Eccoci qui, con l’inizio della scuola torniamo anche noi del RompiPagina. Vi siamo mancati, vero?

Ma non è di questo che parleremo oggi, visto che avremo modo di non mancarvi più nei prossimi mesi, potete contarci.

Pensate: ci hanno addirittura chiesto di sponsorizzare il ballo di inizio anno!

Oltre a non indossare più le mascherine a scuola (cosa che non accadeva dal lontano 2020 e che ormai sembrava solo un miraggio), torna, direttamente dal 2019, il ballo di inizio anno. La location è sempre la stessa storica e ineguagliabile: il Calcatonega. Ma, “cosa ci sarà?” vi starete chiedendo.

Le luci, i sassi, Babbo Natal… no, no, questa non è una citazione a un film americano!

Sicuramente, ci saranno un sacco di decorazione di Chiara Faccioli! Unico baluardo rimasto tra i rappresentati d’Istituto, mentre gli altri hanno superato la maturità. Che eroi.

Per quanto riguarda il tema, si passa dalla “piccola” Las Vegas di giugno all’America intera: dal freddo del Minnesota al caldo torrido del Texas, da New York a San Francisco. L’intera America sarà con noi per iniziare l’anno col botto!

Mancano pochi giorni, molte sono le prevendite ancora disponibili presso i vostri rappresentanti, pusher di fiducia, ma le trovate anche in parcheggio a fine lezione o al Konteiner 9.2.

Fonti certe, ossia l’account Instagram del liceo, comunicano che al microfono ci sarà Bruno Marcianò.

Luca Veronese e J&B saranno i nostri sgravatissimi DJ!

Quindi, che dire, correte a prendere le ultime prevendite, scegliete un buon profumo e un outfit adeguato! Lasciate a casa gli occhiali da sole, che tanto è sera e non ci vedete nulla, che ve li portate a fare?

Ah no, la regia ci dice che fanno stile.

D’accordo: portateli, a vostro rischio e pericolo!

Finite gli ultimi ritocchi al vostro vestito, sia che vi vogliate vestire da Statua della Libertà o da Empire State Building, sia che vogliate stare più sul tradizionale vestito elegante, sia che vi vogliate vestire come Zac Efron e Vanessa Hudgens in High School Musical, o come Ezra di All Americans!

Si ringraziano infine: il Calcatonega per lo spazio, Atheste Events per l’organizzazione; e gli sponsor, quelli veri (noi no): Radio Londra e Cartolibreria-Tipografia Apostoli.

Vi aspettiamo al ballo il 17 settembre dalle 22:00, al Calcatonega, per iniziare l’anno col botto!

 

LA REDAZIONE:

Filippo Magaraggia 5AA

Matilde Martinelli 4AC

Grosselle Pietro 3BSA

 

Ferrariste e ferraristi, eccoci alle soglie del ballo di fine anno. Letteralmente alle soglie: mancano poche ore. Articolo in ritardo ovviamente, ma d’altra parte chi lo scrive è Sara Bertin, forte dell’esperienza pregressa con lo Space Invader Niccolò Bagno (http://rompipagina.altervista.org/the-nightmare-before-christmas-ballo-natale/), ed Emma Zovi, non più in veste di candidata reginetta né tantomeno di Enzo Miccio, entrambe campionesse di ritardi brevi… quando va bene.

Oggi ci assumiamo l’onere e l’onore di continuare la tradizione dell’articolo pre-ballo, famoso per essere “l’unico articolo del Rompipagina che la gente legge” (la qui presente direttrice, Sara, è felice di dissentire).

Dopo mille questioni su quale dovesse essere il tema del fatidico ballo, i nostri rappre hanno ben pensato di passare dalla New York degli anni ‘80 di The Wolf of Wall Street alla Las Vegas sregolata di Una notte da leoni. Ma soprattutto sono riusciti a riaggiudicarsi La Location, agognata come un sei in matematica a maggio… ritorniamo, dopo quasi due anni e mezzo, a Calcatonega.

Per i novellini, ci raccomandiamo di farsi dare le indicazioni giuste per la nostra Las Vegas di campagna: nessun volo diretto né autostrade ai 200 all’ora, ma una romanticissima stradina in mezzo ai campi vi porterà da noi.

Sulla scia dell’autogestione pazza dell’ultimo giorno, della rassegna teatrale a Rovigo in serata in sostituzione di quella di tre giorni a Domodossola e delle gite di quinta in S.E.S.A., siamo pronti a sgravare anche oggi, ad abbandonarci alla sregolatezza per passare la serata delle serate, la più attesa, la nostra. 

Non temete per la riuscita del ballo, organizzarlo è stato un gioco da ragazzi per i nostri rappre che, sappiamo, vivono ormai da un anno con la Panna alla gola e ne hanno viste di tutti i colori. Hanno le ossa grosse però stasera puntiamo a vederli più finiti di quanto già lo siano. D’altro canto il Rosso, l’Imprenditore e l’Attivista (perchè si, la Bambolina potrà solo guardare le nostre stories dall’Irlanda) non saranno gli unici ad uscirne distrutti: abbiamo grosse aspettative anche nei riguardi di Filippo Polato, che il 15 si sveglierà se non senza un dente, sicuramente senza polmoni.

Ma veniamo al sodo: sappiamo bene perché state leggendo questo articolo… iniziamo con le nomination. Dopo lunghe analisi tecniche e sondaggi che neanche l’Istat, le qui presenti sono liete di svelarvi che, direttamente dalla 3BS, concorrono per il titolo di “reginetto” e “reginetta” il novellino Giovanni Magarotto e la bellezza dai colori baltici Vittoria Masiero. Si fa poi strada fra le leve del linguistico Gaia Rizzo di 3AL e, rimanendo nel settore, la raggiante ballerina Giulia Secchieri di 4AL. Ritornando tra le file dello scientifico, non possiamo non candidare Sofia e Linda Masiero, universalmente conosciute come “Le Gemelle”, e dalla medesima 4BS, il Guinness World Record di uscite geniali e al contempo cringe, Carlo Saffioti. Sempre dell’annata 2004, dalla sede degli artisti, emerge invece Giada Vascon di 4BA. I sondaggi rilevano poi che, tra i più anziani, Francesco Ferraccioli di 5AS avrebbe conquistato tutto il gruppo di teatro, aggiudicandosi la candidatura, salvo poi ritirarsi dopo il terzo incontro. Da ultimi, ma non di certo per importanza, ancora una volta la mascella prorompente Gabriele Gallana e la pazzissima Martina Scordari di 5BS, candidati anche come “Coppia d’Istituto”, senza nessun altro concorrente, sullo stile delle votazioni per i rappre.

E se siete curiosi pure di sapere chi è il dj, fonti segrete ci dicono di non aspettarci Luca Morris o Franchino, ospiti nella zona estense poco tempo fa, ma di volare, volare… sempre più in su, molto più in su… nel budget pare rientrare dj Gue aka Sofia Ferraretto, a cui Lele il Cantante ha passato ufficialmente il testimone. Non ci è dato a sapere invece il genere musicale, ma non ne abbiamo bisogno… con lei siamo sicuri che andrà tutto bene, tanto quanto già a settembre le quinte erano sicure che la Grecia l’avrebbero vista solo in foto :’).

Vogliamo concludere ringraziando il comitato, composto per lo più da maturandi, che, al posto di studiare, ora stanno allestendo la location. Ma ringraziamo anche i rappresentanti d’Istituto (talvolta quelli di classe…), che quest’anno più che mai si sono battuti per il corpo studentesco. E poi ancora i laboratori teatrali di entrambe le sedi, il gruppo musicale, la Notte Nazionale del Liceo Classico, la redazione di Rompipagina, le crociere, l’Aperitivo con l’Arte, Google Meet (che speriamo di non dover ringraziare più), il Bar, soprattutto i tramezzini, che sono i più farciti del Triveneto, e tutto ciò che noi ora ci stiamo dimenticando, ma che rende il nostro Liceo un luogo da vivere appieno.

Ci vediamo questa sera carichi a bomba…

un saluto, Sara ed Emma.

Grecale su di un campo di ricordi,
Rinascon come fiore indefinito
I sogni di un passato risentito:
Nostalgia vi pone lo reo sguardo.

Il mio occhio non vuol cogliere i colori
Del presente dolente, che mi appare
Scialbo e grigio: mi basta il ricordare
E coltivar di questi dolci fiori.

Forse son solo cieco per la vita:
Chi ne coltiva piante iridescenti
Insegni a chi ritorna con i rovi.

Malinconia, in animo fiorita,
Sogni vividi sempre più crescenti:
Rifulge il campo con boccioli nuovi.

Enrico Pinton

Tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac, tic-tac…
Non lo senti? Davvero non lo senti? No, impossibile che tu non lo senta.
Io sì che lo sento. Eccome se lo sento. Lo sento scorrere, lo sento fluire, lo sento scandire ogni ora, ogni minuto, col suo singolare ticchettio…
Sì, è proprio lui, il Tempo. No, non un tempo qualsiasi. Il Tempo, con la T maiuscola, quello che a buon diritto i latini definivano edax, vorace, affamato, che divora e trascina con sé tutto ciò che incontra lungo il suo cammino.
Oggi come mai prima lo sento, questo Tempo, proprio oggi che cammino verso il tramonto della mia esperienza liceale. Quanto Tempo “frastorna la mia memoria”, per dirla con Montale, ricordando i primi attimi della prima superiore. Passi incerti, impauriti, intimoriti da questa scuola così grande e così dannatamente immensa – o almeno così mi sembrava. Uno di quei luoghi nei quali, per chi frequenta, viene quasi istintivo farsi il segno della croce quando vi si entra (sì, lo ammetto, mi è capitato di farlo).
E se ora, alla fine ormai prossima di questi cinque intensi anni, mi volto indietro a ripensare a tutta la strada percorsa, a tutte le persone incontrate, a tutto il Tempo vissuto… beh, non posso far altro che dire “Grazie”. Un Grazie vero, di quelli che partono dal cuore, di quelli sinceri e non costruiti su vuote e arzigogolate architetture retoriche.
Sì, lo so, a molti sembrerà paradossale, se non addirittura assurdo. Spesso, forse troppo spesso, ci riferiamo alla scuola – e soprattutto al nostro liceo – parlandone in modo negativo, sottolineando tutta la fatica che ogni giorno sopportiamo, tutta la stanchezza sulle spalle che immancabilmente, ogni Maggio, grava su di noi. Ce l’abbiamo ben chiara.
Ma non sono qui per i rimpianti o per le lamentele. Vorrei adesso porre l’accento, semplicemente, sulle cose belle. Su quelle cose belle che hanno reso vivo questo Tempo, che non l’hanno fatto scivolare via indifferente, come capita spesso con tante nostre giornate. Su tutto ciò che ha reso questi anni per me anni indimenticabili. E probabilmente non vi interesserà nemmeno leggere i ricordi e i sentimenti di un troppo nostalgico maturando, che ha la presunzione che la sua esperienza possa in qualche modo essere utile alle generazioni più giovani. Beh, non credo in ogni caso sia un problema mio.
Sarà difficile fare ordine nella rubrica della mia memoria, troppo affollata e troppo coinvolta per poter ragionare davvero con lucidità. Ma forse, se non mi lasciassi trasportare un poco dalla caotica turba delle mie emozioni, non sarei nemmeno qui a scrivere, a esprimere così malinconicamente la mia gratitudine.
Il Grazie più grande va innanzitutto alle relazioni. A tutta quell’umanità che ho potuto respirare tra i banchi e i corridoi della nostra scuola, tra gli sguardi e i sorrisi celati, purtroppo, dalle mascherine, tra i taciti scambi di battute con i compagni di banco, tra le fronti preoccupate poco prima di una verifica o di un’interrogazione. Quell’umanità che si percepisce quando ex-studenti di ogni età passano a salutare un insegnante, quando professori o dirigenti in pensione tornano dove si sono trovati bene, quando si saluta un amico in corridoio, quando si sente il sano vocio degli studenti durante l’intervallo. Quel profondo senso di appartenenza che ci fa sentire tutti parte di un unico corpo, di un’unità particolare, noi “ferraristi”, che tante gliene abbiamo dette a questo liceo, che tante volte l’abbiamo odiato, ma che, in fondo, lo lasciamo con una profonda punta di rimpianto. Con un senso di nostalgia che ci fa piangere anche all’ultima verifica di matematica, nonostante la felicità di non dover mai più sentir parlare di tangenti e derivate. Il liceo, che ogni mattina ci aspetta lì, fermo, immobile, che ha visto crescere generazioni di studenti, che ogni giorno, ancora, ci vede crescere… Ma torniamo a noi.
Da qualche parte qualcuno deve aver scritto che “essere è relazione”. E senza appunto tutta quella fitta trama di infinite interconnessioni che ci legano l’uno all’altro, sarebbe stato davvero difficile vivere questo Tempo come un Tempo pieno. Un Grazie alla mia classe, ai compagni con cui questo Tempo l’ho condiviso, che a questo Tempo hanno saputo dare un sapore. L’esperienza delle medie me l’ha insegnato – ma credo sia così per molti altri: non è scontato trovarsi bene, bene davvero, con gli altri compagni. Sarebbe troppo lungo ringraziarli uno per uno (e poi chissà se si può per la privacy), anche se ci sarebbe molto da dire e molto da raccontare… molti motivi per cui essere grati.
Relazioni che però si intrecciano non solo all’interno della classe, ma che si diramano per tutto il liceo, tra coetanei, più giovani e più “anziani”, tra chi mi è stato in qualche modo mentore, fin dalle giornate di scuola aperta in terza media, e chi invece ho avuto l’onore di guidare tra i bianchi corridoi della nostra scuola, che all’inizio possono sembrare estranei e labirintici, ma dopo cinque anni, ve lo garantisco, profumano un po’ di casa. Un posto e un ambiente in cui si sta bene: questo è stato il liceo per me. Nonostante il sudore, nonostante le notti passate sui libri, nonostante il Tempo sacrificato per studiare. Nonostante gli ostacoli della burocrazia e gli impedimenti della pandemia, nonostante manchino così tanto le passeggiate, atteggiandosi a peripatetici, lungo tutta la scuola, scrutando di aula in aula per la presenza di un amico. Ma consola di certo sapere che ci sarà chi ancora passeggerà lungo i corridoi, durante le proprie merende, negli anni futuri, chi ancora potrà accalcarsi al bar per prendere la merenda, o rifugiarsi in un altro piano per camminare, mano nella mano, con la propria dolce metà…
Relazioni anche coi professori. Professori che pretendono impegno, puntualità, rispetto, che talvolta appaiono “cancari” o severi, ma che, in fondo, sono persone, uomini e donne come lo siamo noi, come lo sei tu, lettore, persone con cui aprirsi, su cui contare, con cui fare una partita a briscola, con cui mangiare una fetta di torta a merenda, con cui ridere e scherzare… almeno in buona parte dei casi.
Un secondo Grazie importante va al laboratorio teatrale, una di quelle cose che non possono assolutamente mancare in un’atmosfera quale quella del nostro liceo. Una di quelle esperienze che, io credo, più renda vivo lo spirito di questa scuola, occasione per tessere nuove amicizie, per costruire nuovi legami, per incontrare un po’ anche se stessi, per conoscere chi altrimenti, forse, si vedrebbe solo di sfuggita tra un cambio dell’ora e l’altro. Non ci sono parole sufficienti per descrivere davvero cosa significhi “fare teatro”: so solo che, senza quei momenti di puro respiro nelle nostre fumose abitudini quotidiane, non sarei quello che sono.
Un ultimo Grazie sento di doverlo fare al mio percorso di studi. Che sia la proverbiale altezzosità di chi frequenta il liceo classico? Può essere.
“Il liceo classico ti insegnerà un metodo, ti darà una particolare forma mentis” è la tipica frase che si sente meccanicamente ripetere durante la scuola aperta. All’inizio affascina, oscura e misteriosa, poi per un po’ si crede che sia solo vuota retorica volta ad attirare nella trappola del greco e del latino menti pure ed ingenue… poi dopo un po’ si capisce che è una frase vera. È difficile spiegare quanto lo studio delle humanae litterae sia stato così importante nel mio percorso, ma ci proverò egualmente. Credo che la bellezza del nostro corso di studi sia, in sostanza, quella di entrare in contatto con i pensieri di altri uomini: uomini che sono vissuti prima di noi, uomini che prima di noi hanno pensato e hanno fatto esperienza della vita, uomini che prima di noi si sono posti dubbi e domande, uomini che prima di noi hanno scritto versi in cui ancora oggi ci riconosciamo, perché in fondo erano uomini come lo siamo noi oggi. Pensieri di uomini che si riverberano nei flutti dell’oceano del tempo, che riecheggiano da secoli lontani e ancora oggi sono maledettamente attuali, pensieri di poeti, filosofi e letterati che comunicano davvero un messaggio, che hanno ancora qualcosa da dire a chi è ben disposto ad ascoltarli. Pensieri che lasciano un segno indelebile nel nostro animo, nella nostra mente e nel nostro intelletto, pensieri che ci portiamo dentro, che ogni tanto ricordiamo, che ogni tanto scopriamo veri, la cui profondità non può non coinvolgere. Pensieri che però, se rimanessero chiusi negli scriptoria o nelle aule delle biblioteche, rimarrebbero solo bei pensieri. Lo scopo dello studio della letteratura, dell’arte, della storia o della filosofia è quello, io credo, di formare il pensiero di un individuo, facendolo entrare in relazione con una cultura viva, che davvero gli permetta di vivere la sua vita e di orientare il suo agire. Qualcosa di simile lo scriveva Machiavelli, nell’alquanto conosciuta lettera a Francesco Vettori: “Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittorio; […] et mi metto panni reali et curiali; e rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per 4 hore di tempo alcuna noia, […] tucto mi transferisco in loro.”. Un’humanitas che, proprio come farà Machiavelli, deve essere usata nella nostra vita di tutti i giorni.
Un’humanitas che, tra le tante occasioni che si vivono qui al Ferrari, la si sente vive durante la “Notte del Liceo”, quando ognuno di noi racconta una parte di questi grandi Pensieri del passato, dove davvero si sente, peraltro, quella comunità, se così si può definire, di studenti e professori (ed ex-studenti ed ex-professori) che eternamente in questa scuola ci ritornano.
Ebbene, dovrei essere arrivato alla conclusione di questo accostamento di ricordi. Sarebbe adeguato concludere con qualche frase ad effetto, con qualche massima moraleggiante che enuclei in sintesi un insegnamento da trasmettere. Non credo però di esserne capace, quindi cercherò di arrangiarmi in qualche modo, alla meno peggio.
Non c’è in effetti molto da aggiungere. Grazie, Liceo, per questo Tempo, per gli amici, per le relazioni, per ciò che ho imparato, per tutto ciò che ho affrontato, per quanto ho costruito… per quanto sono cresciuto. Chissà, probabilmente un giorno tornerò qui, per respirare ancora l’aria giovane e frizzante di questi corridoi, per immergermi nei ricordi di un tempo ormai passato, per sentire le spiegazioni dei professori da un’aula all’altra… Forse, un giorno. Anzi, senz’altro.
Ma per ora dobbiamo salutarci. E ti confesso, una lacrima scende mentre penso che questo Tempo è ormai passato, e non tornerà più indietro.

Francesco Grosselle, 5AC

Cos’è questo vuoto?
Mi sta lacerando,
mi sta divorando.
Sono a pezzi,
non ho più pace,
non ho più serenità.
Perché va tutto a rotoli?
Non sono abbastanza,
non sono perfetto.
Sono stanco di questa vita,
voglio andarmene,
voglio sparire.

Vuoti.
Quante volte ci sentiamo così? Lo sguardo smarrito nel nulla, la testa in balia di una tempesta di pensieri opprimenti, prima il fiato farsi corto e poi il respiro accelerare, il cuore che sembra sul punto di cedere. Quando non sai se stai cadendo o sei già caduto, che differenza fa ormai?
Ci si potrebbe stupire nel pensare quante ragioni causano questa sensazione. Qualcuno è solo o si percepisce così, non ha nessuno al suo fianco, non ha chi amare o da chi essere amato. Qualcuno ha litigato con persone care e per orgoglio lascia le cose come sono, ma il rimorso rimane: “Non era necessario dire queste cose”, “sono stato crudele”, “ora mi odierà”. Qualcuno è oppresso dal peso di una triste quotidianità monotona, quando più i giorni vanno avanti, più il vuoto si espande. Qualcuno ancora, forse la maggior parte delle persone, si sente inadeguato: gli sembra di commettere errori su errori, che ogni tentativo sia vano, di non poter essere all’altezza degli altri. Non sono abbastanza, non sono perfetto.

“Sono sbagliato”

Questa costante ricerca di una perfezione oggettiva ci fa convivere male con noi stessi. La cosa più difficile per un essere umano è proprio comprendere se stesso: è facile giudicare gli altri, compararci al loro, esaltarli o sminuirli. Come ci comportiamo però verso di noi? Spesso aspettiamo che siano proprio le altre persone a dirci cosa stiamo provando, perché ci sentiamo giù, oppure lo fanno di loro iniziativa, lasciando così crescere il nostro disagio interiore.
La mia convinzione però è che ci sia una voce che ci farà capire una grande verità: “No, non sei sbagliato, stai solo crescendo: errare è normale e fa parte del percorso formativo che ci accompagna lungo tutta la nostra vita”. Questa voce può essere quella di un genitore, di un nonno, una nonna, di un fratello, una sorella o di altri parenti cari, oppure di un amico, un’amica, di qualcuno con cui non siamo in realtà molto in confidenza, oppure possiamo capirlo da soli con il tempo. Certo, apprendere questa cosa non cambierà la nostra vita in un istante, ma può essere l’inizio di un lungo percorso verso la consapevolezza. Consapevolezza di cosa?
Quella che la nostra vita è solo nelle nostre mani, che se lasciamo che l’ansia e altre emozioni negative ci controlli, non usciremo mai dal nostro vuoto.
Non esiste l’essere perfetto, possiamo solo essere perfetti a modo nostro, perfetti nella nostra imperfezione.

Ilaria Ballan 4AC

Nel primo referendum con suffragio universale maschile e femminile del nostro Paese, dopo vent’anni di censura e, per tutto il Centro-Nord, dopo l’esperienza dolorosa dell’occupazione nazifascista, 28 milioni di italiani vennero chiamati al voto.
Da Sud a Nord, da Palermo ad Aosta, l’affluenza fu altissima, superando, in molti casi, il 90%.
Il quesito, che con il suo esito avrebbe poi cambiato per sempre l’assetto istituzionale del nostro Paese, chiedeva agli italiani di scegliere tra il passato e il futuro.
Oggi la scelta tra monarchia e repubblica può, se non per una strenua minoranza, apparire scontata. Potrebbe, addirittura, apparire ridicolo lo stesso quesito.
L’Italia del dopoguerra viveva però una situazione molto differente.
Da una parte c’era, certo, una Monarchia che aveva perso la faccia con vent’anni di regime sublimati da una fuga indecorosa, ma dall’altra parte si trovava l’ignoto, e ciò che non si conosce, ovviamente, destabilizza.
I risultati spaccarono a metà il Paese: a Nord, persino nel Piemonte sabaudo, vinse la Repubblica. A Sud – Ahi serva Italia – stravinse la Monarchia.
È indubbio che rispetto a questa scelta contarono molto anche le condizioni vissute nell’ultima fase del conflitto: il Nord subì l’occupazione nazifascista, visse a stretto con quello che, quantomeno da Cassibile, poteva definirsi nemico.
Nel Mezzogiorno la storia fu un poco diversa, con fuga del Re e di Badoglio a Brindisi, verso terre sicure, e poi con l’arrivo delle forze alleate per liberarci.
In controtendenza rispetto alle proprie aree, riportiamo, per mera curiosità, gli esempi di Padova e Trapani.
Nel primo caso, in pieno Nord, fu la Monarchia ad ottenere la maggioranza (52.01%); nel secondo caso, pieno Sud, ottenne il 52.87% la Repubblica.
Contestualmente al referendum quel 2 Giugno gli italiani furono chiamati al voto anche per un altro motivo: l’elezione dell’Assemblea Costituente, deputata a scrivere la nostra legge fondamentale, la Costituzione.
Furono le prime elezioni politiche libere dopo 25 anni di censura, le prime a suffragio universale della nostra storia.
I tre grandi partiti di massa (Democrazia Cristiana, Partito Socialista d’Unità Proletaria, Partito Comunista Italiano), ottennero oltre il 75% dei voti.
Alla DC furono quindi assegnati 207 dei 556 seggi, 115 al PSIUP, 104 al PCI.
Gli italiani si riscoprivano capaci di decidere liberamente i propri rappresentanti.
E la Repubblica cos’è, se non questo?
L’ordinamento in cui ogni umano è eguale nei diritti e arbitro della propria vita.
Oggi il nostro ruolo dev’essere quello di preservare i valori democratici conquistati, tra mille ostacoli, con il sangue di donne e uomini come noi.
Il nostro pensiero deve, specie di questi tempi, correre a chi di queste libertà è brutalmente privato.
Sandro Pertini, partigiano, membro della Costituente, socialista, poi Presidente della Repubblica, spiegava così, magistralmente, quanto si voleva intendere poco fa:” Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi”.

Viva la Repubblica! Viva l’Italia!

 

 

Giuseppe Maria Toscano 5AC

<< Corea del Sud, traghetto si ribalta e affonda con 450 studenti a bordo>>

Sono passati 7 anni dalla tragedia del traghetto Sewol.
Il 16 aprile 2014, il traghetto Sewol si è capovolto e affondò sulla sua rotta dalla terraferma all’isola di Jeju, in Corea del Sud. Quasi tutte le persone a bordo erano studenti della Danwon High School, di età compresa tra 14 e 15 anni, classi del secondo anno che erano in gita.
Il disastro ha lasciato 304 morti.
Sono 78 gli studenti salvati sui 325 che erano a bordo. Nella ricerca dei dispersi arrivarono 40 unità di navi costiere, navi militari ed elicotteri accompagnati da unità subacquee che hanno dato il loro meglio per salvare più gente possibile.

La nave ha lanciato la richiesta di soccorso alle 8:58 locali, mentre erta a 20 chilometri al largo dell’isola di Byeongpoong. La dinamica dell’incidente non è chiara, ma le prime testimonianze hanno riportato un fortissimo boato prima che la nave cominciasse ad affondare inclinandosi su un lato. Le immagini televisive trasmesse in diretta hanno mostrato la nave che sommerse in solo 2 ore, portando con se tutto l’equipaggio a bordo.

Il nastro giallo (il colore che ricopre la nazione di speranza) è il simbolo del ricordo associato a questo enorme disastro.
Anche se il numero delle vittime continuava a salire nei giorni successivi, tantissimi coreani mostrarono il proprio supporto per le famiglie che ancora aspettavano il ritorno dei propri cari, aderendo alla campagna “Fiocco Giallo”, per tenere viva la speranza di trovare dei possibili sopravvissuti. Si cercò di diffondere un messaggio positivo tramite “un fiocco nero su uno sfondo giallo” con una scritta che recita in coreano: ” 작은 움직임, 큰 기적”(Un piccolo movimento, grandi miracoli).

Il giorno di questa tragedia è stato utilizzato anche in numerosi servizi commemorativi per le vittime del disastro. Il padre di una delle vittime ha dichiarato in un suo testamento
“Senza che nessuno lo sappia, i BTS hanno visitato tranquillamente i nostri figli attraverso la loro canzone e video. Ci hanno mostrato i loro cuori imperdonati. Anche a Yae-eun sarebbe piaciuto molto.”
Mentre uno studente sopravvissuto disse “Voglio che tutto sia una bugia” a proposito del disastro; “Quando mi sveglio la mattina, mi sento come se tutto andasse bene. Poi mi rendo conto che non lo è. Vorrei solo che tutto fosse una bugia.”
Riportando in luce, gli ormai famosissimi BTS, che hanno dedicato una canzone (Spring Day) a questo spiacevole evento per il loro paese dicendo “Come cittadino di questo paese, credo che dovremmo sentirci responsabili. Pensavamo di poter inviare le nostre condoglianze se potessimo. Abbiamo donato perché volevamo aiutare” (Kim Namjoon).
Namjoon, portavoce dei sette cantanti, ha anche detto di aver scritto la canzone in un pomeriggio, dopo aver visto una foglia cadere in un parco; perché loro erano presumibilmente in una lista nera sanzionata a causa del presidente. Nessun artista aveva il consenso di parlare, diffondere informazioni, aiutare le famiglie dei ragazzi o parlare di quello che il presidente non stava facendo per questo episodio considerato troppo politico. Erano in questa lista nera per aver donato privatamente 100 milioni di won (moneta coreana) vinti alle famiglie delle vittime per spese funebri e psicologiche.

“Il sole sorgerà di nuovo. Perché nessuna oscurità, nessuna stagione. Può durare per sempre ”
BTS – Spring Day

Aurora Crivellin 4AA

Ti ho amato come si amano le piccole cose,
con la spontaneità e il disinteresse che mi
hanno indotta a non volere mai nulla in cambio,
se non vederti stare bene.
Ma forse è qui che ho sbagliato, l’amore
non può esistere se è a senso unico,
servono compromessi e impegno da entrambe
le parti, altrimenti non ci si incontrerà mai
in un punto di mezzo,
ma semplicemente colui che ama continuerà a
trascinare la propria metà di cuore lungo una
strada priva di fine, senza mai incontrare l’altra metà.
Mi hai prosciugata del mio egoismo e hai
iniettato in me una predisposizione ad
annullarmi completamente per soddisfare
sempre le tue aspettative, hai riversato su di
me i tuoi rancori e hai proiettato su di me le tue
delusioni e io ti ho sempre lasciato fare perché
avevo troppa paura che l’alternativa mi
avrebbe consumata ancora di più.
E quanto mi sbagliavo.
Ci hanno forse un po’ troppo convinti che
l’amore vero sia quello che in cambio non
vuole nulla, ma la verità è che
l’amore vuole dare tanto quanto prendere,
e non sempre questo proviene dalla persona
che si trova dall’altra parte.
A volte amiamo perché
ci piace la versione innamorata di noi.
Ci piace la nostra spontaneità, la nostra forza
nel provare un sentimento così potente,
l’assenza di paura e il coraggio nel volerci
provare fino infondo.
L’amore addosso ci dona come un vestito
provato e apprezzato al primo colpo, per quale
motivo non dovrebbe farci piacere indossarlo?
Allora mi chiedo: che cosa mi piaceva di me
stessa mentre ti amavo?
Come poteva la versione disillusa, ingenua e
debole di me appagarmi così tanto?
Ma forse non avevo ancora imparato a
guardarmi dentro così bene da vedere
effettivamente quanto il
donarti me stessa
mi stesse
allo stesso tempo
consumando.
Anche dopo averti trovato, ho continuato a
cercarti disperatamente
tra le righe dei miei romanzi preferiti,
in mezzo alle ninfee di Monet,
nel concetto di amore secondo Hegel e Schopenhauer,
sulle note delle canzoni che mi dedicavi.
Tu hai invece scelto il tuo ego, alimentandolo
fino a farti accecare, fino a non riuscire a
vedere al di là di esso.
Capisci ora quanto sia stato difficile provare
un amore a senso unico? Perché oltre ad
amarti dovevo assicurarmi di preservare un po’
di affetto anche per me stessa, nonostante a
bruciarmi sulla pelle avrei voluto che fossero i
tuoi di sentimenti.
Perché è vero, l’amore oltre a prendere vuole
anche dare, ma chi riceve non sempre è
disposto anche ad offrire,
e prendere diventa una dipendenza
la cui fonte è chi decide di donare
una parte di sé,
la più intima,
ma soprattutto,
la più vulnerabile.

Meryem Agoujil 5AL

16 anni fa sono nata nella pace, privilegiata e amata.

La guerra è sempre stata sui libri e nei racconti d’infanzia dei miei nonni. Un’idea vaga che non avrei mai immaginato arrivasse davvero. Così ora, quello che sta accadendo nel mondo, mi toglie l’equilibrio.

Come può l’essere umano arrivare a tanto? Come può la vita valere così poco?

Impotente davanti a quello che accade, vorrei fermarmi. Vorrei sprofondare nell’immobilità per non sentirmi colpevole di un privilegio che non si può nascondere.

Migliaia di persone si riuniscono in piazza per la pace, molti bambini nascono sotto le bombe in un rifugio a Kiev e le persone che si incontrano si abbracciano, perché c’è più bisogno di amore.

Se è vero che le nostre azioni non possono fermare i missili sopra l’Ucraina, non è vero che non possiamo manifestare la pace intorno a noi.

Ascoltiamo di più, avviciniamoci all’altro, abbracciamoci, risolviamo quei conflitti che ci seguono come ombre e sciogliamo quei nodi che ci riempiono di rabbia.

Mi fermo ora a pensare, c’è ancora spazio per la vita? C’è ancora spazio per la pace?

Mariavittoria Castaldelli 1AC

Il 15 aprile 1452 in un piccolo borgo nei pressi di Firenze, nacque, da una relazione illegittima, come leggenda e storiografia narrano, Leonardo da Vinci.
Questa data, da allora, è diventata importantissima, perché quel giorno venne al mondo uno dei geni assoluti della storia dell’uomo, colui che meglio incarnò il sapere universale e integrale. Per questo motivo e per il valore simbolico di Leonardo in quanto prodigio, l’International Association of Art ha deciso di istituire il 15 aprile Giornata Mondiale dell’Arte, World Art Day.
Oggi, per trattare l’argomento, procederemo per domande, perché è proprio attraverso le giuste domande che possiamo trovare le risposte che stiamo cercando.
Ne approfitto per ricordare tutte quelle persone che, sfortunatamente, non possono vivere una vita serena per colpa della guerra, in Ucraina come in altre parti del mondo, in Etiopia, in Siria, la guerra c’è e permane. Dobbiamo esserne consapevoli, per riuscire a dire no all’insensatezza della violenza. Detto ciò, vi auguro una buona, coscienziosa, lettura!

“Cos’è l’Arte?”
Stando a ciò che riporta l’enciclopedia Treccani:
“In senso lato, capacità di agire e di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche, e quindi anche l’insieme delle regole e dei procedimenti per svolgere un’attività umana in vista di determinati risultati.”

Quindi possiamo dire che, ogni qualvolta che si fa qualcosa con un fine, e lo si fa in maniera
impeccabile, si è in presenza di Arte. Ma andiamo ancora più in profondità.
Da sempre l’uomo ha sentito l’esigenza di rivelarsi, di comunicare e di concretizzare la propria idea di estetica, di cultura, di vita. L’Arte, in questo senso, è stata ed è ciò che le parole non potevano e non possono esprimere. Infatti, la potenza mediatica di un’immagine, di un edificio, di una statua, è raramente riproducibile con altri mezzi. Noi dobbiamo molto all’Arte, per questo è giusto ricordarla.
L’Arte è il riflesso delle idee di ogni epoca, degli artisti e dei committenti. È un sospiro di ammirazione impresso sulla tela e sulla pietra, è il desiderio, che si tramuta in sogno, che diventa realtà, o dolce illusione. L’Arte è tensione e stasi, ricerca del sublime tanto quanto dell’ordinario, del caos tanto quanto del modulo. È soggettività che urla attraverso la convenzionalità di una linea retta. È oggettività impressa in una forma irrazionale. L’Arte richiede attenzione, passione, dedizione; non se la prende se la ignori, ma ti corrisponde, se la ami.
Però non è solamente ideali, perché l’Arte al servizio dell’uomo diventa legittimità, celebrazione, musa cantatrice delle virtù dello Stato, della Repubblica, di un partito; mezzo di affermazione sociale, di iconolatria, di protesta, di libertà, di diritto.
L’Arte è dunque un fenomeno complesso che non si può ridurre a qualche parola o a un concetto unico, perché il suo ruolo nel corso della storia varia proprio in funzione della storia stessa e delle persone che fanno Arte.
A tal proposito, due sono le domande fondamentali che mi sono posto:
“Cos’è per me l’Arte? Qual è il rapporto che mi lega a Lei?”.
Ritengo, però, che il bello dell’Arte sia l’emozione estremamente soggettiva che essa suscita; il rapporto personale, non universale, ma intimo e relativo che ognuno di noi ha con questa disciplina, è ciò che mi interessa davvero. Per cui ho fatto le stesse domande a tutti i professori dell’Istituto che trattano una qualsiasi materia che ha a che fare con l’Arte, e ho chiesto anche ai miei compagni di classe.

“Cos’è per voi l’Arte?”
L’idea di Arte che ognuno di noi ha, è la somma delle emozioni che tale disciplina ci trasmette. Per alcuni è una continua scoperta, un’avventura, è la capacità di meravigliarsi quotidianamente, è il giusto appagamento per la dedizione e la fatica che un artista impiega per realizzare un’opera. Altri vedono nell’Arte un criterio di ordine e di equilibrio necessari non solo al processo creativo, ma alla vita stessa. Altri ancora sostengono che l’Arte è puro disordine e istinto. C’è chi, quando pensa all’Arte, si emoziona e non smette più di parlare e di scrivere al riguardo, perché Arte può essere un brivido che corre lungo la schiena di fronte a un’opera. Ma l’Arte è anche divertimento!
Diversi sono i modi con cui le persone entrano in contatto con questa disciplina, ed è proprio questo approccio che modifica la percezione di cosa è artistico e di cosa non lo è. Ma vediamo direttamente alcune risposte:

“L’Arte è tutto ciò che ci circonda, è la nostra vita e tutto ciò in cui essa scorre. L’Arte ci permette di vedere, sentire e toccare un mondo che per ognuno di noi è di un colore e di una forma totalmente diversa, e comprenderlo dalla prospettiva di un altro essere umano: l’Artista! L’Arte ci riempie il cuore, i pensieri, ci da un motivo per sfogare il nostro io”
Chiara Faccioli, 4^AA

“L’Arte è una forma di libertà con la quale ognuno esprime l’intero mondo che ha dentro di sé”
Gaia Livio, 4^AA

“A livello percettivo il nostro cervello classifica le cose in maniera ordinata, gode delle proporzioni tra le cose e cerca di semplificare ciò che gli viene mostrato.
‘Less is more’ diceva l’architetto e designer Mies van Der Rohe.
E Less is more è la mia idea di Arte.
Quando vedo delle linee perfettamente dritte, su di un foglio bianco perfettamente squadrato, con i caratteri perfettamente allineati e le immagini disposte su una griglia modulare, il mio cervello mi ringrazia e dice che quella è Arte”
Prof.ssa Emanuela Tamburello

“L’Arte è l’espressione massima di bellezza e talento umano. L’Arte è gioia, ma allo stesso tempo profondo dolore; ed è questo il bello: riesce sempre a essere meravigliosa, anche quando chi l’ha creata provava, dentro di sé, un tormento agonizzante.
La parte più intima e sensibile dell’uomo, l’Arte ne è impregnata, se ne nutre voracemente, per poterla restituire in una forma elegante, leggibile agli occhi dei più scrupolosi”
Angelica Carbonaro, 4^AA

“Qual è il rapporto che vi lega a Lei?”
È probabilmente la domanda più intima dell’articolo, perché, sapete, pensare a che cosa sia l’Arte è una cosa, ma chiedersi che rapporto si ha con Lei, è tutt’altro.
Ebbene, anche in questo caso le risposte sono estremamente varie e valide, l’Arte è una garanzia, è una passione profonda, ma non solo. Tendiamo a vedere questa disciplina come un semplice passatempo, senza renderci conto della responsabilità che un’opera può avere. Pensiamo alla propaganda in un manifesto, a un edificio o a un quadro che diventano simboli del potere, oppure più semplicemente alla pubblicità. Ecco, nuovamente, alcuni pensieri delle gentilissime persone che hanno partecipato:

“Ci sono tre cose senza le quali penso non potrei vivere: gli affetti, la natura, l’Arte. Non riesco a concepire la mia vita senza questi tre elementi, e tutti implicano un rapporto di fedeltà. Posso forse stare con mia moglie, i miei figli, i miei amici, abbandonandoli? Posso amare il mondo e le sue bellezze senza rispettarlo? E infine, posso essere un artista senza dedicare all’Arte il mio tempo e la mia energia? Le risposte sono tre secchi no, ovviamente. E per poter mantenere un rapporto di fedeltà con ciò che si ama ci vuole dedizione”
Prof. Sandro Freddo

“L’Arte come responsabilità è la risposta a tutto. In un mondo sempre più caotico, bombardato da immagini, colori e scritte, io penso che il senso di responsabilità di chi fa Arte, in tutte le sue infinite declinazioni, sia quello di portare un pò di ordine e decoro, al fine di creare una sensazione di benessere e un’esperienza sensoriale appagante, rendendo la mia idea di Arte un tutt’uno con ciò che mi lega a Lei”
Prof.ssa Emanuela Tamburello

“Il Nostro rapporto è per lo più l’infanzia, c’è una particolare sensazione che mi viene in mente quando ci penso, ovvero l’odore del legno dei pastelli e delle matite, ho sempre amato disegnare ed era il modo che avevo per cercare di dare una mia interpretazione della realtà, per far vedere ‘i colori’ che avevo dentro. È un legame che c’è da quando ho imparato a tenere in mano una matita”
Angelica Carbonaro, 4^AA

“Come scrive John Berger nel libro Sul disegnare: ‘Il farsi di un’immagine comincia interrogando le apparenze e tracciando dei segni. Ogni artista scopre che il disegno – quando è un’attività necessaria – è un processo a doppio senso. Disegnare non è solo misurare e annotare, è anche ricevere. Quando l’intensità dello sguardo raggiunge un certo grado, diventiamo consapevoli che un’energia altrettanto intensa viene verso di noi, attraverso l’apparenza di quello che stiamo scrutando. […]
Non do nessuna spiegazione a questa esperienza. Credo semplicemente che pochissimi artisti ne negheranno la realtà. È un segreto professionale’
L’Arte è un rapporto reciproco”
Prof.ssa Alessandra Locatelli

Ma per rispondere personalmente alla domanda che vi ho fatto, per me l’Arte è come una sorella. Nei momenti bui è sempre stata al mio fianco, è un faro.
L’Arte si racchiude nei dettagli unici, per chi li sa apprezzare, per chi li sa osservare. Cerco nell’Arte una bellezza che è chiaramente idealizzata, utopistica, ne sono consapevole, ma non per questo meno degna di essere considerata, anzi, è proprio in questa bellezza che trovo il sentimento. Perché più volte ho creduto che una statua di Michelangelo, di Bernini, di Canova, provasse emozioni più pure, più vere rispetto a quelle umane. Perché un quadro può essere la sintesi migliore del dolore che perplime l’essere umano, che lo rende succube, ma può essere anche la massima espressione della leggerezza e della gioia che vive e lotta nei nostri cuori. Per me è la ricerca della purezza che manca sempre di più, è l’ideale mondo in cui si potrebbe vivere, ma è anche, concretamente, esempio di virtù e di verità, con tutto ciò che ne consegue. La verità non sempre ci fa bene.
Io ci credo nell’Arte, non mi ha mai tradito, e non c’è sensazione più bella della consapevolezza che, comunque andrà, Lei sarà con me. Il Nostro rapporto, è di fedeltà.

“Perché l’Arte?
“Per sopravvivere, per respirare, per vivere.”
Prof.ssa Licia Bevilacqua

Filippo Magaraggia 4AA
Un ringraziamento speciale per tutti quelli che hanno partecipato!

Difficile respirare quando una stretta alla gola e un peso che ti si schiaccia il petto ti impediscono
di farlo. Difficile concentrarsi quando uno stormo di pensieri negativi ti invade la testa.
Impossibile scacciare l’ansia che ti dilania improvvisamente. Cerchi di fare quello che ogni volta,
seppur lentamente, funziona. Smetti di fare qualsiasi cosa tu stia facendo, metti via libri,
quaderni, appunti che stavi scrivendo, con un gesto del braccio li sposti tutti da un lato. Ti alzi e
fai i pochi passi che ti separano dal tuo letto. Il tuo dolce caro letto che ha un duplice ruolo nella
tua vita: da una parte rifugio soffice e accogliente che ti culla nei momenti di dormiveglia e ti
accompagna nel mondo dei sogni ogni sera, dall’altra superficie infernale che assiste ai tuoi
momenti peggiori e si inzuppa in alcuni punti a causa della tua cascata di lacrime. Sali sul letto, ti
stendi, cerchi di far svanire tutti questi metaforici pugnali che ti trapassano il cranio. Ma non ci
riesci e ti si inumidiscono gli occhi.
Segue una lunga serie di domande che ti rivolgi sempre quando raggiungi questo punto: perché
devi sempre reagire così, quando smetterai di essere così debole, sarai sempre l’unica persona che
conosci a essere così strana, come farai ad affrontare situazioni peggiori, perché non riesci a darti
una calmata.

Quesiti senza risposta, naturalmente, e allora passi alle offese: sei proprio senza speranza, anche
tu non ti sopporti più, che pesante, che imbecille, che disastro, che noia. E vai avanti a lungo fino
a quando non ti accorgi che stai ormai piangendo, che stai ormai tremando e singhiozzando, che
stai ormai lasciando il controllo a questa parte di te. Tutta la settimana l’hai repressa, hai provato
a tenerle testa, occupando la tua mente in varie attività, hai cercato di parlare coi tuoi amici
costantemente, di ascoltare solo quel genere di musica che, invece di farti affrontare la realtà del
tuo stato, ti fa ballare per la camera, hai impegnato tutte le tue energie ad evitare di rimanere in
solitudine coi tuoi pensieri. E a poco è servito, perché il secondo lato di te prende il sopravvento
quando e dove vuole. Non si cura di quanto hai da fare, di che ore sono, di che stato d’animo
avevi il momento prima. Abbassi per un attimo la guardia: una canzone triste, un pensiero di
troppo a qualcosa che ti porta a ricordarti di ciò che non vorresti mai farti tornare in mente.
E click, scatta quel qualcosa nella tua testa. Te ne accorgi subito e ti maledici immediatamente
per averlo fatto di nuovo. Sai già dove di porterà tutto ciò, ma ti illudi che questa volta sarà
diverso. Non è mai diverso, però, finisce sempre allo stesso modo e lo sai. Con te in preda
all’ansia, alla paura, all’odio per la tua stessa persona, alla disperazione, ai rimpianti, alla sfiducia
nel futuro, ai dubbi sul presente.

E tutto ciò capita se decidi di arrenderti, se cedi a questa forza maggiore, consapevole
dell’inutilità del cercare di continuare con quello che aveva la tua attenzione fino all’attimo
precedente. È solo così che ci metti meno a riprenderti e dopo un po’ arrivi anche a dimenticare
l’intensità di quello che avevi provato.

Ma se, invece, in un momento di ingenuità, credi che riuscirai ad andare avanti lo stesso, a
studiare quelle poche pagine che ti mancano o a sistemare gli ultimi vestiti del tuo armadio,
perché pensi che riuscirai ad avere il controllo, che non crollerai come l’ultima volta che hai
provato a resistergli, ti sbagli di grosso.

Perché fermarti subito ti evita di peggiorare la situazione, di avere un mental breakdown di quelli
spaventosi, di quelli che non vuoi mai provare, di quelli da cui è molto più difficile riprendersi,
di quelli che ti rovinano l’intera giornata. Se ti fermi e lasci che tutto ciò si impossessi di te, fai
meglio.

Anzi, sarebbe meglio non provare nulla del genere, sarebbe meglio non perdere tutto questo
tempo solo per non essere più sofferente, sarebbe meglio non dover attraversare tutto ciò nella
solitudine della tua stanza.

Non sai nemmeno come definire questo stato, questa condizione, questi momenti. Ci hai provato
qualche volta a parlarne a qualcuno, consapevole che nessun individuo che non lo abbia provato
potrebbe capirlo. Ti chiedi anche se ci sia effettivamente qualcun altro, oltre a te, ad averlo
provato. Forse potresti spiegarlo se sapessi di cosa si tratta. È facile che risulti una forma di
pigrizia, di incapacità di organizzarsi: una persona che, proprio quando ha raggiunto il picco di
impegni, proprio quando ha la scrivania colma di libri, pronta a finalmente dedicarvisi, dopo aver
a lungo posticipato questo momento per paura di andare incontro all’ennesimo crollo, deve
fermarsi. Non vorrebbe farlo, non è pigra, né irresponsabile. Semplicemente è incapace di andare
avanti, non riesce. Deve smettere, almeno per un po’.

Probabilmente è un effetto collaterale dell’ansia, ma non dell’ansia di cui si parla comunemente,
della lieve agitazione che si prova prima di un compito. Ma l’ansia con l’iniziale maiuscola,
l’ansia che ti impedisce di fare ciò che vorresti fare, di pronunciare le parole che vorresti dire, di
alzarti dal letto quando sai che sarà una giornata particolarmente stressante.

L’ansia che porta conseguenze sul tuo fisico, l’ansia che ti fa perdere peso, l’ansia che ti dà mal di
testa, mal di pancia, male al petto, l’ansia che fa sudare le tue mani, l’ansia che porta rossore sul
tuo petto e sul tuo collo, l’ansia che fa tremare la tua voce, l’ansia che ti fa pensare che da un
momento all’altro il tuo cuore evaderà dalla cassa toracica.
Strano, però, come un fenomeno del genere sia così sottovalutato.
Il fatto è che non è facile immaginare il mondo che c’è dietro una persona, tutto ciò che avviene
al suo interno oppure nella sua abitazione. Siamo spesso portati ad avere una certa idea delle
persone che ci circondano e, effettivamente, di ogni singolo individuo al mondo esistono mille
diverse versioni nella testa di chiunque lo abbia incontrato oppure ne abbia anche solo sentito
parlare. In “Uno, nessuno e centomila”, libro che mi ha aperto gli occhi, Pirandello si sofferma in
una maniera affascinante su questo aspetto. Non conosceremo mai completamente una persona,
perché siamo condizionati da un insieme di fattori nel pensare agli altri e a noi stessi.
Inevitabile, alla luce di ciò, sottolineare l’importanza della comunicazione. Dobbiamo aprirci di
più, esprimere le nostre insicurezze, i nostri dubbi, ciò che ci turba o ci rende felici. Questo è
l’unico modo che abbiamo per aiutare gli altri a comprenderci, l’unica arma per combattere la
distanza che c’è tra un individuo e l’altro, evitando di arrivare ad un punto di non ritorno, dove
pesanti silenzi fluttuano nell’aria tra noi e gli altri.

Parliamoci, guardiamoci, supportiamoci. Se non ci sentiamo a nostro agio con nessuno e
proviamo un turbine di emozioni, non teniamole per noi stessi. Rivolgiamoci agli specialisti che
sono in grado di aiutarci a conoscerci.

L’ansia stessa è un fenomeno che, quando arriva a creare determinate situazioni, dovrebbe essere
affrontata con l’aiuto di qualcuno che, grazie alla sua formazione, sa come guidarci. Perché
curare la salute mentale è importante tanto quanto mettersi una sciarpa al collo quando fa freddo,
solo che è meno spontaneo.

Spero, quindi, che chiunque si sia rivisto in queste righe, sia consapevole del fatto che non è solo
e che non deve affrontare tutto ciò senza alcun aiuto. Nel mio piccolo, vorrei aver acceso una
scintilla di speranza in coloro che temono di esprimersi su questi argomenti, perché,
ricordiamolo, non esiste il contrasto tra persone “sbagliate” e persone “normali”. Ci sono solo
persone, tutte importanti allo stesso modo e degne del medesimo aiuto.

Andra Bandrabulea 4AL

La tua pelle nuda contro il freddo marmo della doccia e la bollente acqua che scorre. Il vapore ti annebbia la vista, pensi, ma è un menzogna: non vedi perché sei stanca, stremata e senza forze. I tuoi occhi sono rossi e a stento si tengono aperti, ma rifiuti di accettare di star piangendo, rifiuti che le lacrime siano quasi più, in numero, delle gocce che escono dal getto. Senti bruciare ovunque, ma girarsi e vedere di scorcio il tuo riflesso sarebbe peggio.

La verità ti è davanti, accettala.

Hai smesso lentamente di mangiare a merenda. Hai rinunciato ai dolci e agli sfizi. Hai gettato la torta che mamma aveva preparato appositamente per te e la sera le hai detto che era buonissima e che eri grata per il suo gesto, nonostante non la avessi gustata neanche con il pensiero. Hai avuto il coraggio di infilarti due dita in gola e buttare fuori tutto: ma uscivano davvero le critiche e i pensieri negativi o solo pezzi di te stessa?

Anche abbassare ulteriormente la testa potrebbe essere fatale. Stai perdendo peso per te stessa, per le critiche altrui o per chi non hai mai avuto la possibilità di essere? Vorresti un corpo più sano per avere meno difficoltà, dei fianchi più larghi per piacere di più ai ragazzi o semplicemente che il seno ti scomparisse definitivamente per non vederti più per quello che purtroppo sei? Sei davvero una donna o è solo un apparenza? Vorresti solo prendere una forbice e tagliare, eliminare ogni traccia di grasso, di eccesso.

Vedere il tuo petto piatto, o femminile e ben proporzionato? Cosa preferisci, o ti attrae veramente?

Hai comprato vestiti nuovi, pantaloni larghi e felpe due taglie più grandi; hai imparato a truccarti ed ogni mattina non riesci ad uscire di casa se non hai almeno un filo di correttore a coprire le occhiaie prorompenti.

Ogni giorno scorri i social: non presti neanche attenzione alle scritte, ai messaggi, alle parole, ma solo alle bellissime ragazze che vedi.

Ogni pensiero è un filo aggrovigliato, ogni tentativo di semplificarlo lo rende più complesso ancora.

Ti chiedi “Loro come sono?”.

Sono belle, magre, ben vestite e ben truccate.

“E tu come sei?”.

Sono, però non sono come loro. E vorrei essere come loro. Anzi, vorrei essere loro.

“Ma non cambia nulla tra di voi fisicamente”.

Non è vero. Io non ho un corpo così.

“O forse non riesci a vederlo…”

Ti sbagli. Loro sono meglio di me e lo saranno per sempre. Loro vogliono, fanno, riescono e vengono apprezzate. Neanche la me stessa apprezza ciò che faccio.

“E perché?”.

Perché non faccio nulla di giusto.

Sarei dovuta nascere più intelligente.

Sarei dovuta nascere più sociale.

Sarei dovuta nascere bella e magra…

Sarei dovuta nascere un’altra persona.

O sarei dovuta non proprio nascere?

Perché esisto?

Perché proprio io dovevo vivere questa vita?

Non riesco a soddisfare le aspettative delle persone. Non riesco nemmeno a farmi piacere da queste.

Non merito di esistere.

“Non è vero”.

Taci. Stai zitta. Tu non capisci.

Sei solo capace di vedere possibilità che non hai, che non esistono. Accetta la realtà.

Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento. Sei solo un fallimento.

“Basta”.

Non riesco a sopportarlo, mi sento…

“Come ti senti?”.

Non mi sento più. Non voglio più sentire.

Non voglio accettare che mi sto distruggendo.

Non voglio accettare che mi faccio del male da sola.

“Ma se me lo stai raccontando, perciò vuol dire che lo sai”.

“Perché non rispondi?”

Valentina Grigio 1BL

/pater-patris/ sostantivo maschile

Avere un papà significa avere un pilastro nella propria vita che non potrà mai crollare. Anche con un semplice sguardo e una frase appena sussurrata, ti fa capire che non starai mai solo. Quando sei di pessimo umore, lui riesce a capirti. Ti permette di lasciarti solo con i tuoi pensieri senza riempirti di domande come fa sempre mamma.

Papà si sa muovere in punta di piedi e cammina nella tua vita, ma il suono dei suoi passi riecheggia sempre nella tua testa.
Cammina in silenzio nelle luci della notte, rientra a casa dal lavoro tutto stanco e addolorato. Si cambia i vestiti, corre in bagno in mutande e ci resta un’ora o di più.
Durante la cena discute della giornata e dell’affitto e, tutto silenzioso, ascolta le lamentele della mamma senza mai smettere di guardarla perché innamorato perso; non appena finito il pasto, corre in camera a prepararsi i vestiti per il giorno seguente senza tralasciare alcun dettaglio.

Un padre non è una madre: le madri sono il doppio più pesanti.
Ti riempiono di raccomandazioni, ti obbligano a comportarti in modo educato, ti guardano male se a tavola non ti comporti bene… mille lamentele se non ti vesti con la quadrupla sciarpa e il doppio maglione alla mattina.
Insomma, una madre vuole che tu cresca bene, che non ti manchi mai nulla, tiene più alla tua salute che alla sua, ti darebbe di tutto e vuole che tu cresca perfetto.
Un padre invece non è ossessionato da tutte queste cose, vuole soltanto proteggerti e vuole che tu cresca al meglio. Sin dalla tua nascita ti ama, gioca con te in qualsiasi occasione, ti compra tutti i giocattoli che vuoi, ti lancia in aria facendoti volare per poi riprenderti ed essere rimproverato da mamma.

Quando eri piccolo e dopo scuola ti accompagnava in edicola a comprare i giochetti e le figurine, rimaneva anche un’ora intera ad aspettare che tu scegliessi il pacchetto migliore.
Ora, quando finita scuola sali in macchina, ti chiede com’è andata la mattinata e resta in silenzio ad ascoltarti senza dare alcun giudizio, perché lui sa già che vuoi solamente sfogarti e parlare dei tuoi problemi, che vuoi liberarti. Sai che l’unica persona che ti potrà veramente ascoltare è lui: ad un quattro o ad una nota tua madre ti urlerebbe.

Un padre può essere un fratello, in particolare durante il periodo dell’adolescenza. Diventa come un migliore amico: con lui puoi parlare di qualsiasi cosa, di tutti i tuoi problemi ed è sempre pronto a proteggerti, perché vuole solamente il meglio per te.

Ci sono diverse tipologie di padre.

Quelli assenti, che a causa del lavoro non possono prendersi cura della famiglia in senso affettivo. Quelli curiosi che vogliono sapere tutto ciò che sta scorrendo nella tua vita. Quelli che sono solamente in grado di rimproverarti. Quelli che ti comprano tutto e non chiedono mai nulla in cambio. Quelli che non si sono persi un passo della tua vita e che ricordano tutta la tua infanzia come se fosse terminata ieri, raccontano di te come un pilastro della loro vita, come il regalo più bello che abbiano mai ricevuto. E quelli che non passano la loro vita con te.

Un padre è colui che ama incondizionatamente i suoi figli ed è per loro un magnifico esempio. Colui che, oltre a sostenere la famiglia in tutti i modi possibili, diventa un amico, un fratello, un comico.
Colui che si fa scarabocchiare la pelle con dei pennarelli e si fa colorare le unghie con la tempera. Colui che si commuove se un figlio gli sussurra “Ti voglio tanto bene”. Colui che insegna a guardare i colori e i significati della vita attraverso i suoi occhi e il suo cuore.
Il cuore di un padre è un capolavoro della natura.

A tutti i papà che hanno fatto da madre, ai papà che hanno superato peripezie per mantenere legata la famiglia, ai papà che non ci sono stati durante la crescita dei loro figli. A tutti i padri valorosi che meritano il sorriso dei propri figli e il loro successo.

So che quando non ci sarà più tuo padre, ti accorgerai di cosa ti ha regalato e da quel momento avrai un po’ dei suoi occhi, un po’ del suo profumo in te e resterà per sempre nel tuo cuore.

Scrivo questa riflessione per ricordare a tutti i figli adulti e adolescenti che un padre è un tesoro.
Purtroppo non ho avuto il privilegio di crescere con mio padre, non ho conosciuto molte cose e non me ne sono state insegnate altrettanto.
Scrivo questo in onore della festa di oggi e a mio padre che da lassù mi guarda ogni giorno.

Mariavittoria Castaldelli 1AC

Oggi martedì 15 marzo è la giornata internazionale del fiocchetto lilla, ovvero della lotta contro i disturbi del comportamento alimentare. Questo è un argomento che mi sta molto a cuore e ho creduto necessario cercare di sensibilizzare, nel mio piccolo, più persone possibili.

In primo luogo, perché chi è esterno a situazioni del genere non è consapevole del fatto che questi disturbi non riguardino solo le persone in sottopeso e il fisico di qualcuno; sono delle vere e proprie malattie mentali con motivazioni enormi alle spalle, che sono spesso difficili da rintracciare. In secondo luogo perché le varie quarantene e l’isolamento sociale a causa del covid hanno provocato una crescita del numero di malati piuttosto preoccupante. Ho trovato alcuni dati su internet a questo proposito(www.agi.it): dall’inizio della pandemia la media dei casi è aumentata del 30% tra gli adolescenti e l’età media si è abbassata ai 12 anni.

Il cibo è benzina per il nostro corpo, ciò che ci serve per svolgere le nostre attività quotidiane: studiare, fare sport, andare a scuola, riordinare la stanza e persino guardare una serie tv. Ogni giorno, infatti, il nostro corpo brucia un certo numero di calorie che ci sono essenziali per sopravvivere. Ma comunque il cibo per la maggior parte delle persone non è solo questo, ma una vera e propria passione! Insomma, chi non ha almeno un amico intenditore e super goloso che ci guarda storto se aggiungiamo la panna nel piatto di carbonara? E ancora, il cibo è anche famiglia, amicizia, condivisione e compagnia. Pensiamo, ad esempio, alle milioni di volte in cui abbiamo invitato degli amici fuori a colazione o per un aperitivo; alle numerose feste di compleanno nella nostra pizzeria del cuore; ai pranzi di Natale con la nostra famiglia riunita, ma anche ai pranzi di lavoro e d’affari. Insomma, il cibo è fondamentale per la nostra salute fisica, ma anche per quella mentale, perché scommetto che non sareste contenti di mangiare insalata e mele ogni giorno, tutti i giorni!

Per alcune persone, però, non è così. Alcuni percepiscono il cibo come un nemico, questo provoca loro tanta ansia, tristezza e sensi di colpa. Molti pensano di non meritarsi il cibo, tendono a rifiutarlo e a privarsene e i motivi possono essere molteplici: hanno paura di ingrassare, vogliono dimagrire, sono troppo fissati con le calorie, l’allenamento e l’alimentazione corretta, vogliono avere il controllo su ogni cosa. Altri, invece, si sfogano con esso: hanno così tanta ansia, stress, tristezza e pesi addosso che, esasperati, mangiano. E così in un pomeriggio potrebbero finire un intero pacco di gocciole, o chissà quante confezioni di cracker e pastine per poi sentirsi un fallimento e un grandissimo sbaglio.

I tre dca più diffusi sono l’anoressia nervosa, la bulimia e il disturbo dell’alimentazione incontrollata (o binge eating). Io potrei descrivervi anche nei minimi particolari queste malattie, ma tralascerei sempre qualcosa: i disturbi, infatti, sono diversi per ogni persona che ne soffre. Quello che intendo dire è che, quando si parla di anoressia, non dovete pensare alla ragazza magrissima, molto pallida e che non si azzarda a mangiare più di un po’ di insalata a pranzo: l’anoressia non è questo. Un* ragazz* malat*, infatti, potrebbe anche venire al MC con te il sabato sera, essere normopeso e stare comunque tanto male: il vero problema si trova nella sua testa.

C’è come una specie di voce (il diavoletto sulla spalla tipico dei cartoni, no?) che ti obbliga a fare cose dannose e che ti riempie di sensi di colpa e di mille pensieri inutili. In quel momento, però, tutto sembra essere vero ed avere un senso e allora fai come ti dice.

Se volete sapere meglio quali sono i segnali e i comportamenti più comuni di una persona che soffre di dca, vi consiglio di cercare qualche buon articolo su internet. Questo perché magari potreste dare una mano ad una persona che ne soffre, ma che non ha il coraggio di esporsi. Capita spesso, infatti, che i/le ragazz* non si sentano abbastanza valid* e credano che il loro sia un problema leggero e passeggero. Non è mai solo questo purtroppo. Per guarire da un dca serve molto tempo e si deve sempre chiedere aiuto a degli specialisti.

Per rendere più concrete queste affermazioni e farvi rendere conto di quante persone non abbiano una relazione sana con il cibo, ho chiacchierato un po’ con qualche studente/essa (che io non conoscevo) proprio del nostro liceo. Vi riporto quelli che secondo me sono i pezzi più significativi delle “interviste” che ho fatto in questi giorni.

Com’è il tuo rapporto con il cibo?

“Diciamo che credo di avere una relazione abbastanza sana con il cibo, però spesso mi lascio prendere un po’ dalle abbuffate e mangio un po’ troppo, sentendomi poi un po’ in colpa, ma finora è stata una cosa che non ha fatto male alla mia salute.”

Ma ti capita di abbuffarti per sfogare ansia e stress?

“Mmm in certi casi sì, ma comunque mi piace mangiare: mi distrae e mi fa stare un po’ meglio.

Sei d’accordo sul fatto che la maggior parte della gente pensi che le uniche persone che soffrono di dca siano quelle in sottopeso?

“Sì ed è bruttissimo. Non c’entra l’essere sovrappeso o sottopeso, ma riguarda proprio il modo di approcciarsi al cibo ed è una questione psicologica. Secondo me bisognerebbe sensibilizzare di più su questo.”

Come consiglieresti di agire ad una persona che soffre di dca e vuole provare ad uscirne?

“La prima cosa da fare è dirlo a qualcuno; io le consiglierei di parlarne con i genitori che sono le nostre principali figure di riferimento (oppure anche con zii, nonni o cugini); chi non avesse un rapporto tanto confidenziale con la famiglia potrebbe parlarne ad un’amica o andare al punto d’ascolto. Successivamente credo sia importante iniziare un percorso di recupero con degli specialisti (psicologo, nutrizionista, medico) perché loro sanno come risolvere davvero il problema, le terapie “fai da te” non portano mai a buoni risultati e col tempo diventa più pericoloso. Però la persona in questione deve metterci anche tanta forza di volontà, perché se non è lei la prima a voler uscire da questo disturbo non ci riuscirà mai completamente. Io ad esempio dovrei ricominciare la dieta, ma ora non ne ho intenzione perché non me la sento psicologicamente, non ne ho voglia e so che se la iniziassi probabilmente finirei solo col mangiare di più. Se dico “devo mettermi in dieta” non riuscirò a portare a termine nulla, ma se è un bel periodo e mi dico “voglio farla per il mio bene” allora otterrò sicuramente qualche risultato.”

Credi di aver mai sofferto tu in prima persona di dca?

“Lo sport che ho praticato per tanti anni necessitava di fisico, linee e proporzioni determinate. Per questo e perché sono abituata a cercare sempre di migliorarmi mi capita spesso di non piacermi. Sono arrivata a cercare di provocarmi il vomito a causa dei sensi di colpa, ma per fortuna è stato solo un tentativo, non ci sono riuscita e la cosa si è chiusa lì. Poi il brutto periodo è passato e attualmente posso dire che, pur nella consapevolezza dei difetti e dei 5/6 kg in più, mi piaccio.”

Mi dispiace molto che tu ti sentissi così, il tuo allenatore o altre persone intorno a te ti facevano pesare tanto la questione del peso?

“Non era tanto l’allenatrice, ma più una mia consapevolezza e una mia concezione a livello estetico.”

E quindi come hai fatto a cambiare idea? Ti ha aiutato qualcuno/qualcosa?

“La cosa si è sistemata un po’ da sola. Da un anno e mezzo sono fidanzata e lui mi fa sentire bella. In più, a causa della scuola e di un infortunio, ho lasciato il mio sport e ho cominciato palestra. Adesso ci vado da quasi un anno e ho soddisfazione perché vedo dei risultati e quindi vivo meglio il rapporto con il mio corpo e mi piaccio di più.”

Il tuo rapporto con il cibo è sempre stato sano?

“In realtà no, c’è stato un periodo buio durante il quale ogni mia decisione era determinata da un contatore di calorie su un’app del telefono; avevo paura di mangiare, se facevo merenda con qualcosa in più credevo sarebbe caduto il mondo. Spesso arrivavo ad avere crisi nervose se qualcuno scombinava il mio piano di allenamento e workout o se non mi allenavo per un giorno. In realtà il mio fisico stava solo cedendo perché ero in uno stato di stress continuo, nella mia testa c’era un perenne calcolo di calorie e pensieri come ‘se mangio questo e dopo faccio 40 minuti di cardio…” Tutto questo era peggiorato da alcune persone che, se ad esempio un mio amico diceva tipo: <> , rispondevano con <>. Per fortuna ora è passato, anche se vedo ancora le cicatrici di questo periodo.

Cosa credi avesse scatenato questa tua ossessione verso l’allenamento e le calorie?

“I commenti delle persone. Le stesse persone che prima prendevano in giro una mia amica perché la definivano ‘grassa’ e poi, quando lei era dimagrita per colpa loro, la chiamavano ‘anoressica’ e la insultavano ancora.

Capisco, le persone avranno sempre da ridire, sarai sempre ‘troppo qualcosa’ per loro. Ti sei allontanata poi da questi individui?

“Certo, per fortuna! Ho finalmente abbandonato le compagnie che mi facevano stare male e ora frequentando gente sana sto meglio.”

Ma oltre a cancellare le persone tossiche dalla tua vita, come hai fatto a riavere un rapporto migliore con il cibo poi?

“Onestamente da sola un giorno mi sono detta ‘cavolo, questa è la mia unica vita e questa è la mia unica adolescenza, non posso sprecarla ad essere ogni giorno triste sperando di poter diventare un’altra persona. Sono quella che sono e l’unica cosa che posso fare è imparare ad apprezzare il mio corpo per quello che è, essere ogni giorno felice per una piccola cosa e fare piano piano passi verso la persona che voglio diventare senza stare male o ferirmi perché non sono abbastanza per degli stupidi ******* di m****!”

Cosa ti ha fatto capire che stavi soffrendo di un disturbo e che dovevi parlarne con qualcuno?

“Sono stati soprattutto i segnali fisiologici: non mi veniva più il ciclo da circa cinque mesi, perdevo molti capelli, ero sempre stanca e avevo perennemente freddo. In realtà, però, lo sapevo già da prima. Non riuscivo a tenere dentro niente: se erano giorni cattivi vomitavo, se erano buoni mi allenavo fino a che non vedevo tutto un po’ nero; a pranzo sporcavo i piatti per far credere ai miei di aver mangiato e contavo le calorie di tutto. Vabbè poi facevo anche altre cose, ma non ci tengo a raccontarle.”

Poi cos’è successo?

“Poi l’ho detto alla mia migliore amica e abbiamo pianto tanto lol. Alla fine mi ha obbligato a dirlo alla mamma e adesso vado da una nutrizionista da cinque mesi. Con lei mi trovo benissimo, mi sento super tranquilla a raccontarle delle mie difficoltà e mi fido ciecamente. Le giornate no ci sono ancora e ho ancora alcuni fear food, ma sto migliorando.”

Scusami eh, fear food?

“Ah sì, sono letteralmente i cibi che ti fanno paura, che non riesci a mangiare insomma. Io, per esempio, ho dei problemi con le brioches del bar, il salame (che era la mia droga un tempo), tutto quello che cucina nonna, il fritto e le bevande. Ma poi ognuno ha i suoi.”

E questi fear food sono diminuiti dopo che hai iniziato il percorso con la tua nutrizionista?

“Sì decisamente. Prima di lei mangiavo tranquillamente solo fiocchi di latte, verdure, acqua e carne bianca.”

Questo articolo era un intento a sensibilizzare noi giovani su questi disturbi che stanno colpendo sempre più persone. Ricordiamoci quindi di non essere mai cattivi con gli altri, perché spesso è qualche nostra offesa o presa in giro che pone quel diavoletto sulla loro spalla. E se tu che stai leggendo a volte ti senti a disagio davanti a un buon piatto di pasta, non esitare a chiedere aiuto! Sei valid*.

Matilde Martinelli 3AC

Esimi colleghi studenti,

 

L’attesa è finita, eccoci con uno degli articoli più amati da tutti gli studenti e che ormai non si leggeva da ben due anni: il commento al Ballo del Liceo e la famosissima rosa di candidati a Re e Reginetta. Tra pandemie e possibili conflitti mondiali cercare un po’ di normalità non è sempre facile, ma faremo del nostro meglio. Vista l’impossibilità di festeggiare Natale in modo adeguato, causa restrizioni covid, i nostri rappresentanti, Miriam, Chiara, Rocco e Giovanni hanno pensato bene di organizzare il PROM, Ballo di Natale, a marzo!

Geniale, almeno tanto quanto la location, la mitica Radio Londra, (che le 2006 non vedevano l’ora di vedere!) dove oltretutto una di noi lavora (Martina) mentre io (Laura), mi limito a cercare tessere per l’ingresso omaggio. Come tutti sappiamo, o, per i più piccoli, immaginiamo, il momento clou della serata per ogni ballo che si rispetti sarà l’elezione del Re e della Reginetta! Ebbene, ricordate il sondaggio a cui avete risposto? Ha ottenuto ottimi risultati e i candidati al titolo non sono per niente scontati.

In 5BS negli ultimi giorni si dice partano folgori (fulmini, per chi non ama la materia elevata di Dante) tra Gabriele Gallana e Rocco Bellon, bramosi del titolo di Re del Ballo, e che sia diventato impossibile parlare con uno dei due senza prima inchinarsi o chiedere udienza. La mascella prorompente o il rosso lentigginoso, chi vincerà? La rosa si allarga, e la 5BS sembra regnare sul resto della scuola, perché fra gli altri candidati vi sono il bicipite di Gigi Guarini e gli occhi angelici di Francesco Lora. Un posto d’onore va anche all’artista Riccardo Convento, che si fa strada tra i candidati di Via Stazie. Ultimo, ma non per importanza, è il bodyguard con le stampelle Giovanni Dirignani, che nelle ultime settimane si è lasciato conquistare dalla bionda conosciuta come ex rappresentante Arianna Chiodin, che, d’altro canto, scala la vetta come possibile Reginetta. Tra le donne invece, un posto d’obbligo va a Sofia Ferraretto, che probabilmente assumerà la carica ad honorem, solo per la quantità spropositata di nomine ricevute, mentre dai meandri dell’antichità greca, arriva una bellezza di cui non si può far a meno di parlare, la classicista Emma Zovi, conosciuta tra i veterani per avere sempre la pelliccia adatta ad ogni situazione. L’incontentabile 5BS, però, non poteva non essere rappresentata da una ragazza, ed ecco che tra le candidate emerge il nome della bambolina di porcellana Giulia Questioni, conosciuta per la preferenza in giovane età del corridoio degli sportivi. Le ultime candidate provengono dalla sede di Viale Fiume: la Venere dalle sfumature rosse, Matilde Canevarolo, accompagnata dall’amica attivista Chiara Faccioli… sarà uno scontro aperto tra le due o condivideranno la corona?

 

Decidere chi saranno i vostri eletti sarà semplicissimo: basterà scrivere dietro alla prevendita il nome dei candidati da voi scelti e inserirla nell’apposito contenitore, che troverete all’ingresso, il risultato… soltanto i temerari, che resisteranno fino alla mezzanotte, lo sapranno! Detto questo, io (Martina) vi aspetterò in cassa, mi raccomando non perdete le vostre tessere e con me (Laura), ci vediamo in pista! Ad aspettarvi dietro al bancone bar ci sarà l’ex rappresentante d’istituto, conosciuto dai più anziani per i mitici balli organizzati, Francesco Ambrosi, ancora presente all’interno della scuola con l’animo, ma anche con la componente genetica, ovvero la sorella Sofia, presente, si spera, ancora per poco nei corridoi del linguistico.

Un ringraziamento speciale va allo staff di Radio Londra e ad Atheste Events, che hanno permesso l’organizzazione di questo fantastico evento. Accorrete a prendere le ultime prevendite rimaste, perché vi aspettiamo numerosi e…

 

Con la testa, con il petto, con il cuore Ciao ciao!!

Vostre, Marty e Lau

Un’intervista di Beatrice Bison (B), Martina Melotto (M) e Linda Carturan (L) 4BS

 

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B: Può fare una breve presentazione di sé stessa e del suo libro …Temi di cui tratta?

Il libro è una storia che guarda molto al presente e alla cronaca, parla una mente che si sgretola di fronte all’abbandono e del tema del femminicidio.

Io sono Germana Urbani, autrice del libro, ho lavorato come giornalista e per questo mi sono chiesta come fosse possibile che molte persone dopo una rottura non riuscissero a girare pagina, nutrendo questo senso di vendetta fino al punto di far male alla persona che hanno amato fino a quel momento. Seguendo questa domanda, ho costruito una mente che, appunto, piano piano si sgretola finendo nell’ossessione, definendola una malattia mentale, perché la persona amata diventa un oggetto. Il romanzo riprende l’archetipo di Medea.

Trama del libro “Chi se non noi”

Maria, la protagonista, cresciuta in un angolo di campagna veneta sperduto, andando in una villa veneta con il papà e il nonno, la Badoera di Palladio, fin da piccola incontra la bellezza e sogna di diventare architetto, riesce a laurearsi e fare uno stage in uno studio di architettura di Bologna, riuscendo infine a specializzarsi in architettura sostenibile.

Maria ha sempre evitato l’amore perché innamorarsi voleva dire sposarsi con un ragazzo del delta del Po e rimanere lì, voleva dire non poter seguire il suo sogno.

Una sera incontra Luca, che lavora in una pescheria locale e pensa che non possano avere niente in comune ma parlandoci capisce che è una persona molto curiosa e capace, così inizia l’università su consiglio di lei e inizia a lavorare nel suo studio, riesce a diventare architetto solo grazie agli esami che lei gli passava.

Loro continuano a stare insieme anche se il rapporto col passare del tempo sembra andare sempre peggio, lui mette in atto delle strategie di violenza psicologica e proprio quando lei si spoglia di tutto per avere una vita con lui, lui la lascia per un’altra ragazza. Lei ci racconta come la sua vita stia andando male utilizzando continui flashback, senza un ordine temporale, lasciando che sia il lettore a ricomporre la storia d’amore tra i due (durata 6 mesi).

B: Se dovesse descriverlo in circa 10 parole quali sarebbero? 

“Un romanzo d’amore ambientato nel delta del Po”.

La descrizione del paesaggio in cui è ambientato il libro è molto importante, per non definirla fondamentale, io stessa, per essere il più precisa possibile, ne ho fatto ricerca e sono andata a fotografare i posti in cui sono ambientate le scene del libro; inoltre ho deciso di utilizzare i toponimi reali e geograficamente è molto coincidente con la realtà, in modo da spingere il lettore a visitare i luoghi descritti.

In questo libro ho utilizzato anche termini del dialetto veneto perché credo che il paesaggio sia anche la lingua e suoni del posto.

B: Si rispecchia nella protagonista? Per caso il nome della protagonista ha un significato personale o è stato scelto arbitrariamente?

All’inizio la protagonista si chiamava Anna, ma vista la famiglia molto cattolica e avendo 3 fratelli, ha pensato di dare gli stessi nomi dei 4 evangelisti. Si aspettavano un maschio a cui avrebbero dato il nome di Luca, invece nacque una femmina e per questo la chiamarono Maria. Ho regalato alla protagonista alcuni ricordi della sua infanzia, come il fatto che vivesse anche lei in campagna o la storia di Vitello Tonnato; ho regalato qualcosa a tutti i personaggi perché, a mio parere, quello che scrivi passa attraverso di te.

B: Cosa rappresenta la foto in copertina?

La copertina è stata un regalo dell’editore, raffigura due persone che non si vedono molto bene ed è molto rappresentativa della storia d’ amore descritta nel libro. È un amore che non si capisce bene, le due persone, infatti, non si vedono chiaramente; proprio come la storia d’amore che racconto. Guardando dall’esterno, noi non capiamo chi sono, non vediamo i loro contorni. Quando guardi due innamorati, non puoi immaginare che cosa si dicano davvero, quale tipo di rapporto ci sia… Così come quando guardiamo, attraverso una finestra, una casa di altre persone. C’è quel mistero che rimane a chi guarda. A me piace molto quella fotografia. La prima volta che ho visto la copertina, avevano fatto un titolo quasi fucsia e io ho chiesto invece di cambiarlo in un azzurro nostalgia: quell’azzurro un po’ polveroso che poi ha preso il titolo del libro. Perché quando io leggo un libro, sento un colore. Così per tutto il tempo che ho scritto questo libro, io ho sentito forte questo azzurro tra le sue pagine.

B: Abbiamo notato che lo stato d’animo e il paesaggio sono in correlazione, come in una poesia, è così? 

Fra i personaggi e il paesaggio c’è un vero e proprio dialogo, ad esempio man mano che andava oscurandosi l’animo di Maria, arrivava l’inverno; infatti per fuggire dalla pedanteria ho utilizzato il paesaggio per spiegare le emozioni provate da Maria.

M: Abbiamo notato anche la differenza tra la madre di Maria che le parla spesso rivolgendole le spalle e invece l’amica, che le telefona e si preoccupa per lei. Per noi ragazzi, il tema dell’amicizia è molto importante, spesso abbiamo conflitti coi genitori e troviamo rifugio negli amici. la madre vuole evitare un dialogo con Maria? E la sua amica, è importante per lei?

Sostengo che sia più facile parlare coi coetanei, ma mi riferisco anche ad una madre che ha sofferto molto a causa di un abbandono e a per questo fa fatica ad essere una madre affettuosa e presente. Una volta, nelle campagne, non si era affettuosi perché si pensava che così facendo i figli crescessero più forti, nonostante ciò, fortunatamente, la sua amica è sempre presente per lei.

M: Che cosa può insegnare il suo libro ad una persona della nostra età?

Io credo che avere dei sogni e crederci fino in fondo sia molto importante. Già alla vostra età, io coltivavo il sogno di scrivere e di diventare una scrittrice…un giorno. Poi io avevo pochi mezzi, volevo cominciare a scrivere come giornalista ma non sapevo nemmeno dove fossero le redazioni e allora non esisteva Internet. È stato tutto faticoso e in salita, ma dentro di me c’è sempre stato questo grande fuoco: io avevo un sogno e volevo arrivarci. Io credo che niente ti possa fermare, se tu credi in te stesso, per quanto pochi siano i mezzi, ce la puoi fare. Ho anche creduto molto nella formazione: all’università ho fatto lettere, non volevo insegnare ma era la facoltà che si avvicinava di più alla carriera che avrei voluto fare.

Quindi il messaggio per voi è: credete nei vostri sogni e mettetevi davanti a molte altre cose.

M: Che cos’è per lei la scrittura? E la fotografia? Abbiamo riscontrato che il personaggio di Maria ama la fotografia. E le due arti sono correlate? Infatti, per come descrive i luoghi nel libro, ci sembra di essere in una fotografia, immersi nei territori del Polesine.

Sì, è proprio così, è il mio metodo di lavoro. Parto dalla fotografia, anche per scrivere una poesia. Ogni volta che il romanzo si incagliava, andavo in quei luoghi e fotografavo, poi tornavo con una immagine che faceva andare avanti il romanzo. L’immagine fotografica per me è un grande amore e veicolo di fascinazione e scrittura. Uscirà a febbraio un reportage narrativo e si noterà la correlazione tra quello che fotografo e quello che scrivo. Vi consiglio: provate a fotografare qualcosa prima di scriverlo, è un metodo interessante. Per quanto riguarda la scrittura, è una cosa che mi accompagna da tutta la vita e fa parte di me. Scrivo i miei ragionamenti, quello che penso di un libro e che cosa mi ha indotto a pensare. Un libro è sempre generativo di un pensiero personale. Anche quando sono in giro, io scrivo nella mia mente o magari sulle note del mio cellulare. Però ci sono tanti modi di scrivere: quando facevo la giornalista scrivevo tutto il giorno, però per me quella non era scrittura, era lavoro.

M: Ci ha anche colpito la scelta di mettere una cartina all’inizio del libro e di usare termini in dialetto veneto, per far conoscere questi territori, che magari sono meno famosi.

Infatti, la letteratura è anche letteratura geografica. Io odiavo geografia, perché non l’ho mai capita: per me erano nozioni da imparare a memoria… invece negli ultimi anni ho capito che la geografia è racconto di un territorio che esiste ed è percorribile. Per esempio, io amo molto camminare a piedi e da quando lo faccio, ho capito l’importanza geografica dei posti e mi innamoro anche del loro nome. Ho deciso di inserire la cartina perché così chiunque può esplorare i luoghi che descrivo.

L: Visto che lei è anche una fotografa, pensa che l’essere umano abbia un bisogno di cercare la bellezza e l’arte in tutto ciò che lo circonda? Quali sono le sue considerazioni? La pensa in questo modo?

Sai… gli esseri umani sono di tante specie, io credo che quel che è bello per me, possa essere bruttissimo per qualcun altro. Per esempio, io trascino mio marito alle mostre e lui non le gradisce: non capisce, né apprezza, l’arte contemporanea, come ad esempio le opere che ci saranno alla Biennale di Venezia quest’estate. Eppure ad alcuni piace molto questo tipo di arte… quindi la bellezza non è uguale per tutti; c’è chi trova bellissimo un centro commerciale, per me è funzionale, non bellissimo. Per alcuni Gardaland è bellissimo, per me Gardaland non è bello, è un posto per divertirsi. Bisogna capire cosa è la bellezza per le persone, io credo che sia un veicolo per i sogni, un veicolo per l’anima, un veicolo per la poesia e credo che chiunque, prima o dopo, venga toccato dalla poesia o da qualcosa di spirituale. Per mio padre, la bellezza è la vigna in un certo periodo dell’anno e lo capisco, è molto poetico. Però serve uno sguardo particolare per capire un certo tipo di bellezza e lo sguardo va allenato… la bellezza va imparata… una volta quando passavo vicino ad una villa, che c’è qui poco lontana da me, non mi fermavo neanche, poi ho imparato a guardare architettonicamente e artisticamente e ho capito il grande valore di quella villa. Lo sguardo va allenato…guardando mostre e cataloghi se parliamo di arte, leggendo poesia, anche laddove non la capiamo…ci sono poeti difficili da capire. Però è un tuono che entra dentro e lavora.

L: Inoltre volevo leggerle una citazione tratta da Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino; volevo chiederle cosa ne pensa e se condivide le considerazioni espresse.

“Con le figlie, qualsiasi cosa faccia un padre, sbaglia: autoritari o permissivi che siano, ai genitori nessuno dirà mai grazie: le generazioni si guardano torve, si parlano solo per non capirsi, per darsi a vicenda la colpa di crescere infelici e di morire delusi.”

Questa citazione mi ha colpito molto, è molto forte e si ricollega un po’ a quello che dicevamo prima sul fatto che i genitori appartengono a una generazione, delle tradizioni, che noi forse facciamo fatica a comprendere; però penso che sia possibile una convergenza.

Si… Calvino è un grande scrittore perché riesce a scrivere la verità: quando tu leggi un grande scrittore senti che tutto quello che ti sta dicendo è proprio vero, e quindi non posso che essere d’accordo e credo di averlo rappresentato, come dicevamo prima, nel mio libro. Il padre di Maria le dice che i sogni non si realizzano mai, è come se le desse una pugnalata perché non puoi dire a una persona ciò, vuol dire tagliarle le ali.

Ma perché glielo dice? Magari perché lui, quando era ragazzino, non ha potuto neanche permettersi un sogno. Secondo me le generazioni per capirsi e perdonarsi dovrebbero guardare da dove arrivano certe affermazioni dei propri genitori; noi quindi dovremmo chiederci “ma perché sta dicendo proprio così?”.

Perché quando siamo adolescenti, e siamo in corsa per i nostri sogni, non abbiamo voglia di fermarci a pensare e facciamo prima a sbattere la porta, a scappare di casa. Però, quando si diventa un po’ più adulti e si comincia a cercare le proprie radici (almeno a me è successo così), a dire “da dove vengo io? Perché vengo da lì? Sono davvero i miei genitori? qual è la loro storia?”, allora riesci a guardare il passato; riesci a vedere anche quelle liti con occhi diversi e dire “non poteva che essere così”, e quando si arriva a dire questo si riesce anche a perdonarsi… a meno che non ci siano state cose veramente brutte, sono più difficili da perdonare ma per fortuna sono anche più rare.

Quindi io credo che le generazioni abbiano veramente una frattura a dividerle, che è data dal tempo e dalla cultura diversa, e che su quella frattura si possa solo costruire dei ponti in età adulta.

L: Tornando al suo libro, ha incontrato qualche difficoltà quando l’ha scritto? Se sì, come le ha superate? Darebbe qualche consiglio a noi ragazzi in merito?

Sì, dal punto di vista tecnico qualche volta, pur avendo la storia ben fissa in testa (avevo fatto una scaletta dove avevo scritto cosa dovevo scrivere capitolo per capitolo), non riuscivo ad andare avanti perché per ogni paragrafo devi decidere dove si svolge la scena, cosa c’è, come se dovessi allestire un palco di teatro.

Alle volte non riuscivo ad andare avanti e quindi mi era molto utile andare a fotografare oppure andare in libreria o biblioteca e lasciarmi ispirare da un titolo.

Per esempio quando ho deciso che la protagonista sarebbe stata un architetto, mi sono abbonata a un paio di riviste di architettura, ho cominciato ad andare ad alcune mostre, perché non sapevo niente di architettura; eppure in un’intervista mi hanno chiesto se facessi questo di lavoro, quasi riconoscendo che avevo messo cose così specifiche da apparire tale. Però questo è studio. Se tu vuoi essere vero, dire la verità, devi studiare tanto.

Quindi consiglio di leggere tantissimo, prendersi il tempo per passeggiare nei luoghi (infatti camminare fa venire idee) e studiare per essere precisi in quello che si dice.

L: Volevamo chiederle se aveva altri progetti per il futuro. All’inizio dell’intervista ha anche citato che sta scrivendo un altro romanzo, quindi può dirci qualche dettaglio?

Sto scrivendo un altro romanzo che ha come sfondo un fatto di cronaca veneta; racconta la storia di una persona che da tanto tempo ha rinunciato a realizzare un suo sogno e crede che in quel momento potrebbe realizzarsi; potrebbe lasciare tutto quello che ha fatto fino a quel momento per investire tutto e ottenere quello che vuole davvero.

Sarà ambientato nelle colline vicentine.

Sul finale non ho ancora deciso perché io lo lascio sempre andare. Io credo che si scriva in ogni momento della giornata, ma sul finale si può sempre cambiare idea. So come va a finire ma non so come saranno le ultime pagine.

L: Bene, noi avremmo finito. Grazie mille.

M: Sì, la ringraziamo molto, è stato davvero molto interessante, molto.

B: Davvero, grazie per averci dedicato il suo tempo, è stato molto interessante.

G: Va bene. Grazie a voi ragazze. Buona fine, buon principio e buoni sogni e mi raccomando sognate in grande, ali aperte e volare alto! Se avete bisogno di consigli per qualsiasi cosa non esitate a chiedere! Ciao!

Una cicatrice che lascia il segno nel profondo dell’anima; una cicatrice che ti cambia per sempre; una cicatrice capace di portare alla luce migliaia di ricordi.

Ecco, questo è quello che un disturbo alimentare ti lascia, e purtroppo al giorno d’oggi molti sono gli adolescenti si trovano a convivere con questo mostro che li perseguita e che si è fatto più grande a causa della situazione pandemica. Una bestia che ti distrugge pian piano: ti fa fare quello che vuole, facendoti credere sia la cosa giusta da fare. Lo consideri come un amico perché ti fa diventare ciò che pensavi di voler essere, ma effettivamente non riesci mai a trovare un equilibrio.

Perdi i rapporti con le persone, diventi apatico, ti chiudi in te stesso: in poche parole perdi il controllo di te. Dall’esterno sembri una persona fortissima, perché riesci a sopportare la fame, ti alleni fino allo stremo, ma effettivamente dentro c’è un buco enorme che ti fa sentire impotente. Ed è lì che si crea una ferita che non puoi cicatrizzare pensando o dicendo che basti mangiare, perché non è così.

Si instaura una continua lotta tra mente e cuore in cui uno ti dice di non mangiare perché non sei abbastanza magro, ma l’altro vuole riavere ciò di cui è stato privato per così tanto tempo. In quei momenti pensi di non aver scampo, che ormai il tuo destino sarà contrassegnato da quel disturbo alimentare. Sei stanco di sentirti dire dai tuoi genitori che non sei più il figlio di una volta; sei stanco di vedere ciocche di capelli cadere ogni volta che li tocchi; sei stanco di dover scegliere di rinunciare ad una cosa che ami per perdere un maledettissimo etto; sei stanco di non essere più felice; dei continui pianti in camera; della paura di non risvegliarsi più per la mancanza di forze. Affronti un cibo che ti fa paura, ma aveva troppe calorie e allora vomiti, ti alleni, ti riempi di lassativi pur di non avere più nulla in corpo. E poi ci sono i sensi di colpa che non se ne vanno, che ti fanno sentire uno schifo, quando invece sei il fiore più bello, pronto ad una sbocciatura che potrebbe esserti privata da una cosa che vorresti essere, ma che non potrai mai essere. Decidi allora di lasciarti andare, contrassegnato da un senso di solitudine interiore.

Invece, poi, inizi a combattere fino a che riesci a sconfiggere quel maledetto mostriciattolo nella tua testa e allora potrai dire: “Ce l’ho fatta”. Ebbene sì, ce l’avrai fatta e dopo continue lotte, avrai ritrovato l’equilibrio, ma porterai per sempre quel ricordo in anima e cuore.

Si formerà una cicatrice, una cicatrice indelebile che porterai sempre con te e ti farà trovare la forza anche nei momenti più brutti.

Giada Gambalonga 3AL

Durante questa pandemia, sia nel nostro piccolo sia a livelli più alti come quelli governativi, si è finalmente compreso l’importanza che la salute ricopre nelle vite di ognuno di noi. Purtroppo ciò che non è stato compreso è cosa sia la salute.

Quando andiamo dal medico o quando stiamo a casa da lavoro o da scuola o anche semplicemente parlando tra amici, trattando il tema salute si intende sempre qualcosa di evidente, di fisico. Questo aspetto si nota perché per riferire di essere malati la società ci ha abituati a fornire prove evidenti di ciò che affermiamo ed ovviamente ciò non riguarda direttamente la nostra salute mentale, almeno agli inizi. E proprio questo è il problema.

La salute mentale deve essere presa in considerazione e tutelata sin dal principio e non quando già è stata enormemente danneggiata. Essendo qualcosa di più astratto devo dire che, nonostante io consideri la sua tutela fondamentale, è molto più difficile da comprendere rispetto a quella fisica, dato che siamo, per nostra sfortuna, abituati ad una società materialistica che non ci fa vedere oltre il nostro naso. Ciò nonostante credo che una parte della società italiana ne abbia capito l’importanza e pure la politica (anche se non tutta), tanto che con grande sorpresa e, come sempre, ritardo era stato proposto da alcuni parlamentari (i senatori Caterina Biti, Vanna Iori, Eugenio Comincini e la deputata Laura Boldrini) il cosiddetto “bonus psicologo”. Questo provvedimento sarebbe stato introdotto nella legge di bilancio dell’anno 2022 e i parlamentari avevano richiesto una cifra (a mio parere anche molto bassa rispetto al problema) di 50 milioni di euro. L’euforia che si era diffusa ha purtroppo giocato un brutto scherzo, infatti dopo l’approvazione del decreto si è scoperto che questo bonus era stato scartato per mancanza di fondi (chissà come mai però si sono trovati 850 MILIONI che sono stati aggiunti al budget del Ministero della Difesa, che raggiunge quasi quota 26 miliardi). Ma non dobbiamo preoccuparci, possiamo sempre andare alle terme o cambiare i rubinetti del nostro bagno. Evidentemente questi geni non hanno dato ascolto (avevamo dubbi?) né ai giovani né agli scienziati e gli psicologi che da anni, e soprattutto con l’inizio della pandemia, denunciano un aumento esponenziale di letti occupati legati alle malattie mentali che raggiungono stadi avanzati, visto che non è stato dato nessun supporto precedente.

Purtroppo i medici possono controllare solo i casi gravi, cioè con evidenze fisiche, che arrivano in ospedale, ma dietro a questi ci sono migliaia di invisibili che necessitano aiuto non solo economico (ostacolo che si voleva eliminare col bonus) ma anche sociale, personale. Spesso l’andare dallo psicologo è visto come sintomo di pazzia ed è questo che molte volte ci impedisce di farci aiutare. Vorremmo tutelare la nostra salute mentale, ma la figura dello psicologo ci appare come qualcosa di estremo, da folli e per questo tendiamo ad allontanarcene: non vogliamo essere visti come i problematici o disadattati in un certo gruppo sociale.

Questo era tutto ciò che pensavo fino a qualche anno fa. Non a caso appena ho fatto coming out con i miei genitori, alla proposta di consultare uno psicologo ho reagito malamente, bruscamente. Credevo che lo stessero facendo per farmi passare da “malato” (e forse era vero ahahah) o che l’esperto avrebbe dato ragione a loro e per questo ho rifiutato. Riflettendoci ora credo che non sarebbe stata una brutta decisione andarci, anzi, forse avrebbe aperto di più la mente ai miei genitori e a me stesso.

Con l’avvento della pandemia e del lockdown non credo di essere stato l’unico a provare un forte stress ed una solitudine abnorme, di avere avuto quei giorni proprio negativi in cui pensi al peggio perché non riesci più a sopportare la situazione e non hai nessuno con cui parlare e soprattutto che ti ascolta. Il gravoso ruolo di ascoltare e comprendere lo scarichiamo sempre su qualche amico che magari non sa come aiutarci: è per questo che una persona un po’ più esperta e di sicuro paziente ad ascoltarci nei nostri “sfoghi isterici” non farebbe male qualche volta all’anno. Alla fine lo psicologo fa questo. Non ci aiuta in modo mistico, ma ci fa buttare fuori tutto ciò che sta ribollendo dentro di noi.

Noi a scuola siamo fortunati, abbiamo la possibilità di usufruire dello spazio CIC. Anche se per poco tempo, anche se in una modalità non adeguata sfruttiamo al meglio ciò che abbiamo per iniziare pian piano a migliorarci.

 

 

 

Riccardo Alfonso 4BL