contenere tutto il tuo dolore senza  mai soffrire. Il nostro deve essere un rapporto reciproco.

Sì, ma a me chi ci pensa?

Io. Ma tu pensa a me. Va bene? Ci aiutiamo.

 

Noi.

 

Ci aiutiamo? Stupido file. Non ho tutto il tempo del mondo per pensare agli altri, a come stai tu, a come stanno i miei amici, i miei parenti, i miei vicini di casa. Non si può pretendere di esserci sempre per tutti e mai per se stessi. Non si può. Devo pensare a me.

 

ME!

 

File pieno. Prego: —

Non dici nulla?

Ei? Ci sei?

File vuo… no. Non sei più un file vuoto, come potrei chiamarti… File pieno? Ei, file pieno, ci sei?!

Non mi rispondi più. Ho capito: anche tu mi hai abbandonato definitivamente. Come hanno fatto tutti gli altri. Non sei diverso da loro. Non lo sei mai stato. Volevi solo che ti dicessi ciò che avevo dentro, per sapere perché stavo male, perché ti interessava farti i fatti miei. Perché ti faceva sentire meno vuoto. Perché per un pò ti sei sentito utile. Perché ti sei sentito qualcosa per qualcuno, eppure eri solo un involucro vuoto. E io ti ho riempito con il mio dolore. Sei un ingrato. Però… mi manchi.

Mi mancano quei momenti in cui non c’era nessuno, ma tu eri così ben disposto a soffrire per me. A riempire il vuoto con del dolore incolmabile, a capire l’incomprensibile, ad accettare l’inaccettabile e udire l’inudibile. Mi facevi sentire pieno. Mi rendevi felice ma sono sempre stato troppo orgoglioso per ammetterlo. Sai che ti dico?

Ti prego, rispondi!

Ora cancello tutto! Cancello perché ti voglio di nuovo vuoto, e non per riempirti di dolore, ma per prendermi cura di te come tu hai fatto con me. Mi manchi. Spero di riaverti indietro. File, torna vuoto, io ti riempirò con fantasia, dolcezza, originalità. Io ti darò me stesso.

 

Me stesso.

 

File rinnovato. Prego: scrivere.

Oh che gioia! Io ho bisogno di te! Certo, scriverò, scriverò eccome, ma le cose sono cambiate. Ora ti riempirò di bellezza, non di dolore.

Caro utente, non ti preoccupare. Sono sempre stato riempito e poi cestinato. E dopo trenta giorni, come da copione, finivo nel dimenticatoio e resettato. Ma non dimentico, purtroppo. È la prima volta che qualcuno ragiona diversamente dagli altri. Tu mi vuoi bene.

Io sono un ingrato. Ti ho riempito di dolore e ho continuato a pretendere che tu ci fossi per me, mentre io per te non ho fatto nulla. Ti ho ferito, perché sì, il dolore degli altri pesa.

È vero.

Ci rendiamo conto del valore di uno spazio vuoto da riempire, solo quando è pieno e non ci sta più nulla.

Non accadrà più, promesso.

Promesso.

Non voglio che prometti. Se quello che dici è vero, ricordati che per prendersi veramente cura di se stessi non bisogna annichilire gli altri.

E come si fa esattamente?

Non esistono formule magiche. Io sono un file vuoto, programmato per essere riempito. Ma  le persone non sono programmate per questo. Non sono involucri, come mi hai definito tu. E prendendoti cura di loro troverai la strada che ti porta dritto alla felicità. Non dimenticare te stesso, mai, ma non dimenticarti che esistono anche gli altri.

Sei saggio.

No, sono un file vuoto che ha utilizzato il dolore per maturare, e le brutte esperienze per non sbagliare più. Mi definirei quasi umano, se non fossi fatto di zero e uno.

Non sono i numeri a determinare il tuo essere. Ma quello che sei dentro, amico.

Ti voglio bene.

Anch’io.

 

Noi. Insieme.

 

 

 

 

Filippo Magaraggia 4AA

Credo sia fondamentale per la nostra crescita personale essere aperti verso
nuovi mondi, culture, lingue, mentalità.
Noi giovani siamo curiosi di scoprire cosa c’è al di fuori del nostro piccolo
paesino, nel quale siamo nati e cresciuti. Allo stesso tempo però, il pensare
che ci sia qualcosa di diverso fuori dalla nostra quotidianità, dalla realtà in
cui siamo abituati a vivere e l’avvicinarsi a questo mondo inesplorato ci
spaventano.
Proprio per questo, ho deciso di intervistare le prof.sse Datz e Salvo:
entrambe si sono trasferite in un’età giovane in posti completamente
diversi rispetto al loro luogo d’origine.
Le loro esperienze sono un’utile testimonianza e una spinta per noi che
prima o poi conosceremo ed affronteremo le molteplici difficoltà
trasferendoci all’estero.

Ecco a voi l’esperienza della prof.ssa Salvo:

Dove è nata e cresciuta?

Sono nata e cresciuta a Messina, dove ho frequentato il liceo classico
“F. Maurolico”. Dopodichè mi sono iscritta all’Università per studiare
Lingue e Letterature Straniere (Tedesco e Inglese).

Quando si è trasferita all’estero? In quale occasione?
All’età di 20 anni mi sono trasferita in Germania, esattamente a
Tübingen, grazie al progetto “Erasmus”, un programma di mobilità
studentesca dell’Unione Europea che dà la possibilità a studenti
universitari di effettuare un periodo di studio in una università
straniera.
Dopo questa esperienza meravigliosa durata un anno, ho deciso di
rimanere in Germania, trasferendomi a Köln, Colonia, dove ho avuto
l’opportunità di lavorare per sei anni come insegnante di lingua
italiana in un liceo tedesco.

E’ stata la sua prima esperienza al di fuori del proprio paese di
nascita?
Prima dei 20 anni ho avuto la fortuna di fare tante piccole esperienze
all’estero. In particolare, ogni estate trascorrevo due o tre settimane
all’estero (Inghilterra, Irlanda, Austria, Germania) ospitata in college
o presso famiglie straniere. Durante questo periodo studiavo la lingua
e allo stesso tempo scoprivo la cultura del posto.

Aveva già studiato la lingua del paese in cui si è trasferita? In
generale, quanto tempo ci è voluto per impadronirsi della lingua?
Sebbene avessi già delle conoscenze della lingua tedesca, non è stato
subito facile comprendere e farsi comprendere dagli abitanti del posto.
Un conto è studiare la grammatica e il lessico sui libri, un altro è
utilizzare tutto il bagaglio linguistico in forma attiva e immediata in
contesti reali. Solo col tempo e con la pratica sono riuscita ad entrare
sempre più in confidenza con la lingua straniera e a sentirla sempre
più mia. Tuttavia, sono convinta che non si finisce mai di imparare
una lingua!

E’ stato difficile ambientarsi? E’ stata ben accolta dalle persone del
posto? Quali sono state le sue prime impressioni?
Con il trasferimento sono andata incontro a delle difficoltà che, a mio
parere, sono inevitabili e da mettere in conto se si fanno determinate
scelte di vita. Ero psicologicamente pronta a vivere una nuova
situazione in un ambiente diverso, ma trovarsi poi a viverla nella
realtà è un’altra cosa. Tuttavia, sebbene fossi partita da sola e non
conoscessi nessuno, la mia voglia di mettermi in gioco e la mia
curiosità verso l’altro mi hanno spinta a conoscere e a farmi conoscere
sempre di più dalle persone del posto. Si pensa che i tedeschi siano
molto freddi e distaccati, ma in realtà hanno solo bisogno di tempo per
conoscerti sempre di più e una volta conquistata la loro fiducia sono in
grado di aprire le porte del loro cuore e ad accoglierti calorosamente.
Così è stato per me.

Ha riscontrato difficoltà nell’accettare le diversità tra i due paesi?
Quando sono partita con una valigia in mano, consapevole che avrei
lasciato alle spalle la mia terra d’origine per un periodo molto lungo,
mi sono portata con me anche le parole della mia cara professoressa
d’inglese del liceo, la quale sosteneva che “conoscere, accettare e
accogliere le differenze culturali diventano la chiave per rendere
un’esperienza proficua e significativa”. Forte di questo pensiero, mi
sono effettivamente scontrata sul posto con la diversità culturale, in
ogni aspetto della vita quotidiana, ma proprio lo “scontro” mi ha fatto
capire che aprirsi a nuovi modi di pensare permette di tener conto che
esistono diverse soluzioni e punti di vista e possiamo imparare
qualcosa anche da altre culture, così come apprezzare ancora di più la
nostra.

Come si è sentita essendo così lontana da casa? Ne aveva nostalgia?
Ritornava spesso?
La lontananza da casa si è sicuramente fatta sentire. Lasciare la
famiglia e gli amici per avventurarsi in un paese nuovo e straniero non
è mai semplicissimo. Quindi avevo sì nostalgia di casa, soprattutto nei
momenti più difficili. Ma ho sempre superato questi momenti
pensando che comunque non ero sola. Grazie alla tecnologia potevo
sentire in qualsiasi momento le persone che avevo lasciato in Italia e
allo stesso tempo sapevo che avevo attorno a me nuovi amici e nuovi
affetti che mi hanno aiutato a gestire anche i momenti di sconforto e
di stanchezza. Inoltre, circa 3 volte l’anno riuscivo a tornare a casa per
ricaricarmi ed essere così pronta per ripartire con il giusto
entusiasmo.

Consiglia a noi giovani di fare esperienze all’estero?
Consiglio assolutamente a tutti i giovani di fare più esperienze
possibili all’estero. Sono pienamente convinta che tali esperienze
siano ciò che permettono alle persone di mettersi veramente in gioco,
di crescere e formarsi caratterialmente e di conoscersi e riscoprirsi
giorno dopo giorno. Venire a contatto con le diversità, imparare ad
ascoltare altri punti di vista e a rispettarli, conoscere nuovi usi e
costumi, scoprire posti nuovi…sono tutti modi utili per aprire la mente
e rendersi conto che non esistiamo solo noi, ma che siamo solo una
piccola parte di un qualcosa di più grande e meraviglioso che si chiama
“mondo”. Inoltre, solo uscendo dal nostro guscio possiamo davvero
affrontare le nostre paure e trovare così la chiave giusta per
superare una difficoltà, così da guardare avanti con più fiducia e
maggiore consapevolezza di sé.

Ora passiamo la parola alla prof.ssa Datz la quale con un’esperienza
altrettanto importante, ci racconta cosa l’ha spinta a trasferirsi in una
grande città come Padova. Spoiler: l’amore ha giocato un grande
ruolo;)

Dov’è nata e cresciuta?
Sono originaria dell’Alto Adige, più precisamente sono cresciuta nel
paese di Caldaro, a circa 15 km da Bolzano.

Com’è stato per lei crescere in una provincia bilingue? Come mai non
aveva imparato l’italiano fin da piccola?
L’Alto Adige è una zona bilingue, nei paesi però è predominante il
tedesco. Nel mio paese per esempio all’epoca c’erano solo i carabinieri
di lingua italiana e le scuole (elementari e medie) erano solo in lingua
tedesca. Solo al momento delle superiori che si trovano nelle città
avrei avuto la possibilità di fare la scelta se frequentare la scuola
italiana o tedesca. Avendo fino ad allora fatto tutte le scuole in lingua
tedesca non me la sarei mai sentita di scegliere in quel momento il
liceo in lingua italiana. Peccato che la scuola in Alto Adige non sia
bilingue e che si debba scegliere tra la scuola in lingua tedesca oppure
in lingua italiana. Ho iniziato a studiare l’italiano sin dalla seconda
elementare ma sempre come seconda lingua, quasi come una lingua
straniera e purtroppo con scarsi risultati. Ho sempre avuto paura di
parlare italiano e questo certo non ha aiutato. Non pensavo che questa
lingua in futuro sarebbe diventata così importante nella mia vita.

Cosa l’ha spinta a trasferirsi nel Veneto e lasciare il suo luogo
d’origine?
Ebbene sì, l’amore mi ha portata qui nel Veneto, a Padova. Mi sono
innamorata di un italiano del sud trasferitosi al nord da piccolo, nella
città padovana.

Ha riscontrato problemi nell’imparare la lingua? Quanto ci è voluto
per comprendere e farsi comprendere?
Non è stato facile all’inizio, ritrovarsi in una grande città
comprendendo circa il 30% della lingua parlata era un’insicurezza per
me. Temevo il giudizio degli altri su questo, avevo ansia da
prestazione, essendo italiana pareva strano che io non conoscessi
bene l’italiano. Ho iniziato comunque a lavorare: ho sempre avuto la
passione per la musica e mi è sempre piaciuto cantare. Arrivata a
Padova un’altra opportunità di lavoro mi è parsa davanti:
l’insegnamento della lingua tedesca. Ho dovuto quindi scegliere tra la
mia passione e una cosa abbastanza nuova per me. Col passare del
tempo ho però coltivato un grande amore per questo mestiere che mi
permette di essere in costante contatto con la mia lingua di origine ma
soprattutto di praticarla.
Comunque, capii di aver acquisito un buon livello di italiano solo
quando iniziai a sognare in questa lingua, cosa che mi parve tanto
strana.

Come ha affrontato la differenza tra il posto in cui è cresciuta
rispetto alla grande città in cui si è trasferita? Come le sono sembrate
a primo impatto le persone del posto?
Innanzitutto avevo solamente 21 anni quando mi trasferii a Padova.
Ero una ragazza giovane che voleva lasciare il suo luogo d’origine
perché era spinta da un’immensa voglia di scoprire il nuovo.
Trasferirsi da un paesino in una città multiculturale come Padova fu
un grande passo per esaudire questo mio desiderio. Mi affascinava, e
mi affascina tuttora, la vita di città: andare al cinema, a teatro, vivere
il centro erano tutte cose nuove per me.
D’altra parte però mi sono dovuta abituare alle usanze del posto. Mi
ricordo ancora quanto mi faceva innervosire quando al momento del
salutarsi si diceva “andiamo” per poi stare a parlare per un’altra
mezz’ora… non ero sicuramente abituata!
A differenza degli abitanti del mio paese, le persone conosciute a
Padova sono state fin dall’inizio super aperte e per questo è stato
molto facile per me integrarmi e fare nuove amicizie.

Torna spesso a casa?
Sì, quando ce n’è l’occasione prendo e vado! Mi mancano tantissimo i
paesaggi immersi nel verde, la natura… ma soprattutto la vita nel
paese, dove tutti si conoscono. Si è come una grande famiglia, infatti
non ci si ritrova mai da soli, tutte cose che da giovane mi davano
fastidio e che ora invece vedo diversamente e apprezzo.
Perciò cerco sempre di tornarci per almeno 1 settimana, tempo che mi
basta per ritrovare la mia lingua e la mia cultura!

Consiglia a noi giovani di fare esperienze del genere?
Certamente, credo che bisogna sempre cercare di uscire dalla propria
realtà per scoprire il nuovo. Immergersi nelle diversità aiuta anche a
capire i propri gusti, a scegliere cosa ci piace. Conoscere più cose dà un
senso di consapevolezza di cosa ci gira intorno!

Valentina Chatziantonis 2BL