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27 gennaio, Giorno della Memoria, conosciuto da tutti, ma capito da quanti?

Accadeva nel 1935, approvata l’emanazione delle Leggi di Norimberga, a partire dalla Germania vennero riconosciute diverse proposte e soluzioni per isolare gli ebrei.

Dopo la perdita della loro cittadinanza, gli ebrei si trovarono costretti a farsi da parte, a nascondersi, a celare le loro origini e il loro stesso essere. Come sostenuto nel “Mein Kampf” scritto da Adolf Hitler tredici anni prima, gli ebrei vennero riconosciuti come il male assoluto e la loro eliminazione dalla società divenne sempre più concreta.

Quest’odio ingiustificato ed eticamente scorretto culminò nella notte tra il 9 e il 10 novembre 1938, la Notte dei Cristalli, l’esistenza ebraica in Germania venne tassativamente rifiutata: oltre mille sinagoghe vennero bruciate, più di settemilacinquecento negozi e proprietà vennero rasi al suolo, la gioventù di Hitler, Hitler-Jugend, prese il sopravvento. Quella notte vennero uccisi migliaia di ebrei, senza distinzione: uomini, donne, bambini.

Ma è questo, essere umani?

Più di trentamila ebrei vennero deportati nei campi di concentramento: orrende strutture che impedivano di avere una vita degna di questo nome. Ombre, come definite da Primo Levi in “Se questo è un uomo”, esseri, non più persone, che lavoravano giorno e notte a ritmi strazianti, senza nulla in cambio se non dolore, ma con la sola speranza, se resisteva nel tempo, che qualcuno potesse liberarli. Paradossalmente non era questo il peggio, dopo ore, giorni, mesi, anni di lavoro forzato e non retribuito lo stato fisico e mentale degli ebrei deportati, a questo punto definibili veri e propri mezzi di produzione, era completamente distrutto. Persone annientate, identità frantumate vennero definitivamente stroncate negli orridi campi di sterminio. Non più in grado di lavorare gli ebrei venivano uccisi uno dopo l’altro, senza le minime reazioni internazionali.

Oltre agli ebrei vennero perseguitati anche gruppi di minoranze etniche, popolazioni slave, afro-tedeschi, portatori di handicap fisici o mentali e omosessuali; pur di difendere quella che era definita la razza ariana.

Fortunatamente nel 1945 migliaia di soldati americani, assieme ai loro alleati, riuscirono a porre fine a questa tragedia, definita Olocausto.

Il termine ebraico Shoah (ovvero “sciagura, catastrofe”) venne attribuito assieme all’appellativo Olocausto a questo evento drammatico che portò alla morte di più di quindici milioni di innocenti. Di fatto, però, il termine Olocausto è errato, poiché presuppone che la morte sia un’offerta per la divinità; questa definizione non corrisponde al termine Shoah che indica, invece, più correttamente, l’omicidio programmatico di una determinata categoria.

Qual è il senso e lo scopo della Giornata della Memoria? È la difficile domanda che ci siamo posti. Oggi, 27 gennaio, ricordiamo questa tragica serie di eventi, ma non ne celebriamo la fine; anzi, confidando in una pace duratura nel tempo, cerchiamo di sensibilizzare tutti il più possibile per far sì che nulla del genere si possa più verificare. Anche se, in questo periodo storico, la pace è ben distante dall’essere reale.

Si cerca dunque di passare il messaggio di anno in anno, di generazione in generazione, ricordando il dolore di milioni di vittime, che persero tutto: la loro casa e i loro averi, i loro cari, ma soprattutto la loro identità e la loro vita, che fino all’ultimo istante di quelle tormentate esistenze, si limitarono ad un semplice numero, proprio come il titolo del nostro articolo.

Andrea Rosato 3CL

Pietro Grosselle 3BSA

Yugen

Non si può comprendere fino in fondo

Mi manchi

come mi manca l’aria sott’acqua.

Mi manchi

come in estate mi manca il pungente freddo invernale.

Mi manchi

come la primavera manca ai ciliegi in autunno.

Perché

ogni volta che si parla d’amore, finisco per accasciarmi a terra con la testa china sulle ginocchia mentre tra le mie guance scorrono fiumi di fluido dolore?

La solitudine mi persuade egoisticamente ogni tal volta che ti penso.

Sapevamo di non essere destinati a stare assieme.

Allora perché

ci abbiamo provato lo stesso?

Questo dolore lacerante accompagna le mie giornate rendendole ancora più lunghe e solitarie.

E mentre guardo fuori dalla finestra,

Intravedo

le ingiallite foglie cadere tristi accompagnate dalla leggera brezza autunnale.

Gli alberi che si spogliano paiono liberarsi da un enorme peso che si portavano dietro da anni.

Osservo.

Le giornate si accorciano.

Amo svegliarmi con il buio.

Sembra tutto più innaturalmente quieto.

Scrivere la notte, seduta sul mio balcone alla fioca luce lunare è una tra le cose che preferisco.

Sembra aprire un portale per un’altra dimensione.

Un multiverso silenzioso.

Privo di vita.

Governato dalla sola e incessante forza della natura.

Ispeziono spesso le stelle.

Meravigliosi occhi brillanti che tingono il cielo blu cobalto.

Risplendono.

Provocando un’innata sensazione di nostalgia alla mia anima.

Notti estive.

Passate nudi, stesi sul suo materasso ad ascoltare la melodia del silenzio interrotto a ritmi regolari dalle deboli fusa del gatto.

Ci guardavamo negli occhi.

Così complici in una vita così breve e insignificante.

Stare in sua compagnia mi confortava.

Così tranquillo.

Una pace che se non si prova non si può capire.

I suoi baci fermavano il tempo.

La realtà diventava sempre più bella surreale ad ogni sua carezza troppo delicata per un corpo così grande.

Suonavamo il basso.

Lui cantava e io lo osservavo in un intimo silenzio quali solo due corpi spogli in una fresca notte possono concepire.

Mi sentivo a casa.

Il calore del suo corpo sopra al mio risaltava il leggero vento che entrava dalla finestra spalancata.

Un nuovo silenzio ci accompagnava mentre ci guardavamo sorridendo.

Gli spostavo i lunghi e ricci capelli che gli scendevano lungo il viso mentre chiudeva gli occhi in una vulnerabilità sorprendente.

Lui,

anima solitaria.

Spirito selvaggio racchiuso in un gigantesco corpo dall’anatomia scolpita.

Si lasciava cullare dalla notte mentre mi teneva una mano.

Mentre mi baciava la fronte.

Faceva scorrere le dita lungo la mia schiena in un rilassante massaggio delicato.

Parlavamo molto.

Riflettevamo sulla vita, sullo spazio, sull’arte.

Arte astratta la sua.

Raffigurante corpi in movimento che apparentemente sembravano privi di tutto ma ognuno di essi racchiudeva un significato profondo.

Contrastava con la mia di Arte.

Troppo ricca di dettagli e di colori brillanti che esaltano le figure.

Troppo ricca di emozioni diverse.

Troppo particolare per essere compresa da tutti.

Accendeva il tabacco della pipa che tingeva l’aria di un forte odore amaro.

La luna nel mentre continuava a salire.

Forse

Meglio dire che la Terra continuava a girare.

Noi invece restavamo fermi in quella che per me era la realtà più bella di sempre.

Marchetto Sara 3CA

La scuola agli antipodi

I vari sistemi scolastici internazionali mi hanno sempre incuriosito. Sarà forse per la mia voglia di confronto, ma trovo un certo fascino nel comprendere come ogni Paese basi e organizzi l’insegnamento e l’istruzione dei giovani. E in fondo, credo che interessi un po’ a tutti, dato la grande mole di argomenti su cui ogni studente, sono sicura, vorrebbe discutere, riguardante il sistema sistema scolastico italiano.

Poco tempo fa, perciò, ho avuto la fortuna di trovare l’opportunità giusta al momento giusto, e grazie al prezioso aiuto di Emma, una mia cara amica, sono riuscita a parlare con Kelly, una ragazza australiana, venuta qui in Italia qualche mese fa e che ora frequenta una scuola italiana. Dalla nostra chiacchierata è nata la breve intervista sotto riportata, e che spero possa interessarvi.

So, Kelly, my first question is: what do you think of the school here in Italy?

I like it, it’s different from my school in Australia, but it’s a great experience. Everybody is so kind, so friendly, but it’s a bit hard beause I don’t speak Italian. In Australia it’s a lot easier because I don’t struggle with the language, but in Italy, for example, sometimes I can’t pay attention because I don’t understand anything.

And do the teachers help you with the language, somehow?

They all do, somebody more than others. There are some teachers who explain in Italian first, and then they tell me what they said in English, and I like it because it is really heplful. I’m learning Italian right now, but I can’t handle an entire lesson yet.

Yeah, and what about lessons? Are they the same as in Australia?

Ok, so in Australia is not exactly the same. We don’t go to school on Saturday, and we have six hours of school every day.

Oh, so you never have lunch at school?

Yes, we have lunch at school. We have a 30 minute lunch break, and the lessons last 50 minutes each.

And what do you study in class? Are the subjects the same as in Italy?

Mh, I think so. We study subjets like maths, P.E. and other subjects that I’m studying now in Italy, in Primary and Middle school. Then we can decide what we want to study next, and I think you do this in Italy too. The only thing that changes is that we have 6 years of primary school, 3 of middle school and 4 of high school. Oh, actually, in Australia I studyed Japanese as my second language, but here I’m learning Spanish, so…

Japanese? Wow, really? Well, last thing (this doesn’t actually matter but I’m curious) do you have classes in Australia where you move in every hour, like in the U.S.A., or is it like in Italy?

We don’t have classes, we only have one, but actually we move to a different class for Japanese or Science lessons sometimes.

Ci siamo divertite a fare questa chiaccherata, io, Kelly ed Emma, che mi ha aiutata quando la mia carenza di vocabolario si faceva sentire. Tra una passeggiata e un cappuccino abbiamo tirato fuori aneddoti che hanno incuriosito entrambe le parti, spesso e volentieri spostando la conversazione su argomenti casuali e poco inerenti al nostro obiettivo principale, cioè quello di informarsi ed informare su una realtà che non ci appartiene, ma che mi auguro tutti vedano come fonte di scoperte ed interesse.

Elena Saielli, 1BL

Grazie soprattutto a Kelly ed Emma.

Attimo di vuoto

Come sto ?

Io davvero non lo so più.

Vorrei capirlo,

vorrei riuscire a interpretare

il mio vuoto,

il mio silenzio,

colmo di parole non dette.

Grido nel vuoto,

la mia voce rimbomba,

tutto ritorna grigio,

spento,

silenzioso.

Anonimo

Tip tap

Tip tap
L’unico suono udibile in quella stanza: i miei piedi in movimento.
Plic plac
Le minuscole goccioline di sangue che colano giù, macchiando quel meraviglioso e letale
pavimento di spilli.
Ma non me ne curo. Perchè c’è Lei.
La mia Compagna.
Io e lei ci assomigliamo molto.
Indosso un vestito svolazzante bianco, con una leggerissima sfumatura azzurrina verso il
fondo.
Lei con un completo cremisi, che vira dal cremisi al nero; una maschera le copre la metà
superiore del volto.
Siamo gli opposti, eppure così simili.
In quella cullante danza lenta la guardo, e mi perdo tra gli abissi dei suoi neri occhi.
Era tutto magnifico.
Danzavamo come due lente, volteggianti foglie d’autunno che cadono dal loro ramo.
Mentre lei ballava, mi accarezzava, mi sosteneva, mi reggeva con una velocità disarmante.
Ma, ahimè, non tutto dura per sempre.
Infatti, ad un certo punto il suo dolce sorriso si increspò in un ghigno beffardo.
Ed io, in un attimo, mi sono ritrovata a ballare ad un ritmo sfrenato, quasi insostenibile.
Salti, capriole, volteggi…
tutto in una quantità di tempo da far paura.
Ma non potevo mollare. Non dovevo mollare.
Poiché sapevo il prezzo che avrei dovuto pagare.
Corrono celeri i nostri piedi, i miei goffi al confronto dei passi perfetti di Lei.
I miei buchini sulla pianta si stanno lentamente allargando, bagnando con il loro sangue
quella sala sontuosa dal pavimento di spilli.
Io iniziavo a scivolare, graffiando il vestito, i miei polpacci, le mie esili braccia.
il dolore stava iniziando a diventare insostenibile: ormai erano più le volte che cadevo che le
volte in cui eseguivo un passo.
L’unica cosa che mi impediva di fermarmi era la Sua presa salda, troppo salda.
A un certo punto la vorticosa e sfibrante musica si fermò.
Caddi subito , in ginocchio, ansante sul pavimento.
Gli spilli avevano martoriato i miei poveri piedi.
Il corpo era pieno di graffi, il vestito pieno di tagli.
Ero il relitto di me stessa.
Ma lei, con quella sua suadente bellezza, tese una mano verso il mio volto, come se mi
volesse carezzare.
Alzai il collo per venirle incontro.
Invece afferrò il mio mento e, con una stretta incredibilmente forte, vi affondò le sue unghie.
Con un sorrisetto sadico scrutò con evidente disgusto la mia espressione di dolore, il mio
volto sudato, il trucco rovinato, gli squarci del vestito, i solchi nei piedi, i graffi, i lividi che mi
aveva causato, come se fossi la sua rozza scultura.
Mi mollò rozzamente il mento e alzò lo sguardo al cielo.
E iniziò a ridere.
Ridere di me.
“Che stupida che sei!” sospirò dopo che la sghignazzata l’aveva condotta alle lacrime.
La voce era stranamente familiare.
“E sai qual è la cosa più divertente?!”Si tolse la maschera
La guardai con orrore. Quella era la mia faccia, con i miei lineamenti.
“È che sono una parte di te!”
La mia faccia tramutò da orrore a disgusto.
Volevo vomitare, scappare, urlare che non era vero, tutto pur di cambiare quella orribile
verità.
Lei era nientemeno che il mio Riflesso, la mia Pazzia.
Warr;or

Asking for attention

Asking for attention. That’s what they thought you were doing when you opened up to them.

But were you really craving attention? Or were you actually seeking help? And weren’t those the closest people, the ones who were supposed to look after you, protect you, listen to you and, most importantly, the ones you should trust the most?

After living with them your whole life, under the same roof, sharing the same bathroom and sitting beside them at the dining table every evening, you wanted to believe they were there for you, willing to make you feel better. After all, that’s what you’ve always heard: they are the people who love you no matter what and who always will, the people who will never make you feel like you let them down and those who will never make you feel lonely.

So, sick and tired of crying in silence in your room and wiping your tears in order to avoid giving them more concerns than they already have, you reminded yourself that you should be their biggest concern. Nothing else should matter more than you do, right? Right?

And what did you get out of this? Was it helpful? Or were you just yelled at? Treated like trash, made fun of and abandoned. You don’t feel good? -they asked you- Seems quite good to me: you don’t help with the house chores anymore and do nothing other than just lying on your bed and listening to music all day.

Were they that blind? Was it the same story all over again? You having to save yourself because those around you preferred to pretend everything was fine? Once again, that’s what you did, but what were the consequences?

You completely cut them out. No more chats, no more talking about feelings. Why would you? Even if you wanted to -and you did not, not anymore- they wouldn’t understand and, what’s worse, they wouldn’t make the effort to try to. Maybe the truth is that they actually don’t even care. After that conversation, it took you a while to completely realise what you were told and the enormous amount of toxic energy that came out of the replies you were given. But once you did, it was impossible to ignore it.

Facts are facts: you needed them, took courage to ask for help, but they pushed you away harshly and laughed at you. Your condition? Nothing alarming, at least that was their point of view. Who cares if you told them how you actually feel deep down? Words you never allowed yourself to let slip out of your mouth had been said, but who took them seriously? Not them. Not those who, out of all the people, were the only ones you needed.

You ask who they are?

Well, I don’t know it anymore.

Andra Bandrabulea, V AL

Shoganai

Andare avanti

-Eraclito-

‘Armonia dei contrari’

Forse

eravamo troppo simili.

Forse

troppo complici.

Forse

semplicemente troppo.

Guinizzelli

credeva l’amore fosse brutale.

Guinizzelli

credeva l’amore fosse tragicamente accecante.

Guinizzelli

temeva questo sentimento atrocemente destabilizzante.

Perché

giochiamo a fare i grandi?

Perché

non possiamo essere?

-Tristezza-

Scheggia conficcata nella mia schiena.

Segmenti distorti della realtà che mi circonda.

Buio

la sua immensità

mi avvolge.

Silenzio

come solo il Fuoco capacita.

Perché

non mi sei accanto?

-Filo rosso-

Probabilmente

non sei il mio.

-Socrate-

‘Una vita senza ricerca non è degna

per l’uomo

di essere vissuta’

Probabilmente

la vita è troppo breve.

‘Vita’ che non mi appartiene.

Ho tentato

più volte

di chiudere gli occhi.

-In eterno-

Ma questo ‘eterno’

Forse

non esiste.

Vorrei

aspettarti.

Vorrei

lasciarti andare.

Se la ragione non può guarire.

Ci penserà il tempo a farlo.

Spero

Seneca non si sbagliasse.

Marchetto Sara 3CA

Batte stanco

Un turbinio di emozioni assieme.

Sdraiati su un letto freddo,

le coperte pungenti creavano tanti piccoli sbalzi sulla nostra pelle nuda.

Il mio corpo

gelido,

chiamava il tuo.

Ribollivo quando mi sfioravi,

come un cubo di ghiaccio che brucia tra le fiamme ardenti.

Il mio viso

sprofondava nel tuo petto.

Sentivo il tuo cuore battere sotto di me.

Ti ha sempre schifato

qualcosa di così tanto naturale,

di così tanto vitale.

Un battito ti tiene in vita

e forse,

battere troppo per qualcuno è stancante,

forse ha bisogno di una pausa,

forse vuole smettere per sempre.

Vuole smettere di battere?

Perché dovrebbe?

Vuole smettere di battere

per me?

Forse è colpa mia?

L’ho stancato così velocemente?

Ti ho stancato,

così velocemente?

Le tue mani

mi scaldavano,

lasciando segni indelebili.

Le tue labbra calde

schioccavano

delicate,

e asciugavano quelle piccole strade scivolose

che scorrevano sul mio viso.

Eri al mio fianco,

eri mio.

Per un tempo tanto lungo,

tanto insignificante,

che non è bastato

per realizzare tutti i nostri piani.

“grazie”

“per cosa?”

“per avermi fatto innamorare di te”

Il mio cuore smetterà di battere per te,

se batte per la tua parte migliore?

Il mio cuore smetterà di battere per te,

se batte anche,

per la tua parte peggiore?

blu, 12

Attimo Fugace

Nuvole rosate sfiorano la tua candida pelle,

un sorriso dolce contorna questa giornata.

Alzi la testa verso i colori caldi del tramonto..

..ed è già buio, è già notte e tu non te ne sei accortx.

Scintillii e bagliori di stelle lontane

creano armonia e luce dove non esisteva.

Ed eccole,

lacrime calde a contatto con la pelle gelida,

che questa notte sembrano scottare.

Vorresti calore,

rinnegare il buio,

eppure eccoti mentre soffochi l’anima

sotto quelle stelle immense

 da cui si scorge la luce dell’infinito,

la porta del Paradiso.

Anonimo

Intervista a Gemma Zorzan

Sicuramente molti di voi avranno letto un sacco di libri nel corso della loro vita, storie che spesso ci rimangono nel cuore e non lo abbandonano. Ma vi siete mai chiesti cosa nascondono gli autori di queste opere? Oggi sono qui per proporvi un’intervista fatta a Gemma, una mia cara amica nonché scrittrice! Sì, avete sentito bene, una ragazzina di soli 12 anni che ha scritto un libro.

Ho quindi deciso di sottoporle alcune domande sulla sua vita, ma più in generale sulla sua opera, anche per spronare tutti coloro che hanno questo sogno nel cassetto a farsi avanti. Spero vi piaccia 🙂

M: Come ti descriveresti in poche parole?

G: Diciamo che sono una di quelle persone a cui non piace stare con le mani in mano: nel mio tempo libero disegno, scrivo, leggo, suono il pianoforte e la chitarra oppure cucino qualche dolce per me e la mia famiglia. Frequento la prima al liceo Scientifico perché ho una grande passione per la fisica, cosa che ha influenzato anche il mio libro.

M: Riusciresti a riassumere brevemente la trama del tuo libro?

G: Il riflesso dell’infinito parla di due ragazzi, Angelo e Anna, che vivono la loro vita tranquilla negli anni ‘80, ma si ritrovano a Chernobyl proprio al momento dello scoppio della centrale e da quel momento le loro vite cambiano completamente.

Lo definirei un libro di genere fantascientifico, con un pizzico di avventura.

M: Da dove è nata questa tua passione per la scrittura?

G: Sicuramente uno dei principali motivi per cui ho cominciato a scrivere è stata l’influenza della mia maestra di italiano delle elementari, che mi ha avvicinato a questo mondo. Ed è merito anche della mia prof. di italiano delle medie, che mi ha sempre sostenuta. Diciamo però che in questo libro c’è la me stessa di 12 anni, e ora che sono cresciuta lo vedo un po’ distante da me.

M: Dove hai trovato lo spunto per la trama?

G: Tutto cominciò quando a 7/8 anni vidi una cartina dell’Europa e da quel momento mi venne in mente una strana idea: e se la storia andasse al contrario? In realtà ora non saprei spiegarlo bene poiché la mia mente è molto più razionale di quella di allora, però insomma da qui ho cominciato a scrivere un racconto che ho poi ripreso in mano verso la fine della prima media. Penso di averlo scritto in pochi mesi, ma sono riuscita a pubblicarlo solo poco tempo fa poiché i tempi di pubblicazione sono sempre molto lunghi.

M: Quali difficoltà hai trovato nella pubblicazione?

G: Allora sarò sincera, non ho mai messo particolare attenzione o impegno a cercare la “casa editrice perfetta”, ma diciamo che ho preso la prima che ho trovato e mi hanno risposto dopo un mesetto.

Le difficoltà più grandi sono state sicuramente quelle riguardanti la scelta della copertina e la correzione delle bozze. Per la copertina, infatti, non ho avuto molta scelta, o almeno non quanta avrei voluto.

M: Pensi che questa tua passione possa dare i suoi frutti anche in un futuro ambito lavorativo?

G: Per il momento non posso dare una risposta certa, poiché avendo tante passioni ho una vasta scelta, ecco. Sicuramente terrò la scrittura come hobby per tutta la vita; non escludo, tuttavia, l’idea che possa diventare un lavoro a tutti gli effetti. Vedremo cosa mi proporrà il destino.

M: Che consigli daresti a tutte le persone che hanno il sogno della scrittura nel cassetto?

G: Sicuramente vi consiglio di buttare giù tutto ciò che vi viene in mente. So che è una cosa abbastanza banale, ma alla fine è una grande soddisfazione. Penso inoltre che questa cosa mi abbia fatto crescere molto, sono dell’idea che è meglio cercare di aggrapparsi al mondo attraverso la scrittura, poiché questa è un modo per rendere concreti i propri pensieri e per lasciarli al mondo.

Se potessi tornare indietro lo ripubblicherei: è il primo mattone che lastrica la mia strada e se non si inizia non  si può continuare.

M: Gemma, so che stai per pubblicare un nuovo libro, puoi darci qualche anticipazione?

G: Si esatto! Per il momento è in fase di pubblicazione quindi spero di vederlo nelle librerie entro un anno. Dico solo che lo preferisco nettamente rispetto al precedente, ma per il resto sarà una sorpresa!

Martina Di Rienzo 1AL

(con la partecipazione di Gemma Zorzan)

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Brumóso

Fitta nebbia

Percepisco

un fuoco

ardere, immenso dentro di me.

Cuore                                                                   dove stai andando?

Scappi.

Dove

ti stai nascondendo?

Pensieri, ansie.

I mostri che vagano per la mia mente si fanno forza.

Decidono di uscire

lacerando

ciò che normalmente li tiene rinchiusi.

Perché

ogni volta?

Perché

non sono normale?

-Normalità.-

Parola astratta 

significato non poi così rilevante.

Allora perché

imporsi di esserlo?

Degrado lento, costante.

Fitta nebbia

sfoca lo sguardo.

Allontana le parole.

Non tornare.

Non posso alzarmi.

Non tenermi

imprigionata

nelle tue strette catene.

Sei ancora in tempo.

Lasciami andare.

Ti supplico.

Sara Marchetto – 3CA

Lieto fine

Amore?

Amore.

Non credo esista qualcosa di migliore,

di più incantevole

che sciolga il grigio dal mondo.

Amore è un tocco dell’occhio,

un intreccio di due sguardi rapiti e inconsciamente incantati,

la musica dei sordi,

una canzone nel silenzio,

quel silenzio che fa tremare il cuore

e scombinare i pensieri.

È un grido nel buio,

uno spiraglio di luce,

separato da persiane abbassate

in un universo sconfinato

e puntinato da scintillii.

L’amore interagisce con le emozioni umane.

Amore è quella forza sconfinata

 di ogni piccolo gesto,

di ogni piccola parola,

di ogni piccolo sguardo

che muove il mondo animandolo.

Ciò che ti anima può uccidere,

ciò che cura può ferire.

Può l’amore vero e puro

portare a un atteso “lieto fine”?

Ho la sensazione che sprofonderò provando a raggiungerlo.

Ho smesso di credere al “per sempre”,

ma non voglio smettere di sognare nel

“per sempre felici e contenti” di ogni favola.

La vita non è mai stata una favola,

così imperfetta..

..forse è per questo che percepisco

di non avere la possibilità

di raggiungere il mio lieto fine.

Dovrò accontentarmi di svegliarmi, sapendo di avere sognato qualcosa

che forse mai davvero potrò avere,

ma le mie dita

rimarranno segretamente incrociate sotto al cuscino.

Anonimo

Quella me

Per molto tempo ho cercato di occupare poco spazio.

Sedermi composta, farmi piccola piccola in modo che nessuno potesse accorgersi della mia esistenza.

Piccola fisicamente, aggraziata, come mio padre ripeteva in continuazione, così da poter piacere ai ragazzi, piccola emotivamente, una semplice personalità a cui era dato solo impegnarsi a scuola, lavorare, sposarsi, avere figli e dedicarsi a far seguire anche a loro l’unico schema che ti permette di esistere come essere socialmente accettato.

Non mi sono mai chiesta davvero se volessi essere accettata.

Accettare, qualcosa che fai quando vedi un brutto insetto in camera: “Ok, prendo atto e chiudo questa porta a vita”. Dai ammettiamolo non vengono in mente esempi carini quando si pensa ad accettare qualcosa… Se non riguardanti il 18 all’esame ripetuto una ventina di volte.

Dicevo, non me lo sono mai chiesta, finché non ho incontrato lei.

Uno di quegli incontri totalmente a caso, a cui arrivi in ritardo, non nel tuo momento migliore, dopo un’ora di lezione passata a domandarsi cos’avrei mangiato quella sera e a riflettere sull’apparentemente buffa struttura anatomica dei pelati.

Ma già poco dopo, lentamente, capii che potevo davvero prendere spazio, potevo davvero occupare il posto che volevo.

Pur avendo fatto il primo dei ventimila passi, andavo controcorrente e la cosa più buffa era che c’era qualcuno tenermi la mano.

Qualcuno che tutt’ora non si rende conto di avermi sottratto all’arrugginito sistema sociale che sibilandomi al collo, mi intimava di seguire le orme davanti a me, trattenendomi con mille mani, tante quante le menti che agivano sulla me tredicenne.

Perciò, ricordatevi di non seguire le orme e soprattutto ricordatevi di tenere la mano alle persone come quella me.

Anonimo

La sera

Eccole.

Sono nuovamente qui.

Le senti lentamente mentre scendono lungo il viso.

Stanno scendendo finalmente, dopo troppo tempo…

Ci sono solo loro. Il silenzio, la sera e la luce spenta.

Qualche spiraglio di luce attraversa le fessure delle persiane e nel silenzio che si crea, c’è tutto.

Lo sai solo tu.

Ormai fanno parte di te ma, mi raccomando, tienilo segreto.

Non si sa mai che lo venga a scoprire qualcuno.

Nobody

La solitudine del materialista

Nella società in cui viviamo oggi il denaro è giudicato come il bene primario per tutti noi.
Già da bambini, a volte, veniamo martellati da pensieri materialisti da parte dei nostri genitori.
Noi molto probabilmente non ce ne rendiamo conto, ma alcuni dei nostri genitori ci hanno insegnato che il denaro è l’unico modo per poter sopravvivere, perché ci permette di comprare ciò che ci serve e ciò che vogliamo.
Si insomma, il denaro è un mezzo ormai voluto da tutti e che ha reso avari molti uomini.

Un tempo esisteva il baratto, che permetteva alle civiltà di poter fare scambi commerciali, oggi invece abbiamo una valuta, sì, è vero, possiamo comprare ciò che vogliamo, ma esiste solo il denaro?
Siamo stati talmente attratti da questa cosa che ormai non facciamo più conto sulle nostre amicizie e i nostri affetti famigliari.
Non è per niente facile trovare delle qualità che ci rispecchino in un’unica persona, ma almeno sappiamo che ci sono varie persone con le quali possiamo conversare e conoscerci a fondo. Gli amici possono essere diversi da noi o avere lo stesso carattere e lo stesso modo di vestirsi, però è anche vero che molto spesso noi ci avviciniamo a persone che ci danno un senso di tranquillità e simpatia, che ci intrigano e che ci spingono a voler conoscere.
Per ‘amico’ non ci sono regole da rispettare, possiamo avere amici di tutte le età, di tutte le etnie e di qualsiasi zona, vicina o lontana da noi. Poche amicizie sono durature, molte nascono e muoiono lasciando un ricordo nella nostra infanzia, molte altre nascondo dal nulla e continuano ad esserci per tutto il nostro percorso di vita.
Le amicizie possono nascere sul campo lavorativo, altre nei banchi di scuola, in mezzo ad un gruppo di amici, sui mezzi pubblici, molte altre anche accidentalmente a causa della nostra disattenzione o perché perdiamo qualche oggetto finché siamo fuori.
L’amicizia è anche un mezzo per poter socializzare con qualcuno al di fuori del nucleo famigliare, per uscire di casa e relazionarsi con il mondo esterno, scolastico ed extrascolastico, alla ricerca di un conforto e un sostegno morale da persone che potrebbero capire la situazione nella quale ci troviamo.
Un tempo le amicizie erano qualcosa di unico e indescrivibile. Penso che durante l’adolescenza, gli amici molto spesso siano più importanti dei propri genitori. Perché, se ci pensiamo bene, con i nostri amici possiamo sfogarci liberamente e dire qualunque cosa. Possiamo parlare delle nostre cotte amorose, dei problemi con i nostri genitori, della situazione scolastica, di qualche persona che non sopportiamo, insomma un po’ di tutto. Lo facciamo con loro e non con i nostri genitori perché non ci sentiamo giudicati e possono comprenderci appieno.
Al giorno d’oggi invece, le amicizie sono frutto di qualcosa legato al denaro.
Le amicizie non vengono più coltivate e vengono rese scontate dalle persone, come se ci fossero dovute e non avessero bisogno di nulla.
Vogliamo parlare di quanto sia bello studiare in compagnia di un amico? Di scambiarsi i bigliettini o le letterine? Uscire a passeggiare insieme all’amica del cuore per potersi confidare dei segreti?
Insomma, basta anche soltanto una chiacchierata davanti a una cioccolata calda.
Ormai le amicizie vengono camuffate dai beni materiali.

Questo fenomeno l’ho avvertito sempre più spesso negli adolescenti di oggi, la loro tendenza all’omologazione, un comportamento che consiste nell’adeguarsi al gruppo.
Gli adolescenti cominciano a vestirsi tutti allo stesso modo, ad ascoltare le stesse canzoni e a parlare con un determinato slang soltanto per essere accettati da un gruppo.
Non sarebbe meglio farsi conoscere per quello che siamo veramente piuttosto che fingerci qualcun altro ed essere accettati?
Gli adolescenti vestono uguale al loro trapper preferito perché nel gruppo tutti si vestono così.
Spendono soldi che non hanno per impressionare persone che non vogliono.
Perché in effetti non sono i veri noi a essere apprezzati.

Abbiamo perso il vero valore delle amicizie e ci siamo fatti divorare dalla lucentezza degli oggetti materiali, pensando che loro possano darci tutto ciò che noi vogliamo o che possano riempire un nostro vuoto.
Io credo che gli amici ci possano aiutare a colorare la nostra vita con colori vivaci e ci aiutano sia nei momenti belli sia in quelli più difficoltosi.

Come possiamo davvero preferire un oggetto o del denaro a un’amicizia?
Spero tanto che non si trovi mai una risposta a questa domanda.

Mariavitttoria Castaldelli – 2AC

7 years

In 7 years my body will be replaced

In 7 years nothing of you will remain

In 7 years everything you touched will disappear

In 7 years everything you did, maybe, will disappear

In 7 years everything I felt, maybe, just maybe, will disappear

It’s been 4 years now.. but you’re still here.

-anonimo