When I walk in the night

The dark shadow splits my sight:

Within a dream a desire,

Within a desire a stream.

A stream of thoughts

And a book of words,

Words you cannot say

For my mind could shade.

A game of shadows

And the path is narrow,

But a light I shall see

If you let come here.

Let me walk through your sorrows

So I can catch a glimpse of my tomorrows.

Teodora Berghi

Cari amici del G.B.,

È passato ormai più di un anno da quando è iniziata la pandemia. Chi mai si sarebbe aspettato che la nostra vita sarebbe stata stravolta in questo modo? Chi avrebbe mai pensato che ci sarebbero mancate le nostre solite abitudini? Sono mesi che viviamo con incertezze, sconforti e  con la speranza di un ritorno alla nostra vita quotidiana; forse solo ora stiamo cominciando a vedere uno spiraglio di luce in fondo a questo tunnel buio.
Ma come abbiamo vissuto, e tutt’ora stiamo vivendo, l’inaspettata situazione noi studenti?

Il periodo ci ha permesso di confrontare due esperienze scolastiche differenti: la scuola in presenza e la DaD, ovvero la didattica a distanza. Quest’ultima è stata certamente l’unica opzione possibile per non fermare l’istruzione, con lo scopo di mantenere un legame tra studenti e insegnanti. Nonostante ciò, la lontananza ha portato inevitabilmente molti ragazzi a isolarsi e ha fatto provare a tutti tristezza, nostalgia e molto stress, con una conseguente demotivazione in ogni attività. Invece, coloro che hanno provato a impegnarsi senza perdersi d’animo, si sono sentiti dire almeno una volta “tanto in DaD è tutto più facile”.
Avete idea di quanto sia demoralizzante questa affermazione? In questi mesi la nostra mente è stata portata al limite: da marzo del 2020 la nostra routine consiste nello stare dalle 5 alle 7 ore al computer per le lezioni, poi il resto del pomeriggio e parte della sera sui libri o su un altro schermo per studiare. In effetti, i sintomi fisici non hanno tardato a farsi sentire, mentre le alternative assai ridotte di svaghi ci hanno avvilito psicologicamente. Sembriamo quasi degli automi, macchine che si muovono senza una propria volontà.

Abbiamo raccolto diverse opinioni di studenti della nostra scuola, che secondo noi sarebbe interessante riportare. Alcuni affermano che, sotto più punti di vista, la didattica a distanza sia stata più pesante rispetto a quella in presenza, sia per la mancanza di contatti esterni alla propria famiglia, sia per il carico di studio davvero elevato e da svolgere necessariamente chiusi in casa. Inoltre in DaD è molto più complesso capirci tra noi compagni e con i professori e, come alcuni hanno potuto constatare, proprio questa mancanza di dialogo ha contribuito ad un allontanamento reciproco.
Altri hanno fatto notare come l’appesantimento dello studio a distanza si è riflettuto sullo sport, almeno per i pochi fortunati a poter frequentare attività motorie consentite durante la pandemia. Altri ancora hanno riflettuto sul fatto che, se si verificassero più spesso dei piccoli gesti, che fin’ora sono stati isolati, come fare una pausa durante la lezione per sentire il nostro parere o il modo in cui stiamo vivendo questo brutto periodo, il tutto si potrebbe certo alleggerire.

Un fatto particolare, riscontrato da parecchi studenti, è legato all’enorme differenza tra il primo e il secondo lockdown. Dopo l’estate, c’era tra gli studenti la trepidazione di tornare a scuola in presenza a settembre, poiché mancava la compagnia dei coetanei e si voleva stare in un luogo diverso dalla propria camera. Purtroppo non è stato un ritorno felice.
Certo, abbiamo rivisto i nostri compagni e gli insegnanti di persona e non dietro uno schermo, ma le continue incertezze hanno spinto a cercare di realizzare in presenza più test scritti e orali possibili, quasi come se fosse una vera e propria “corsa ai voti”, molto più pesante dello scorso anno. Quindi, nonostante la seconda quarantena sia stata ovviamente più organizzata per questioni di tempistiche maggiori, la situazione già complicata di per sé non è di certo stata agevolata.
È comprensibile il timore che a distanza si possa copiare più facilmente, ma ci vorrebbe più fiducia nei nostri confronti. Inoltre, è logico ritenere anche che gran parte dei giovani sia consapevole che le azioni compiute oggi lasciano segni nel nostro futuro.

Come detto in precedenza, durante la DaD c’è stata l’impressione che il carico di compiti sia aumentato. Ciò, in realtà, già normalmente è gravoso. Ahimè, è comune che molti studenti siano ansiosi e stressati. Sappiamo bene che per ottenere grandi risultati bisogna lavorare veramente sodo, ma quando si arriva a dover rinunciare ad uno sport o ad una propria passione per prestare attenzione allo studio, vuol dire che la situazione è diventata ingestibile.

Quindi, assolutamente consapevoli del fatto che la situazione complessiva sia assai complicata anche per i nostri docenti e per il personale scolastico – tra l’organizzazione generale, gli orari da stabilire, le lezioni da preparare, ecc.-,  noi studenti ci teniamo a dire che siamo esausti. Abbiamo bisogno di ritornare presto a vivere e stare in compagnia, di dedicare del tempo a noi stessi, sia per coltivare hobby, sia per fare attività stimolanti, sia per riposare la mente. Abbiamo un grande desiderio di conoscenza, che aspetta solo di essere valorizzato da noi stessi e da coloro che lo possono comprendere. Abbiamo bisogno di non perdere le nostre ambizioni e le nostre passioni; di essere compresi, incitati a non mollare e, soprattutto, di non essere lasciati soli.

Con questo articolo, ci piacerebbe sensibilizzare un po’ più persone, al di fuori del comparto studentesco, sul nostro punto di vista. La DaD non è stata certo una perdita di tempo: è stata ardua, stressante e a volte si sono verificate delle incomprensioni.
Crediamo perciò che sia importante far sentire la nostra voce ed esprimere nella massima correttezza la nostra opinione, anche perché, lo sappiamo, la scuola siamo noi, i professori e il personale scolastico.

Grazie dell’attenzione, e buona continuazione dell’anno scolastico.

È tutto da Elisa Polato e Ilaria Ballan.

"Siete pronti ragazzi?" "Si signor capitano!"

“Siete pronti ragazzi?”
“Si signor capitano!”

Un tale al mercato se ne andava a spasso
Appresso si portava un ananasso:
Regale e altezzoso camminava
Le foglie a mo di corona sulla testa sfoggiava.
Il frutto profumato e dolce alleggeriva l’aria,
Invece sott’acqua una spugna vi abitava.
Il tizio, che era un dottore,
Con l’oro della scorza e i tacchi pareva un gran signore.
Abitava in un appartamento,
Ma col castellon sperava un trasferimento…
Dunque verso casa si diresse
Rifiutando uno strappo in calesse
Però lungo una discesa,
La suola delle sue scarpe perse la presa.
Inciampò in un sasso,
Si ruppe crapa ed ananasso

 

~Sara Boscolo

Banana "inscocciata"

Banana “inscocciata”

Dolce frutto degli dei celesti
Venduto in migliaia di cesti,
Sei una dolce pausa dal lavoro
Sei più colorata di una collana d’oro.
Prendesti spunto dalla luna luminosa?
Perché dal colorito e la forma sinuosa
Non posso che ammirare la tua figura
Che mi rifocilla dalla mia vita dura.
Or mi sorge spontaneo domandare:
Ragazza, ma che cavolo devi a fare
Se la notte è tormentata dai crampi
Dolorosi come mille lampi?
Stattene seduta sul divano a poltrire
E non temere di dimagrire…
Oh beh, che dire per non sembrar cattivo?
Lo sapevi che il potassio è radiottivo?

 

~Enrico Pinton

5Asp, foto dei -100 giorni; A.S. 2020/2021

5Asp, foto dei -100 giorni;
A.S. 2020/2021

La Commissione britannica per l’occupazione e le competenze (2014) fornisce la definizione di occupabilità in termini di abilità, descrivendola come la sintesi delle competenze necessarie per svolgere quasi tutti i tipi di impieghi. L’occupabilità contiene in sé l’insieme di risultati, delle abilità, delle comprensioni e degli attributi personali che rendono i laureati più qualificati ad ottenere un lavoro e ad avere successo nelle professioni scelte, a vantaggio di loro stessi, della forza lavoro, per la comunità e per l’economia (Accademia di Istruzione Superiore, 2012, Pedagogia per l’occupabilità). In quale modo il profilo di un neolaureato può rispondere contemporaneamente alla definizione di un percorso di acquisizione di competenze disciplinari e a quello della maturazione di abilità di vita? Quali occasioni episodiche o processuali possono presentarsi nella vita di un giovane studente tali da fargli sperimentare esperienze di relazione, di autonomia o di competenza?

5Asp, A.S. 2020/2021

5Asp, A.S. 2020/2021

L’impegno di un individuo in una pratica deliberata per l’acquisizione di performance esperte ogni giorno, per anni, per decenni quando la maggior parte dei coetanei della stessa età gioca e si svaga, rende queste persone non semplicemente capaci in un ambito specifico, ma qualificate a mantenere alti livelli di pratica (Ericsson et al., 1993). Un’esperienza sportiva iniziata presto nella vita può fornire un ambiente eccellente per accumulare una serie di risultati in cui le abilità possono essere apprese, sviluppate, applicate, mantenute ed adattate. 

Negli ultimi anni l’interesse crescente per l’occupabilità dei laureati ha portato alla pubblicazione di numerosi studi di indagine sui vari attributi e abilità richieste nel mondo delle imprese. In particolare i datori di lavoro danno priorità ad abilità come la risoluzione di problemi, l’autogestione, il lavoro di squadra, la consapevolezza degli affari e del cliente e le capacità di comunicazione. (Coffee et al., 2014). Le competenze stanno diventando insufficienti in relazione all’occupabilità poiché ciò che rende qualcuno di successo in un ruolo particolare oggi, potrebbe non esserlo domani; se cambia l’ambiente competitivo, cambia la strategia dell’organizzazione e la modalità di collaborare o gestire un diverso gruppo di colleghi. Questo rende il mercato del lavoro uno dei più difficili della storia. Poiché i lavori stanno cambiando così rapidamente sembra quasi impossibile prevedere le competenze necessarie nei prossimi anni. Alcuni dati suggeriscono che i contesti accademici non producono laureati che soddisfano le competenze richieste dai datori di lavoro. Le prove hanno dimostrato che una laurea da sola spesso non è sufficiente ad ottenere un impiego; i laureati devono dimostrare altri modi in cui hanno appreso, sviluppato, applicato, mantenuto e adattato determinate abilità e attributi.

Recenti studi hanno dimostrato che l’impegno nello sport competitivo avvantaggia il laureato in quanto predispone il datore di lavoro a ritenere che quell’esperienza gli abbia fornito un alto grado di disciplina, responsabilità e perseveranza (Pfeifer & Cornelissen, 2009). Smismans e colleghi (2020) hanno mostrato che l’atleta possiede quattro competenze significative e rilevanti per l’occupabilita nelle varie tipologie di aziende. La prima competenza, “Carriera e gestione dello stile di vita”, sottende  l’importanza di un’ autodisciplina ben sviluppata, del senso della responsabilità e della capacità di dare delle priorità, di saper dosare l’impegno e di essere disciplinati.  Gli atleti percepiscono marcatamente il possesso di qualità come l’abilità di orientare i traguardi e la determinazione ad eccellere nelle diverse richieste di vita. Ciò conferma la tipica forza degli sportivi e il potenziale trasferimento di questa dallo sport d’ élite al mercato del lavoro.  

La seconda competenza, Career Communication, indica il buon sviluppo delle capacità interpersonali e della pianificazione della carriera, sia nella fase pre che in quella post ritiro. Terragrossa e colleghi (2015) enfatizzano che una bilanciata multi-identità personale facilita il passaggio degli sportivi in una nuova carriera in quanto fornisce gli atleti di più risorse già da loro sperimentate (transazione di competenze).

L’identificazione della terza competenza, Career Resilience, supporta la capacità di autonomia della gestione dello stress e della consapevolezza emotiva. Il successo nell’autocontrollo acquisito con la pratica dello sport d’élite viene traghettato al mercato del lavoro (Park et al., 2013). 

Come quarta competenza questo studio ha riconosciuto l’importanza dell’impegno professionale e della flessibilità. L’identificazione di questa competenza incrocia le richieste dei datori di lavoro che attribuiscono grande importanza all’impegno professionale e alle qualità personali correlate, come la capacità di presentare le idee in modo chiaro, l’attitudine ad identificarsi con la cultura e la volontà di fare di più per la propria organizzazione, facendo leva sul proprio senso di responsabilità. 

In generale, più alta è una posizione in un’organizzazione, più gli attributi sociali ed emotivi contano; per gli individui in posizioni di leadership, l’85% delle loro qualità appartengono al dominio sociale ed emotivo. Perciò coniugare la valorizzazione della dimensione accademica con quella umana significa vedere il giovane laureato sotto una duplice luce e riconsiderare i moltissimi atleti sparsi per i trentanove fusi orari del mondo come una realtà ad altissimo potenziale umano.

5Asp in pista di pattinaggio, Piazza Maggiore, Este; A.S. 2020/2021

5Asp in pista di pattinaggio, Piazza Maggiore, Este; A.S. 2020/2021

Le penne di Sara Muraro, Giorgia Piccirilli, Kevin Aggio, Antonio Sattin, Martino Doni, Matteo Noventa, la classe tutta 5 ASP e la Professoressa Biino

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Sei tu gesto d’amore, dolce carezza.
Sei tu pace al core, chiunque t’apprezza.
E della carnagione rosea e arancione
Nel mio animo cresce un’emozione
Tanto delicata è la tua polpa chiara
Addolcisci questa nostra vita amara.
E una leggera peluria, delicata piuma,
Ricopre la tua pallida carne cruda
E mi ricordano di una fanciulla le gote,
Baciate dal sole, in un campo di rose.
Ed il tuo fiore ti adorna come una corona
E cullato dal vento rilascia il suo aroma.
Ma parliamo ora di cose più bizzarre
Come da una pesca si riuscì ad estrarre
Un bambino. Va bene, capisco tutto…
Ma vi immaginate andare a letto con un frutto?
(A quanto pare in Giappone è una tradizione)
E poi, povera pesca, lei e le sue curve graziose
Inviala come emoji per messaggio,
Fallo se hai un briciolo di coraggio!
Ti considereranno un losco pervertito,
Tanto è allusivo, è poco gradito.
Comunque, diuretica è ogni sua fetta…
Quindi “plin plin”, come dice Rocchetta.

 

~Enrico Pinton

Le Garçon aux cerises -1859, Edouard Manet

Le Garçon aux cerises -1859, Edouard Manet

Tonda, lucida e profumata
Sul ramo, fra l’erba, tra delle labbra t’ho trovata.
Ridente sei fresca
Complice di una tresca;
La tua polpa custodisce cristallizzato
Il profumo del tuo fiore sbocciato,
Ti avvicino alle orecchie, gioiello
Ed odo i rumori di un’estate dal sole bello.
Corro fra i prati, la gonna sventola via:
Ti colgo e sei solo mia.
Il tuo è un rosso di passione, un rosso d’amore
A guardarti sollevi il cattivo umore,
Ma lo fai venire alla mamma se mi coli sulla stoffa
Come il sangue a lavar via sei tosta.
Il tuo nocciolo poi è motivo di competizione
A chi lo sputa più in là va l’orgoglio di una nazione;
Mi raccomando però di non esagerare,
Perché una tira l’altra, ed è come avere il maldimare..

 

~Sara Boscolo

Personalmente preferisco quelle opere artistiche a diretto contatto con gli spettatori. La gamma di produzione artistica dei nostri giorni raggiunge picchi ormai altissimi – e con arte intendo qualsiasi produzione creativa fatta per essere vista o consumata da un pubblico. Navigare in questo mare di tutto e di niente può essere sempre più fuorviante, e si finisce per immergersi ed uscirne con la testa riempita di così tante storie e immagini, che ormai l’unica cosa che ci rimane è l’indifferenza.

Motivo per il quale ho pensato di risparmiarvi la faticosa nuotata e di poter condividere oggi un singolo artista che possa accompagnarvi per la prossima settimana. Perché, diciamocelo, a chi non piace guardare qualcosa di bello?

Magari stimolare la curiosità con qualche “pizzicotto” d’arte contemporanea. Visto che non sono un critico e su Rompipagina non posso nemmeno condividere gli sticker di Sgarbi (ne ho almeno tre su Whatsapp, se volete) cercherò di portarvi solamente quello che ha attirato negli ultimi giorni i miei occhi assetati di cose belle.

 

Luo li Rong

La mélodie oubliée, Lui Li Rong

La mélodie oubliée, Luo Li Rong

Luo Li Rong, nata nel 1980 in Cina, ha studiato presso l’Accademia delle Arti Changsha. All’età di venti anni si è laureata con il massimo dei voti e la lode alla Beijing Central Academy of Art di Pechino. Dal 2005 si è trasferita in Francia e attualmente lavora e risiede stabilmente a Bruxelles, in Belgio. Alcune delle sue sculture sono state esposte ai giochi Olimpici di Pechino del 2008.

Quello che vi propongo oggi è “La mélodie oubliée” (letteralmente “La melodia dimenticata”), una scultura in bronzo realizzata nel 2007. L’arte di Luo li Rong si ispira a quella rinascimentale e barocca, in commisto alla purezza e semplicità della tradizione orientale.

Le sue opere artistiche sono l’emblema della bellezza e sensualità femminile. I soggetti assomigliano a fate e ninfe dei boschi, con i capelli mossi da una brezza leggera, gli sguardi fieri e le vesti rese estremamente realistiche, a riproporre il tulle accarezzato dal vento.

Rappresenta un punto d’incontro importante tra l’arte occidentale e orientale: da una parte il realismo e la tradizione classica dei nudi femminili, dall’altra la semplicità, la bellezza, la grazia tipiche delle stampe e dei disegni del lontano Oriente.

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È impossibile non rimanere estasiati dalla gentilezza delle forme e della composizione, dalla “melodia dimenticata” che sembra venir trasportata via dal vento. La sentite?

La mia assomiglia a flauti fauneschi, cinguettare d’uccellini e il lontano scroscio di un ruscello, ma chissà, questa musa potrebbe essere benissimo in grado di suonare le sinfonie più impensabili, e chi ci dice che dietro a quel volto grazioso e risoluto non si nasconda in realtà un’anima spietata e assassina alla Red Sparrow?

Se volete fare un viaggio tra fiabe e sogni dove le protagoniste sono donne danzati, vesti soffiate dal vento che si aprono a ventaglio, figure sospese in una lontana dimensione, allora le opere di Luo Li Rong sono proprio quello che vi serve – soprattutto quando la vita pesa incredibilmente sulle nostre spalle e abbiamo proprio bisogno di un po’ di sana leggerezza.

 

Nausika Celnikasi, 5Ac

Oranges, 5 July 2010, Tim Johnson

Oranges, 5 July 2010, Tim Johnson

Frutto corposo, profumo pungente
Colore acceso sotto al sole cocente.
La buccia rugosa che ne protegge le membra
Delle dolci tonalità simili all’ambra
La cui dolcezza l’animo solo non scorda
E rinasce ogni qual volta le morda.
Sei l’esempio perfetto di condivisione
Tant’è che ti dividi in spicchi per ogni occasione.
Ma funesto fu il giorno in cui venisti creata
Perché, pur essendo deliziosa e prelibata
Maronne! se sbucciata rilasci il tuo odore
Che provoca agli occhi e narici ogni dolore,
Solo il gas nervino fa un simil danno.
E chi urla “Aprite le finestre abbiamo l’affanno!”
“Non si respira! C’è odor d’arancia in ogni dove”
Poveri coraggiosi in questa situazione…
Comunque dicono sia un lassativo naturale
Perfetto per chi non si riesce… a liberare.

 

~Enrico Pinton

Tè al limone, Vitaly Urzhumov

Tè al limone, Vitaly Urzhumov

Sei acerbo, aspro e particolare
La lingua ritratta, come la coda di un cane
Il tuo gusto ruggisce estate:
Affettato galleggi in un bicchiere della cucina
Come un canotto in una piscina.
Puoi essere mangiato
Ma dalle nonne come rimedio casalingo sei molto apprezzato
Con te si pulisce e si rasenta
Non vai bene nella polenta.
Passa il mal di pancia e il mal di mare
Anche la scabbia sai allontanare.
Sia lodato l’effetto vasca da bagno
Che ti rende del Garda prezioso guadagno:
Tu goditi pure la sauna mentre io per forza
Aspetto gli oli essenziali della tua scorza.
Il gelato con te è speciale
I ghiaccioli fanno sognare
Il limoncello come musica d’arco
Il sorbetto piace tanto a Marco;
La limonata al banchetto la prende un compratore
Il the, lo sanno tutti, è tra i due il vincitore.
Anche tuo cugino lime non è mica male
La gelatina con lui è davvero speciale:
Le caramelle però rimangono il tuo regno
il tuo gusto è del tuo essere un leone il segno
A te tutti si inchinano, o si spaventano
Come i bimbi che per primi ti mangiano.
E se la vita ti regala a tutti abbellito coi fiocchi
Io consiglio di spremere bene il tuo succo negli occhi

 

~Sara Boscolo

Jojo Rabbit - Film (2019) - MYmovies.it

Introduzione

Salve a tutti!!!

Oggi vi voglio portare la recensione di uno, a mio modesto parere, dei migliori film usciti nel 2020.

Jojo Rabbit racconta l’esperienza della Shoah e della Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista di uno dei tanti bambini che, durante il regime nazista, veniva cresciuto con un forte senso di nazionalismo e patriottismo.

La pellicola è tratta dal romanzo Il cielo in gabbia di Christine Leunens. La regia è nelle mani di Taika Waititi che si immerge pure nel ruolo di Adolf Hitler, l’amico immaginario di Jojo. Fra gli attori troviamo Scarlett Johansson nel ruolo di Rosie Betzler, Roman Griffin Davis nel ruolo di Jojo e Sam Rockwell nel ruolo del Capitan Klezendorf. 

Il film ha ricevuto il premio Oscar come miglior sceneggiatura non originale.

Trama

Jojo è un bambino di dieci anni con forti ideali nazionalistici: infatti come amico immaginario ha Hitler, che nel corso del film lo accompagnerà in ogni sua azione portandolo sempre dalla parte del Nazismo.

Un giorno il bambino scopre che sua madre nasconde una ragazzina di origini ebraiche nella mansarda.

Da lì in poi si troverà in conflitto fra la sua ideologia, che lo spinge a voler denunciare la ragazza, e il ricatto che quest’ultima gli impone. Col passare del tempo Jojo comincerà sempre di più a capire gli sbagli del Nazismo e inizierà ad affezionarsi alla ragazza.

Pareri personali

Il film analizza tematiche difficili come la Shoah, in una chiave  un po’ surreale e comica, mantenendo comunque un tono di serietà e di drammatismo. Tratta la Shoah in una nuova maniera: si allontana dai soliti film sulla guerra dove si hanno ambientazioni cupe e tristi, lasciando più spazio a scene comiche e solari, anche grazie all’utilizzo di un filtro caldo.

Il regista per la realizzazione della pellicola ha studiato nei minimi dettagli la Germania della Seconda Guerra Mondiale: difatti costumi e ambientazioni sono la chiara copia di una tipica cittadina tedesca degli anni ’30. Tale lavoro gli ha comportato l’assegnazione del “Costume Designer Guild Awards”

Del film la cosa che più mi ha colpito è stata la tematica dei bambini soldato e l’illustrazione di come, fin da piccoli, venissero addestrati ad uccidere. Scena simbolo è il finale, dove viene chiamata alle armi tutta la popolazione, compresi bambini e ragazzini, che con fucili più grandi di loro, sparano convinti di difendere il bene, quando, in realtà sono solo piccoli innocenti, la cui colpa è stata nascere in un mondo sbagliato.

Riccardo Andreetto

Ah, la grande Nintendo: una delle case produttrici di videogiochi migliori (forse anche LA migliore), madre dell’italiano baffuto conosciuto in tutto il mondo.
Ultimamente, però, le sue scelte di marketing sono molto discutibili: la grande N è convinta che, non importa il prezzo o la qualità del prodotto, le persone continueranno a comprare i loro giochi semplicemente perché quel determinato franchise fa parte della loro vita da molti anni e perciò ha un valore molto simbolico per tante persone.
Lasciate quindi che vi mostri il problema alla radice:

Super Mario 3D-All Stars

Super Mario 3D All Stars, la recensione: la rimasterizzazione non rende giustizia a tre giochi immortali | DDay.it

Super Mario: probabilmente il franchise più conosciuto di tutto il mondo e anche il più vecchio, che infatti ha raggiunto di recente i 35 anni. E appunto, per celebrare questa soglia, hanno deciso di fare una collezione dei tre 3D platformers più rinomati del franchise: Super Mario 64, Super Mario Sunshine e Super Mario Galaxy.
Le prime speculazioni su questo gioco risalgono a maggio 2020, con l’annuncio ufficiale nel settembre dello stesso anno, perciò i fan erano estasiati all’idea. Ciò che non ha altrettanto entusiasmato i fan sono stati il prezzo elevato e la produzione limitata al 31 marzo 2021, per non parlare della qualità: ovviamente si penserebbe che ci sarebbe dovuto essere un “rewamp” a tutti i giochi, come risoluzione migliore e risoluzione di molti dei bug presenti nei vari capitoli. Ebbene, la qualità è solamente migliorata di poco. La cosa che si può subito notare sono le proporzioni: mentre Super Mario Sunshine e Galaxy hanno proporzioni adattate per la Switch (16:9), 64, invece, no (rapporto 4:9), e sempre una risoluzione minore per quest’ultimo (Super Mario 64 a 720p, mentre Galaxy e Sunshine a 1080p); questi sono elementi che si potrebbero trascurare, perché alla fine 64 è un titolo abbastanza vecchio, ma comunque, con gli strumenti che la Nintendo possiede, avrebbero potuto fare di meglio. Altra cosa frustrante la troviamo in Super Mario Sunshine, nel quale, durante i primi mesi dopo l’uscita del gioco, non erano supportati i controlli del controller del Gamecube, consolle originale di Sunshine. Fortunatamente il problema è stato risolto dopo una patch del 16 Novembre, ma ciò non nasconde la frustrazione iniziale dei fan.
Tutto sommato il gioco non è male ed è un richiamo nostalgico per i fan più veterani o per far riscoprire un po’ di cultura videoludica ai più giovani aspiranti nerd, ma qui arriva il problema numero uno: il prezzo. Infatti il gioco costa 59,99 euro, ma quei soldi non li vale, perché ci sono stati davvero pochi cambiamenti (derivati solo dal porting per la Switch); più che un porting sembra più un’emulazione (cosa che la Nintendo stessa lotta contro da anni)!
Per darvi un’idea: altre collezioni di giochi, come Spyro: Reignited Trilogy o Crash Bandicoot: ‘Nsane Trilogy, hanno fatto un lavoro eccellente, trasformando in tono molto moderno giochi vecchi di vent’anni e tutto questo per 20 euro in meno di Super Mario 3D-All Stars! Questa è una prova che la Nintendo sfrutta i sentimenti che i fan provano per questi giochi per fare più soldi, tutto ciò anche enfatizzato dall’uscita limitata del gioco che mette pressione sul comprarlo il prima possibile.

Pokémon Spada e Scudo

Pokémon Spada e Scudo — Storia di una comunicazione tragica (e di un paio di bugie) - NintendOn

Pokémon è un altro franchise molto conosciuto, con una community altrettanto attiva. I giochi della linea principale sono stati più o meno tutti ben accolti. Quello che probabilmente non è stato quasi per niente ben accolto dalla community è di sicuro l’ultimo: Pokémon Spada e Scudo. Quello che ha fatto agitare così tanto i fan è stato il taglio di Pokémon e l’assenza di un Dex Nazionale che dovrebbe così prendere tutte le 898 specie di Pokémon. La scusa iniziale è stata l’impotenza della Switch di tenere quell’enorme quantità di Pokémon (che poi venne smentita dall’introduzione dei due DLC che aggiunsero fino a 820 Pokémon), ma non accettata dalla fan-base, perché il Nintendo 3DS, consolle portatile di generazione inferiore rispetto alla Switch, riusciva a tenere ben più di 750 Pokémon. La seconda scusa della Gamefreak è stata una concentrazione più sul miglioramento della qualità delle animazioni.
Qui vi lascio il link di un video che può parlare da sé:
https://youtu.be/I1mBKVcmASw

Questo video paragona le animazioni di Pokémon Colosseum (uno spin-off di un’azienda diversa dalla Gamefreak per Gamecube) e di Pokémon Scudo, che hanno una differenza di ben 16 anni d’età, e sono lontane ben 3 generazioni di consolle.
Se avete visto il video e siete ritornati qui, adesso io vi chiedo: secondo voi, erano di maggiore qualità quelle di Pokémon Colosseum o di Pokémon Spada/Scudo?
Vedete, quindi, come la Gamefreak ha pigramente messo insieme degli elementi minimali e li ha definiti come un miglioramento di qualità delle animazioni, lasciando un senso di “fatto in velocità all’ultimo momento” e la Gamefreak ha contato solo sull’amore dei fan per questo franchise e sul fatto che comprerebbero tutto ciò che la compagna della Nintendo produce.

 

Cristian Cavallaro

Il figlio dell'uomo, René Magritte

Il figlio dell’uomo, René Magritte

Croccante e succosa, dolce e melodiosa;
Vellutata e corposa, tonda e formosa.
Di tutti, il più celebre e più insigne frutto
È la mela, ch’i oggi ne voglio celebrare tutto.
Frutto ingegnoso, vario e multiforme
Diversa in ogni dove, ma la sostanza riman conforme.
Si fosse persona sarebbe dama di nobil radice,
Dalla carnagione chiara ch’a regina s’addice.
Tal pallidore coperto da vesti pregiate di mille colori:
Rosse, gialle, nere e verdi. Le sete indiane sembran pallori
A confronto con così tanta eleganza e raffinatezza
E da ogni artista ne vien copiata la bellezza.
Essa com gioiello di natura può ch’esser rubino
Tanto compatta e lucente, il rosso appare sopraffino.
Ma povera disgraziata, quanto sei stata diffamata
Quando la prima coppia ti morse e dal paradiso fu cacciata
(Probabilmente ad Adamo sei andata di traverso
Visto c’or la sua stirpe presenta il pomo paterno).
E vogliam parlare dei crediti che ti han levato?
Steve Jobs ricco sfondato e Newton se la ride beato
Poiché entrambi ti usaron come mezzo ingiusto
Per farsi pubblicità e ricever fama senza gusto.
E ch’è sta storia che levi un medico di torno
Nel momento in cui ti si mangia ogni giorno?
Però, siam onesti un secondo. La mela sotto sotto
Non è così dolce e zuccherina e non inganna il dotto.
Infatti i semi di essa sono abbastanza velenosi,
Quindi domani evita di dar alla mela morsi copiosi.

 

~Enrico Pinton

Bartolena Giovanni, Natura morta con fiasco e castagne

Bartolena Giovanni, Natura morta con fiasco e castagne

Tra le foglie dei boschi dell’Allemagna
Giaceva un giorno una giovane castagna;
Le sue compagne le stavano troppo spinose,
Pettegole, acide e permalose.
Così decise di nascere liscia e tonda
In autunno colta dalla fronda
Fu portata via, grazie a Dio
E divenuta compagna di un ammalato zio
Viaggiò il mondo in tasca di un giubbotto:
Le vide proprio tutte, un vero ’48.
Aspirava a scaldare i cuori come le vere caldarroste
Ma rompendo un po’ i maroni
Le fecero notare quanto quelle fossero davvero toste.
Lei perse il senno in un’ampolla da pozioni
E divenne matta, contro i raffreddori.
Essiccò vecchia, al fin della stagione
E rimembrando la sua originaria situazione
S’accorse di provare nostalgia
Per la crucca terra natia

~Sara Boscolo

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Gli Ocean Colour Scene nascono a Birmingham nel 1989 come una rock band indipendente.

In seguito ad un periodo di gavetta, debuttano con l’omonimo primo album che viene dapprima pressoché ignorato dalla critica e successivamente snobbato dagli stessi componenti del gruppo.

Dopo più di quattro anni da questo sommesso esordio, esce Moseley Shoals. Lavoro decisamente più definito del primo, che li porta al secondo posto della classifica britannica e a diventare gruppo spalla degli Oasis per il loro tour del 1995.

Dopo quel lungo silenzio discografico, la band si ripresenta con una produzione matura che ha una propria personalità: gli artisti sono in grado di dare al loro album dalla forte anima anni ‘60/’70 un’elegante veste britpop. Ciascuna delle tracce è espressione di gran gusto nelle scelte musicali ed è stata registrata con tanta attenzione per i dettagli.

L’apertura del disco è veramente memorabile ed è il perfetto riassunto dei pensieri espressi finora. Il primo pezzo, ”The Riverboat Song”, è infatti un gran connubio tra i rapenti riff fine anni ’60 e la stordente e intricata sovraincisione tipica del britpop. In questo brano, in particolare, le raffinatezze di registrazione impreziosiscono l’ascolto, rendendo l’insieme molto equilibrato in tutte le sue parti. Per quanto riguarda i testi, invece l’album è in linea con il genere musicale abbracciato dal gruppo: generalmente è abbastanza semplice cogliere il tema trattato ma avere una comprensione più definita delle liriche, capire, cioè, le varie strofe e i vari versi presi come singole unità, è più complicato.

Si può notare, però, che la stesura è visibilmente diversa, per esempio, da quella degli Oasis. I Gallagher, infatti, procedevano principalmente per immagini e si riferivano molto spesso ad un “tu” lirico. Il modo di scrivere degli Ocean Colour Scene è più chiuso, più simile a quello dei Suede: fanno riferimento ad un “noi”, a esperienze personali che non vengono spiegate o presentate in modo tale che l’ascoltatore riesca a farle totalmente proprie. Chi ascolta le parole di queste canzoni non si sentirà pienamente coinvolto, seppure i temi sembrino riguardare situazioni abbastanza comuni, ma sarà sempre esterno spettatore di un dialogo monolaterale tra il cantante e le persone alle quali si riferisce.

Prestando invece attenzione alla voce, si nota che è penetrante, ferma e mordente. Essa è in dialogo con la musica e i testi, infatti, adeguandosi all’andamento dei brani e variando volta per volta, rende l’album un prodotto che non appare affatto monocorde all’ascoltatore.

Qui la playlist spotify di Rompipagina e dei brani di cui si consiglia l’ascolto: https://open.spotify.com/playlist/70NyoXeZrAbFnyyQyVrMYe?si=YUVWyi1jQwa_YOzE_BnPlQ

Giosuè Fabbian

Space Fruit: Pears 203, Andy Warhol

Space Fruit: Pears 203, Andy Warhol

 

Oh Pera, frutto tondo, compatto, succoso e fibroso,

La tua dolcezza calma ogni spirito scontroso.
Oh Pera, le tue forme, invidiate da qualsiasi modella,
Furon forse scolpite da Michelangelo ché sei così bella?
Oh Pera, ora capisco di Leopardi il pensiero interno
Perché quando ti vedo, non può che sovvenirmi l’eterno.
Oh Pera, sei poi tu anima così pura e così modesta
Tant’è vero che hai lasciato ch’il color della Terra ti vesta.
Oh Pera, sei tu opera vera che risplendi nella sera nera
E indichi la retta via a chi nel peccato si dispera.
Ok, basta con ste parole che mi piglian per eretico,
Però della pera c’avevo da fare uno scritto poetico.
Sulla pera, sinceramente, nulla di negativo ho da riferire
Se non che ha troppe fibre (la cosa mi fa rabbrividire).

 

~Enrico Pinton

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Disclaimer: Il fantastico articolo che state per leggere è risalente a giugno 2020, ci dispiace pubblicarlo con un così ampio ritardo, ma tenerlo chiuso nell’armadio tra ansie, pare, smalti e maglioni “poco etero” di cattivo gusto mi dava fastidio, per cui ho deciso di riproporvelo proprio adesso che la mia “gay-agenda” (cit. per pochi) e bella piena tra esami e tour mondiali sotto la doccia, per cui buona lettura!

-Il vostro ragazzo dell’armadio

 

Car* lettor*,

Ci rivediamo per la seconda volta nel luogo in cui la parità di sesso diventa realtà e il razzismo risulta sopportabile quanto un tormentone estivo del 2015.

Con l’arrivo dell’estate, oltre che alla solita “Summertime sadness” (cit. per pochi) penso ai gelati, le piscine, al tè alla pesca in polvere (mi dispiace per il team limone) e soprattutto al mese più colorato e GAY dell’anno, il “PRIDE MONTH” detto anche semplicemente giugno (where’s the flavour!?).

Per cui se non si fosse capito, in questo breve ma intenso articolo, vi illuminerò su cosa sia il pride month e quale sia la sua storia.

Che cos’è il pride month?

Innanzitutto penso sia fondamentale capire cosa sia il “Pride month”:

tradotto dall’inglese come “mese dell’orgoglio“, che coincide con il mese di giugno, rappresenta il mese che promuove l’orgoglio, l’autoaffermazione, la dignità, L’ESISTENZA e soprattutto la visibilità della comunità LGBTQ+.

Poiché spesso accompagnato da parate è per questo che si è soliti sentire parlare di quelli che è il “Gay pride” o semplicemente di “Pride“.

Perchè proprio giugno e non un altro mese?

Diciamo che il mese non rappresenta una scelta così casuale, proprio perché nel lontanissimo e caldissimo 28 giugno del 1969, quando la disco era ancora in voga e non un semplice concept, la community LGBT decise di farsi valere rispondendo a modo alla violenza di un gruppo di poliziotti che irruppe all’interno dello “Stonewall” di New York, locale lgbt-friendly, per punire l’”oscenità” di giovani dello attratti dallo stesso sesso oppure intrappolati nel corpo sbagliato, intenti a divertirsi.

Ricordando come tale evento diede inizio ad una serie di manifestazioni e scontri simbolicamente indicati come il momento della nascita del movimento moderno  di liberazione e autodeterminazione della LGBTQ+ community in tutto il mondo.

Alla luce di ciò tutte le parate che dunque vediamo al giorno d’oggi durante il mese di giugno non sono nient’altro che una celebrazione di un momento storico di grande importanza per la community, debutto della lotta contro le ingiustizie nei confronti della community lgbt e manifestazione di orgoglio nei confronti di coloro che per primi non si arresero alla repressione incitando al vero potere della community sotto lo slogan “Say it clear, say it loud, gay is good, gay is proud!”, per i non linguisti “dillo chiaramente, urlalo, gay è bene, gay è orgoglio”.

Due figure iconiche:

Trattando di Stonewall non si possono dimenticare le figure di “Sylvia Rivera” e “Marsha P, Johnson”, attiviste transgender statunitensi , icone dei moti di Stonewall, che per prime, rispondendo alla violenza dei poliziotti newyorkesi lanciarono, leggenda vuole, i propri tacci a spillo (di cui mi duole non sapere il numero) contro coloro, poliziotti e omofobi compresi, che stavano aggredendo ingiustamente ed ingiustificatamente decine di giovani omosessuali, lesbiche, transgender ecc. con manganelli e pugni.

Quando nacquero i gay pride?

Come detto in precedenza i moti dello Stonewall diedero inizio al movimento LGBT ed esattamente un anno dopo quel tacco a spillo lanciato ad un poliziotto, il primo gay pride venne organizzato sotto il nome di “Christopher Street Liberation Day March”, manifestazione durante la quale in numerosissimi scesero in strada indossando i vestiti più sgargianti che potessero avere, a ricordare come le regole sociali fossero regole di repressione e alle quali nessuno aveva più voglia di sottomettersi.

Sarà successivamente a Los Angeles che nello lo stesso anno (1970) verrà organizzata una vera e propria parata, simile a quelle odierne.

Ma che cos’è un gay pride? È un carnevale!?

I più “bigotti” o le più “bigotte” (gender equality be like) affermerebbero che il pride sia paragonabile ad un carnevale, ma per quanto la somiglianza possa essere palpabile, si tratta comunque di una definizione leggermente superficiale

È vero, il pride è un’esplosione di colori, brillantini, coriandoli, strass e paillettes, ma dietro le quinte di tutto ciò abbiamo festival del cinema, come il “GBLF Film festival” di Torino, presentazione di libri, dibattiti, di cui i media spesso non parlano, in quanto eventi minori, ma non per importanza.

Il fatto che il pride sia un evento così sgargiante è strettamente correlato alla cultura LGBT, stravagante per eccellenza, e alla necessità di rompere gli schemi e mostrare al mondo la propria esistenza, come per dire “se non ci volete vedere, noi ci rendiamo ancora più visibili!”, una tattica brillante!

Posso partecipare se non sono LGBT+?

Assolutamente sì, non è necessario essere gay, lesbica, trans, bisessuale ecc. per poter partecipare al pride, non esistono delle regole, degli standard, dei prerequisiti, dopotutto il pride è anche la celebrazione della diversità!

Senza dimenticare che l’unione fa la forza ed in più si è meglio è, perchè questo vuol dire che il mondo sta imparando ad accettare anche ciò che sembra non andargli a genio a causa di leggi o regole prive di senso.

Inoltre alla fine il pride rappresenta una lotta per i diritti, è se non mi sbaglio i diritti sono per tutti e lottare per i diritti non è per niente una cosa sbagliata!

Per cui se ne hai la possibilità raggiungi i tuoi amici lgbt e supportati nella loro causa, fa sempre piacere avere qualcuno che ci accetta e ci copre le spalle.

Cosa significa per me il gay pride/pride month?

Tralasciando strass, luci e  bellissimi ragazzi a torso nudo (chi vuole intendere intenda), il tutto sulle note di “Born this way” il gay pride è molto più che una mera parata, è un momento di celebrazione, di comunità, di condivisione di quella gioia che è sentirsi parte di qualcosa più grande, di supporto reciproco di fronte alle continue discriminazioni e difficoltà che noi “non-etero” siamo costretti a subire passivamente in una società che spesso non ci vuole o semplicemente non ci capisce, perchè c’è molto da capire quando si tratta d’amore no!?

In qualsiasi caso questa grande festa è il segno della nostra forza, della nostra volontà di lottare e del nostro amore per le differenze che ci rendono tanto speciali, perché volete mettere un mondo in bianco e nero? Anche no, perchè quest’anno va di moda il giallo!

 

Siamo dunque giunti alla fine di questo articolo, per chiudere in tutto in bellezza desidero dunque congedarmi con una cit. di un’artista di cui non penso sia necessario fare il nome (Lady Gaga):

Don’t hide yourself in regret

Just love yourself and you’re set

I’m on the right track, baby, I was born this way

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26 gennaio 2020. Un anno. Eppure sembra sia passata un’eternità. In quel periodo vivevamo ancora senza l’idea che, di lì a poco, una pandemia globale avrebbe cambiato completamente i nostri concetti di “normalità” e “quotidianità”.

Era una tranquilla domenica sera di gennaio, quando all’improvviso il mondo, per un istante, si è fermato. TMZ.com, sito web di gossip, rilascia la notizia secondo cui Kobe Bryant, celebre campione e leggenda NBA, è deceduto in seguito ad un incidente sul suo elicottero privato. Il velivolo in questione, un Sikorsky S-76B, pare essersi schiantato su una collina vicino a Calabasas, cittadina a circa 30 miglia a nord-ovest dal centro di Los Angeles. All’inizio non sembra vero, la mente e il cuore dei tifosi sperano che sia l’ennesimo scherzo di cattivo gusto e che tutto si risolva al più presto con una smentita, magari direttamente dalla superstar.

Tuttavia, passano i minuti e altre testate giornalistiche cominciano a confermare la notizia e anzi, cominciano ad emergere altri dettagli: sono altre 8 le persone coinvolte nella tragedia, tra cui la figlia quattordicenne Gianna Maria. Lo schianto pare essere avvenuto in quanto il pilota, a causa della folta nebbia e della bassa quota, non sia riuscito a vedere in tempo utile l’ostacolo e ad evitarlo. Molti potrebbero essere indotti a pensare che il problema fosse legato al mezzo impiegato per spostarsi, inusuale e pericoloso, rispetto alla comune automobile, ma c’è da sapere che Kobe quel mezzo lo usava spesso, anche durante la carriera da giocatore, perché gli permetteva di evitare l’intenso traffico cittadino e tornare a casa prima dagli allenamenti per passare più tempo con la moglie Vanessa e le quattro figlie.

Il cuore di milioni di appassionati di sport, si era fermato per un istante: Kobe Bryant era appena morto. Chi avrebbe mai potuto aspettarselo o essere preparato ad una cosa del genere? Chi avrebbe potuto immaginare che un campione del genere potesse abbandonarci all’età di soli 41 anni?

Molto spesso, si tende a dimenticare il fatto che anche loro sono umani: hanno quindi gli stessi problemi, preoccupazioni, ansie che abbiamo noi e, soprattutto, sono mortali. Vedendoli in tv sembrano invincibili, quasi supereroi, che fanno il lavoro più bello del mondo e vengono pagati profumatamente per farlo. Ma ciò che è successo ci ha dato l’occasione di vederli sotto l’occhio, non del tifoso, ma quello umano: Kobe prima di essere una leggenda del basket era un padre, marito, figlio, fratello e amico.

Ma come mai Kobe Bryant è così amato dalle persone? Kobe Bryant è la cosa più vicina a Micheal Jordan alla quale abbiamo potuto assistere dall’inizio del nuovo millennio. Entrambi condividevano l’amore incondizionato per la palla a spicchi, la volontà di essere i migliori, la determinazione e la ferrea etica del lavoro per raggiungere i propri obiettivi, e la capacità di risultare decisivi nei momenti di massima pressione nei palchi più importanti della pallacanestro.

“I grandi sogni i realizzano attraverso piccole conquiste quotidiane. Devi avere piccoli obiettivi che ti portano a quello finale”

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La giornata tipo del Black Mamba (soprannome che si era autoassegnato per dire che era in grado di mantenere il sangue freddo in ogni situazione) cominciava alle 4 del mattino e comprendeva 3 allenamenti al giorno, nei quali curava la preparazione fisica e quella tecnica con un’ossessione maniacale per il dettaglio.

Ogni sfida e avversario che incontrava sul parquet, era un’occasione per mettersi alla prova, dimostrare a se stesso di essere il migliore. Quello che lo separava dagli altri grandi campioni era proprio il fatto che la sua intensità rimanesse la stessa in tutte le occasioni, sia che la squadra fosse in largo vantaggio o che, al contrario, avesse di fronte uno scarto apparentemente incolmabile.

La “fame” agonistica che aveva Kobe non ce l’aveva nessuno, e ogni tifoso (dei Lakers o meno) guardava a lui come persona da ammirare per l’amore che metteva nel fare il proprio lavoro.

Che effetto fa vedere un giocatore che si è appena rotto il tendine d’Achille, vedere che invece di farsi portare via in barella o disperarsi, trova la forza di camminare da solo fino alla linea del tiro libero, fare 2/2 e solo dopo, abbandonare il campo sapendo che quell’infortunio lo terrà fuori per tutto l’anno successivo? Che effetto può suscitare l’immagine di un giocatore che si è appena rotto il polso della mano destra e di conseguenza col gesso, presentarsi come sempre in palestra, per sfruttare l’occasione ed allenarsi per migliorare il tiro con la mano sinistra? Sono scene particolari, insolite, che per anni hanno ispirato numerosi sportivi e persone ad applicare la cosiddetta “Mamba Mentality” nel proprio campo sia che fosse lavorativo, sportivo e umano.

 

Kobe e l’Italia

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Le storie americane e i loro grandi personaggi… e se vi dicessi che la storia del nativo di Philadelphia comincia proprio in territorio italiano? E se vi dicessi che parlava benissimo in italiano, seppur vivesse in USA gran parte dell’anno e che l’unica occasione per tornarci era qualche sporadica vacanza? Kobe amava l’Italia, che ha chiamato “casa” fino all’età di 13 anni.

Cosa ci faceva Kobe in Italia? Il padre Joe militò in serie A2 italiana in 4 città: Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, che tutt’oggi sono tra le più importanti piazze del basket italiano. L’amore per la nostra patria l’ha manifestato in più di qualche intervista elogiando il lavoro che si propone ai bambini con l’obiettivo di insegnargli a padroneggiare in modo completo le basi della pallacanestro, piuttosto che il sistema americano che tende molto spesso ad esaltare giovani talenti, spremendoli per farne da subito macchine da soldi piuttosto che curare i cosiddetti fondamentali, rendendoli così molto prevedibili e solamente showman, piuttosto che veri giocatori di basket completi.

Un legame fortissimo con il tricolore trasferito anche alle proprie figlie, chiamate con nomi

che evocano il Bel Paese e i suoi luoghi: Natalia Diamante, Bianka Bella, Capri Kobe e Gianna Maria-Onore.

Kobe Bryant ha lasciato un segno indelebile non solo nella storia del basket, ma in quello della storia, come modello di uomo da seguire. Un uomo non di certo invincibile, che ha commesso i propri errori, ma che ha saputo rialzarsi di fronte alle difficoltà e ha cercato di aiutare sempre il prossimo. In un’intervista disse che la più grande sconfitta per lui come uomo sarebbe stata quella di essere ricordato per essere stato uno dei più grandi giocatori di basket e non per ciò che ha fatto durante tutta la sua vita.

Non ci sarà più un altro Kobe, e nemmeno c’è il bisogno che qualcuno provi ad essere esattamente ciò che è stato ora tocca a noi conoscere e ispirarci alla sua storia e portare avanti la sua “legacy” (eredità), in qualunque cosa noi facciamo.

“La lezione a cui tengo di più è quanto è importante amare quello che fai. Tu non puoi fermare le persone che vedono limiti nei tuoi sogni, ma puoi fare in modo che quello che dicono non diventi realtà. I tuoi sogni dipendono da te. Io ti incoraggio ad essere sempre curioso, a ricercare le cose che ami, e a lavorare sempre duro una volta che le hai trovate. Ora ti lascio proseguire la tua serata, ma sappi che io sto pensando a te ti supporto e ti incoraggio sempre ”.

Mamba out.

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Alessandro Moro 5BS