Il figlio dell'uomo, René Magritte

Il figlio dell’uomo, René Magritte

Croccante e succosa, dolce e melodiosa;
Vellutata e corposa, tonda e formosa.
Di tutti, il più celebre e più insigne frutto
È la mela, ch’i oggi ne voglio celebrare tutto.
Frutto ingegnoso, vario e multiforme
Diversa in ogni dove, ma la sostanza riman conforme.
Si fosse persona sarebbe dama di nobil radice,
Dalla carnagione chiara ch’a regina s’addice.
Tal pallidore coperto da vesti pregiate di mille colori:
Rosse, gialle, nere e verdi. Le sete indiane sembran pallori
A confronto con così tanta eleganza e raffinatezza
E da ogni artista ne vien copiata la bellezza.
Essa com gioiello di natura può ch’esser rubino
Tanto compatta e lucente, il rosso appare sopraffino.
Ma povera disgraziata, quanto sei stata diffamata
Quando la prima coppia ti morse e dal paradiso fu cacciata
(Probabilmente ad Adamo sei andata di traverso
Visto c’or la sua stirpe presenta il pomo paterno).
E vogliam parlare dei crediti che ti han levato?
Steve Jobs ricco sfondato e Newton se la ride beato
Poiché entrambi ti usaron come mezzo ingiusto
Per farsi pubblicità e ricever fama senza gusto.
E ch’è sta storia che levi un medico di torno
Nel momento in cui ti si mangia ogni giorno?
Però, siam onesti un secondo. La mela sotto sotto
Non è così dolce e zuccherina e non inganna il dotto.
Infatti i semi di essa sono abbastanza velenosi,
Quindi domani evita di dar alla mela morsi copiosi.

 

~Enrico Pinton

Bartolena Giovanni, Natura morta con fiasco e castagne

Bartolena Giovanni, Natura morta con fiasco e castagne

Tra le foglie dei boschi dell’Allemagna
Giaceva un giorno una giovane castagna;
Le sue compagne le stavano troppo spinose,
Pettegole, acide e permalose.
Così decise di nascere liscia e tonda
In autunno colta dalla fronda
Fu portata via, grazie a Dio
E divenuta compagna di un ammalato zio
Viaggiò il mondo in tasca di un giubbotto:
Le vide proprio tutte, un vero ’48.
Aspirava a scaldare i cuori come le vere caldarroste
Ma rompendo un po’ i maroni
Le fecero notare quanto quelle fossero davvero toste.
Lei perse il senno in un’ampolla da pozioni
E divenne matta, contro i raffreddori.
Essiccò vecchia, al fin della stagione
E rimembrando la sua originaria situazione
S’accorse di provare nostalgia
Per la crucca terra natia

~Sara Boscolo

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Gli Ocean Colour Scene nascono a Birmingham nel 1989 come una rock band indipendente.

In seguito ad un periodo di gavetta, debuttano con l’omonimo primo album che viene dapprima pressoché ignorato dalla critica e successivamente snobbato dagli stessi componenti del gruppo.

Dopo più di quattro anni da questo sommesso esordio, esce Moseley Shoals. Lavoro decisamente più definito del primo, che li porta al secondo posto della classifica britannica e a diventare gruppo spalla degli Oasis per il loro tour del 1995.

Dopo quel lungo silenzio discografico, la band si ripresenta con una produzione matura che ha una propria personalità: gli artisti sono in grado di dare al loro album dalla forte anima anni ‘60/’70 un’elegante veste britpop. Ciascuna delle tracce è espressione di gran gusto nelle scelte musicali ed è stata registrata con tanta attenzione per i dettagli.

L’apertura del disco è veramente memorabile ed è il perfetto riassunto dei pensieri espressi finora. Il primo pezzo, ”The Riverboat Song”, è infatti un gran connubio tra i rapenti riff fine anni ’60 e la stordente e intricata sovraincisione tipica del britpop. In questo brano, in particolare, le raffinatezze di registrazione impreziosiscono l’ascolto, rendendo l’insieme molto equilibrato in tutte le sue parti. Per quanto riguarda i testi, invece l’album è in linea con il genere musicale abbracciato dal gruppo: generalmente è abbastanza semplice cogliere il tema trattato ma avere una comprensione più definita delle liriche, capire, cioè, le varie strofe e i vari versi presi come singole unità, è più complicato.

Si può notare, però, che la stesura è visibilmente diversa, per esempio, da quella degli Oasis. I Gallagher, infatti, procedevano principalmente per immagini e si riferivano molto spesso ad un “tu” lirico. Il modo di scrivere degli Ocean Colour Scene è più chiuso, più simile a quello dei Suede: fanno riferimento ad un “noi”, a esperienze personali che non vengono spiegate o presentate in modo tale che l’ascoltatore riesca a farle totalmente proprie. Chi ascolta le parole di queste canzoni non si sentirà pienamente coinvolto, seppure i temi sembrino riguardare situazioni abbastanza comuni, ma sarà sempre esterno spettatore di un dialogo monolaterale tra il cantante e le persone alle quali si riferisce.

Prestando invece attenzione alla voce, si nota che è penetrante, ferma e mordente. Essa è in dialogo con la musica e i testi, infatti, adeguandosi all’andamento dei brani e variando volta per volta, rende l’album un prodotto che non appare affatto monocorde all’ascoltatore.

Qui la playlist spotify di Rompipagina e dei brani di cui si consiglia l’ascolto: https://open.spotify.com/playlist/70NyoXeZrAbFnyyQyVrMYe?si=YUVWyi1jQwa_YOzE_BnPlQ

Giosuè Fabbian

Space Fruit: Pears 203, Andy Warhol

Space Fruit: Pears 203, Andy Warhol

 

Oh Pera, frutto tondo, compatto, succoso e fibroso,

La tua dolcezza calma ogni spirito scontroso.
Oh Pera, le tue forme, invidiate da qualsiasi modella,
Furon forse scolpite da Michelangelo ché sei così bella?
Oh Pera, ora capisco di Leopardi il pensiero interno
Perché quando ti vedo, non può che sovvenirmi l’eterno.
Oh Pera, sei poi tu anima così pura e così modesta
Tant’è vero che hai lasciato ch’il color della Terra ti vesta.
Oh Pera, sei tu opera vera che risplendi nella sera nera
E indichi la retta via a chi nel peccato si dispera.
Ok, basta con ste parole che mi piglian per eretico,
Però della pera c’avevo da fare uno scritto poetico.
Sulla pera, sinceramente, nulla di negativo ho da riferire
Se non che ha troppe fibre (la cosa mi fa rabbrividire).

 

~Enrico Pinton

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Disclaimer: Il fantastico articolo che state per leggere è risalente a giugno 2020, ci dispiace pubblicarlo con un così ampio ritardo, ma tenerlo chiuso nell’armadio tra ansie, pare, smalti e maglioni “poco etero” di cattivo gusto mi dava fastidio, per cui ho deciso di riproporvelo proprio adesso che la mia “gay-agenda” (cit. per pochi) e bella piena tra esami e tour mondiali sotto la doccia, per cui buona lettura!

-Il vostro ragazzo dell’armadio

 

Car* lettor*,

Ci rivediamo per la seconda volta nel luogo in cui la parità di sesso diventa realtà e il razzismo risulta sopportabile quanto un tormentone estivo del 2015.

Con l’arrivo dell’estate, oltre che alla solita “Summertime sadness” (cit. per pochi) penso ai gelati, le piscine, al tè alla pesca in polvere (mi dispiace per il team limone) e soprattutto al mese più colorato e GAY dell’anno, il “PRIDE MONTH” detto anche semplicemente giugno (where’s the flavour!?).

Per cui se non si fosse capito, in questo breve ma intenso articolo, vi illuminerò su cosa sia il pride month e quale sia la sua storia.

Che cos’è il pride month?

Innanzitutto penso sia fondamentale capire cosa sia il “Pride month”:

tradotto dall’inglese come “mese dell’orgoglio“, che coincide con il mese di giugno, rappresenta il mese che promuove l’orgoglio, l’autoaffermazione, la dignità, L’ESISTENZA e soprattutto la visibilità della comunità LGBTQ+.

Poiché spesso accompagnato da parate è per questo che si è soliti sentire parlare di quelli che è il “Gay pride” o semplicemente di “Pride“.

Perchè proprio giugno e non un altro mese?

Diciamo che il mese non rappresenta una scelta così casuale, proprio perché nel lontanissimo e caldissimo 28 giugno del 1969, quando la disco era ancora in voga e non un semplice concept, la community LGBT decise di farsi valere rispondendo a modo alla violenza di un gruppo di poliziotti che irruppe all’interno dello “Stonewall” di New York, locale lgbt-friendly, per punire l’”oscenità” di giovani dello attratti dallo stesso sesso oppure intrappolati nel corpo sbagliato, intenti a divertirsi.

Ricordando come tale evento diede inizio ad una serie di manifestazioni e scontri simbolicamente indicati come il momento della nascita del movimento moderno  di liberazione e autodeterminazione della LGBTQ+ community in tutto il mondo.

Alla luce di ciò tutte le parate che dunque vediamo al giorno d’oggi durante il mese di giugno non sono nient’altro che una celebrazione di un momento storico di grande importanza per la community, debutto della lotta contro le ingiustizie nei confronti della community lgbt e manifestazione di orgoglio nei confronti di coloro che per primi non si arresero alla repressione incitando al vero potere della community sotto lo slogan “Say it clear, say it loud, gay is good, gay is proud!”, per i non linguisti “dillo chiaramente, urlalo, gay è bene, gay è orgoglio”.

Due figure iconiche:

Trattando di Stonewall non si possono dimenticare le figure di “Sylvia Rivera” e “Marsha P, Johnson”, attiviste transgender statunitensi , icone dei moti di Stonewall, che per prime, rispondendo alla violenza dei poliziotti newyorkesi lanciarono, leggenda vuole, i propri tacci a spillo (di cui mi duole non sapere il numero) contro coloro, poliziotti e omofobi compresi, che stavano aggredendo ingiustamente ed ingiustificatamente decine di giovani omosessuali, lesbiche, transgender ecc. con manganelli e pugni.

Quando nacquero i gay pride?

Come detto in precedenza i moti dello Stonewall diedero inizio al movimento LGBT ed esattamente un anno dopo quel tacco a spillo lanciato ad un poliziotto, il primo gay pride venne organizzato sotto il nome di “Christopher Street Liberation Day March”, manifestazione durante la quale in numerosissimi scesero in strada indossando i vestiti più sgargianti che potessero avere, a ricordare come le regole sociali fossero regole di repressione e alle quali nessuno aveva più voglia di sottomettersi.

Sarà successivamente a Los Angeles che nello lo stesso anno (1970) verrà organizzata una vera e propria parata, simile a quelle odierne.

Ma che cos’è un gay pride? È un carnevale!?

I più “bigotti” o le più “bigotte” (gender equality be like) affermerebbero che il pride sia paragonabile ad un carnevale, ma per quanto la somiglianza possa essere palpabile, si tratta comunque di una definizione leggermente superficiale

È vero, il pride è un’esplosione di colori, brillantini, coriandoli, strass e paillettes, ma dietro le quinte di tutto ciò abbiamo festival del cinema, come il “GBLF Film festival” di Torino, presentazione di libri, dibattiti, di cui i media spesso non parlano, in quanto eventi minori, ma non per importanza.

Il fatto che il pride sia un evento così sgargiante è strettamente correlato alla cultura LGBT, stravagante per eccellenza, e alla necessità di rompere gli schemi e mostrare al mondo la propria esistenza, come per dire “se non ci volete vedere, noi ci rendiamo ancora più visibili!”, una tattica brillante!

Posso partecipare se non sono LGBT+?

Assolutamente sì, non è necessario essere gay, lesbica, trans, bisessuale ecc. per poter partecipare al pride, non esistono delle regole, degli standard, dei prerequisiti, dopotutto il pride è anche la celebrazione della diversità!

Senza dimenticare che l’unione fa la forza ed in più si è meglio è, perchè questo vuol dire che il mondo sta imparando ad accettare anche ciò che sembra non andargli a genio a causa di leggi o regole prive di senso.

Inoltre alla fine il pride rappresenta una lotta per i diritti, è se non mi sbaglio i diritti sono per tutti e lottare per i diritti non è per niente una cosa sbagliata!

Per cui se ne hai la possibilità raggiungi i tuoi amici lgbt e supportati nella loro causa, fa sempre piacere avere qualcuno che ci accetta e ci copre le spalle.

Cosa significa per me il gay pride/pride month?

Tralasciando strass, luci e  bellissimi ragazzi a torso nudo (chi vuole intendere intenda), il tutto sulle note di “Born this way” il gay pride è molto più che una mera parata, è un momento di celebrazione, di comunità, di condivisione di quella gioia che è sentirsi parte di qualcosa più grande, di supporto reciproco di fronte alle continue discriminazioni e difficoltà che noi “non-etero” siamo costretti a subire passivamente in una società che spesso non ci vuole o semplicemente non ci capisce, perchè c’è molto da capire quando si tratta d’amore no!?

In qualsiasi caso questa grande festa è il segno della nostra forza, della nostra volontà di lottare e del nostro amore per le differenze che ci rendono tanto speciali, perché volete mettere un mondo in bianco e nero? Anche no, perchè quest’anno va di moda il giallo!

 

Siamo dunque giunti alla fine di questo articolo, per chiudere in tutto in bellezza desidero dunque congedarmi con una cit. di un’artista di cui non penso sia necessario fare il nome (Lady Gaga):

Don’t hide yourself in regret

Just love yourself and you’re set

I’m on the right track, baby, I was born this way

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26 gennaio 2020. Un anno. Eppure sembra sia passata un’eternità. In quel periodo vivevamo ancora senza l’idea che, di lì a poco, una pandemia globale avrebbe cambiato completamente i nostri concetti di “normalità” e “quotidianità”.

Era una tranquilla domenica sera di gennaio, quando all’improvviso il mondo, per un istante, si è fermato. TMZ.com, sito web di gossip, rilascia la notizia secondo cui Kobe Bryant, celebre campione e leggenda NBA, è deceduto in seguito ad un incidente sul suo elicottero privato. Il velivolo in questione, un Sikorsky S-76B, pare essersi schiantato su una collina vicino a Calabasas, cittadina a circa 30 miglia a nord-ovest dal centro di Los Angeles. All’inizio non sembra vero, la mente e il cuore dei tifosi sperano che sia l’ennesimo scherzo di cattivo gusto e che tutto si risolva al più presto con una smentita, magari direttamente dalla superstar.

Tuttavia, passano i minuti e altre testate giornalistiche cominciano a confermare la notizia e anzi, cominciano ad emergere altri dettagli: sono altre 8 le persone coinvolte nella tragedia, tra cui la figlia quattordicenne Gianna Maria. Lo schianto pare essere avvenuto in quanto il pilota, a causa della folta nebbia e della bassa quota, non sia riuscito a vedere in tempo utile l’ostacolo e ad evitarlo. Molti potrebbero essere indotti a pensare che il problema fosse legato al mezzo impiegato per spostarsi, inusuale e pericoloso, rispetto alla comune automobile, ma c’è da sapere che Kobe quel mezzo lo usava spesso, anche durante la carriera da giocatore, perché gli permetteva di evitare l’intenso traffico cittadino e tornare a casa prima dagli allenamenti per passare più tempo con la moglie Vanessa e le quattro figlie.

Il cuore di milioni di appassionati di sport, si era fermato per un istante: Kobe Bryant era appena morto. Chi avrebbe mai potuto aspettarselo o essere preparato ad una cosa del genere? Chi avrebbe potuto immaginare che un campione del genere potesse abbandonarci all’età di soli 41 anni?

Molto spesso, si tende a dimenticare il fatto che anche loro sono umani: hanno quindi gli stessi problemi, preoccupazioni, ansie che abbiamo noi e, soprattutto, sono mortali. Vedendoli in tv sembrano invincibili, quasi supereroi, che fanno il lavoro più bello del mondo e vengono pagati profumatamente per farlo. Ma ciò che è successo ci ha dato l’occasione di vederli sotto l’occhio, non del tifoso, ma quello umano: Kobe prima di essere una leggenda del basket era un padre, marito, figlio, fratello e amico.

Ma come mai Kobe Bryant è così amato dalle persone? Kobe Bryant è la cosa più vicina a Micheal Jordan alla quale abbiamo potuto assistere dall’inizio del nuovo millennio. Entrambi condividevano l’amore incondizionato per la palla a spicchi, la volontà di essere i migliori, la determinazione e la ferrea etica del lavoro per raggiungere i propri obiettivi, e la capacità di risultare decisivi nei momenti di massima pressione nei palchi più importanti della pallacanestro.

“I grandi sogni i realizzano attraverso piccole conquiste quotidiane. Devi avere piccoli obiettivi che ti portano a quello finale”

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La giornata tipo del Black Mamba (soprannome che si era autoassegnato per dire che era in grado di mantenere il sangue freddo in ogni situazione) cominciava alle 4 del mattino e comprendeva 3 allenamenti al giorno, nei quali curava la preparazione fisica e quella tecnica con un’ossessione maniacale per il dettaglio.

Ogni sfida e avversario che incontrava sul parquet, era un’occasione per mettersi alla prova, dimostrare a se stesso di essere il migliore. Quello che lo separava dagli altri grandi campioni era proprio il fatto che la sua intensità rimanesse la stessa in tutte le occasioni, sia che la squadra fosse in largo vantaggio o che, al contrario, avesse di fronte uno scarto apparentemente incolmabile.

La “fame” agonistica che aveva Kobe non ce l’aveva nessuno, e ogni tifoso (dei Lakers o meno) guardava a lui come persona da ammirare per l’amore che metteva nel fare il proprio lavoro.

Che effetto fa vedere un giocatore che si è appena rotto il tendine d’Achille, vedere che invece di farsi portare via in barella o disperarsi, trova la forza di camminare da solo fino alla linea del tiro libero, fare 2/2 e solo dopo, abbandonare il campo sapendo che quell’infortunio lo terrà fuori per tutto l’anno successivo? Che effetto può suscitare l’immagine di un giocatore che si è appena rotto il polso della mano destra e di conseguenza col gesso, presentarsi come sempre in palestra, per sfruttare l’occasione ed allenarsi per migliorare il tiro con la mano sinistra? Sono scene particolari, insolite, che per anni hanno ispirato numerosi sportivi e persone ad applicare la cosiddetta “Mamba Mentality” nel proprio campo sia che fosse lavorativo, sportivo e umano.

 

Kobe e l’Italia

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Le storie americane e i loro grandi personaggi… e se vi dicessi che la storia del nativo di Philadelphia comincia proprio in territorio italiano? E se vi dicessi che parlava benissimo in italiano, seppur vivesse in USA gran parte dell’anno e che l’unica occasione per tornarci era qualche sporadica vacanza? Kobe amava l’Italia, che ha chiamato “casa” fino all’età di 13 anni.

Cosa ci faceva Kobe in Italia? Il padre Joe militò in serie A2 italiana in 4 città: Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, che tutt’oggi sono tra le più importanti piazze del basket italiano. L’amore per la nostra patria l’ha manifestato in più di qualche intervista elogiando il lavoro che si propone ai bambini con l’obiettivo di insegnargli a padroneggiare in modo completo le basi della pallacanestro, piuttosto che il sistema americano che tende molto spesso ad esaltare giovani talenti, spremendoli per farne da subito macchine da soldi piuttosto che curare i cosiddetti fondamentali, rendendoli così molto prevedibili e solamente showman, piuttosto che veri giocatori di basket completi.

Un legame fortissimo con il tricolore trasferito anche alle proprie figlie, chiamate con nomi

che evocano il Bel Paese e i suoi luoghi: Natalia Diamante, Bianka Bella, Capri Kobe e Gianna Maria-Onore.

Kobe Bryant ha lasciato un segno indelebile non solo nella storia del basket, ma in quello della storia, come modello di uomo da seguire. Un uomo non di certo invincibile, che ha commesso i propri errori, ma che ha saputo rialzarsi di fronte alle difficoltà e ha cercato di aiutare sempre il prossimo. In un’intervista disse che la più grande sconfitta per lui come uomo sarebbe stata quella di essere ricordato per essere stato uno dei più grandi giocatori di basket e non per ciò che ha fatto durante tutta la sua vita.

Non ci sarà più un altro Kobe, e nemmeno c’è il bisogno che qualcuno provi ad essere esattamente ciò che è stato ora tocca a noi conoscere e ispirarci alla sua storia e portare avanti la sua “legacy” (eredità), in qualunque cosa noi facciamo.

“La lezione a cui tengo di più è quanto è importante amare quello che fai. Tu non puoi fermare le persone che vedono limiti nei tuoi sogni, ma puoi fare in modo che quello che dicono non diventi realtà. I tuoi sogni dipendono da te. Io ti incoraggio ad essere sempre curioso, a ricercare le cose che ami, e a lavorare sempre duro una volta che le hai trovate. Ora ti lascio proseguire la tua serata, ma sappi che io sto pensando a te ti supporto e ti incoraggio sempre ”.

Mamba out.

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Alessandro Moro 5BS

 

 

 

 

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Circa un anno fa ho visto un video su Youtube chiamato “VENTI, gelosia” di cui consiglio la visione: la youtuber affronta molti aspetti di questo sentimento e ne discute in modo oggettivo, per quanto possibile. A mio avviso, offre una descrizione azzeccata, quindi mi sembra opportuno partire da qui per parlarne.

Nell’immaginario comune, la gelosia è un sentimento umiliante: se qualcuno la prova, implicitamente, ammette a se stesso di essere in una posizione di inferiorità rispetto alla persona per cui la sente; sta indirettamente dichiarando che l’altro ha il potere di ferirlo e che non può fare niente per evitare ciò. Non può fare niente perchè la gelosia è estremamente viscerale e, almeno nella mia esperienza, non si può evitarne la nascita.

Che la gelosia faccia parte dell’essere umano fin dall’antichità è stato provato anche da una ricerca condotta dall’Università del Michigan nel 1992, chiamata Sex differences in Jealousy: Evolution, Physiology and Psychology. Tralasciando che la ricerca fosse volta a provare la differenziazione fra gelosia maschile e femminile, quello che prima di tutto ho trovato interessante è il fatto che essa sia descritta come un comportamento che, nel nostro ambiente ancestrale, era stato adottato per contrastare una minaccia al benessere dei due sessi: da una parte la donna assumeva quel comportamento per ridurre il rischio che l’uomo la abbandonasse e che quindi si ritrovasse ad accudire i figli da sola; dall’altra l’uomo sentiva la necessità di riconoscere i suoi figli come tali e si sentiva minacciato al pensiero che la donna trovasse un altro uomo. Infine i ricercatori sono giunti a concludere che, nel tempo, le risposte adattive alla gelosia si siano automatizzate nella specie umana.

Comunque, per chi fosse interessato, alla fine dell’articolo ho messo il link del video e anche della ricerca.

Questo tema mi si era già proposto, un paio di anni fa, in vacanza con amici, in uno di quei momenti in cui il divertimento e le risate lasciano spazio a qualcosa di un po’ più noioso, che, però, per qualche strana ragione, rende tutto più speciale.

Il punto centrale era: gelosia sì o gelosia no nelle relazioni romantiche? La gelosia è monito dell’affetto che l’altro prova per noi o, piuttosto, dell’oppressione che l’altro esercita su di noi?

Una parte del gruppo sosteneva che fosse un elemento indispensabile; il mezzo più importante attraverso cui l’altra persona dimostra di desiderarci veramente.

La restante parte, nella quale ero schierata anch’io, riteneva invece che fosse un sentimento insensato, che non avesse motivo di esistere. Pensavamo che potesse caratterizzare solo le persone irrazionali e le relazioni instabili: se qualcuno prova gelosia, manifesta di essere immaturo; non si fida dell’altro perché non è consapevole della relazione in cui si trova e della persona con cui ha a che fare.

Insomma, da una parte la pretesa che il “partner” manifesti il suo affetto attraverso questo sentimento; dall’altra una totale condanna dello stesso.

Non ritengo ragionevole la teoria secondo cui “la gelosia deve esserci”: un’emozione non può essere forzata ed esistono altri modi, forse anche più validi, per far capire che si tiene all’altro.

Per quanto riguarda invece l’idea che sostenevo io, solo a seguito di esperienze dirette e di intense chiacchierate con persone più o meno esperte, ho sentito traballare quelle certezze che, nel loro cinismo, tanto mi facevano sentire sicura. Ho scoperto che la questione non è così semplice e lineare. Le dinamiche che portano a provare la gelosia, e in generale i sentimenti, sono molto più complesse di quanto avessi previsto (purtroppo). Molto spesso la questione non gravita tanto attorno alla fiducia che abbiamo nell’altro, quanto più alla sicurezza che abbiamo in noi stessi. E, soprattutto, ho compreso che provare gelosia non significa automaticamente essere irrazionali: significa avere dentro di noi una parte irrazionale. Per giunta, ho capito che non si sbaglia nel momento in cui si prova gelosia, ma nel momento in cui non si prova ad affrontarla.

Non va assunto un atteggiamento di rifiuto verso questo sentimento: se esiste ed è intenso, va affrontato. Molto spesso, ciò che viene soppresso si manifesta in modo tanto irruento da non poter essere più gestito facilmente – cosa scontata, eppure a volte ce ne dimentichiamo.

D’altra parte, non è neanche giusto cercare di alleviare il malessere addossandone la colpa sull’altro. Come è detto nel video, la gelosia appartiene a noi: siamo noi in prima persona a doverla affrontare e non possiamo scaricarne il peso sugli altri. E anche quando fossimo di fronte a fatti evidenti, che inevitabilmente causano gelosia, forse è il caso di indagare e analizzare cosa ha spinto l’altro a comportarsi in un determinato modo, piuttosto che farsi sopraffare dalle pulsioni del sentimento. Oppure, se la situazione dovesse essere insostenibile, è sempre consigliabile abbandonare la nave.

Dopo tutte queste belle parole, che mi fanno sembrare una persona in grado di affrontare facilmente la mia vita, vi chiederete quali siano concretamente le soluzioni più giuste da adottare… be’, non lo so : )

Anche qui, se fino ad un anno fa pensavo che al massimo sarebbe bastato parlarne con il diretto interessato, ora non sono sicura che sia questo il modo giusto di risolvere la questione e non sono neanche certa che sia la soluzione più facile.

Se si confessa all’altro questo sentimento, è facile portarlo a limitarsi nelle sue azioni: ma è giusto che accada questo? significa veramente voler bene ad una persona? e se anche la risposta fosse sì, fino a che punto si può condizionare l’altro?

(E qui si apre una questione ancora più ampia: in quali casi mettere prima il proprio benessere, a discapito di quello di altri, è una forma di egoismo da condannare?)

Un’altra cosa che ho imparato quest’anno è che, a volte, è meglio lasciare che certe circostanze si evolvano senza troppi discorsi, quindi non penso possa andare sempre bene parlarne. Non è piuttosto meglio, in alcuni casi, lasciare che passi col tempo o cercare altri modi per “cavarsela” da soli? E, soprattutto, è sufficiente discuterne?

Solo una cosa so per certo: come ho già detto prima, provare gelosia non significa essere irrazionali, significa essere umani. Ho maturato l’idea che il filo che divide ciò che proviamo da ciò che pensiamo razionalmente è molto sottile o, forse, non esiste. La cosa davvero importante è accettare il fatto che esista in noi anche un lato emotivo e istintivo che non è in antitesi con la nostra capacità di pensare razionalmente. Probabilmente, solo partendo da qui si può imparare a gestire anche l’aspetto più impulsivo della nostra personalità.

 

Se volete darci un’occhiata, ecco qui il link del video e della ricerca : )

 

https://www.youtube.com/watch?v=4xEAK7wTlfU

https://www2.psy.uq.edu.au/~uqbziets/Buss1992_Sex_differences_in_jealousy.pdf

 

Sara Bertin

 

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Con Ale Magno in cucina
La ricetta della Macedonia regina:
Prendete una pera dalle forme sinuose
E tagliatela a fettine assai carnose.
Se bramate i ricci del castagno
Il buon caro grande Magno
Ve ne sconsiglia l’uso,
Non fate del mix un sopruso.
Poi aggiungiamo qualche pezzetto di mela:
Se andate a comprarla fatelo con cautela
Che quelle bitches di Eris e Grimilde invidiose
Sono più acide del limone;
Questo va tuttavia aggiunto
Per dare un sapore congiunto
(Potete anche intenderlo alla francese).
E per il colore, servono sfumature accese:
“Butta arance, bro, buttane un bordello
Che sta macedonia vien fuori buona, fratello.”
Di ciliegie invece procurati un gran cestello
Ma presta molta attenzione:
Togli il nocciolo dalla questione.
Poi la pesca, mmmmm posati sulle mie labbra,
E di questa banana ne vedo già l’ombra.
Oh Alessandro, ti stai facendo solo illusioni
(A questa macedonia servirebbero dei meloni)…
Infine dell’ananas la superba dolcezza
Alle papille gustative fa una carezza.
Dopo ogni assaggio di questa Macedonia
Riuscirai a conquistare una nuova colonia;
La mente estasiata il sapore conserva
E pomodoro escluso, da lontano osserva.

 

~Da una collaborazione di Sara Boscolo ed Enrico Pinton

In questi giorni memorabili che sicuramente entreranno nei libri di storia, sento di dover condividere una riflessione sulla situazione scolastica che noi studenti stiamo vivendo.

Da giorni, anzi, da mesi, sentiamo politici e ministri litigare con fervore sul nostro possibile o meno ritorno a scuola. Da studente appassionato quale sono, non posso fare a meno di ammettere che mi piacerebbe moltissimo poter nuovamente sedere in aula, poter dialogare vis à vis con i miei professori, poter ridere e scherzare col compagno di banco, poter condividere un pandoro col resto della classe, poter sentire dal vivo la spiegazione di una poesia… Desideri che un tempo mi sarebbero sembrati scontati, quasi “roba da tutti i giorni”. Desideri che ora sembrano appartenenti a un’epoca passata. E forse lo sono veramente.

Ma non è questo ciò su cui voglio in questa sede concentrare la mia attenzione.

Sembra quasi che la cosiddetta DaD ci permetta, stando a tanti discorsi che si sentono, di accedere a un grado di istruzione inferiore, che non ci fornisca i medesimi strumenti di quando eravamo in presenza. E, soprattutto, sembra che noi studenti perdiamo ogni impegno e costanza davanti al computer.

Senza dubbio le lezioni in presenza sono preferibili. Consentono di instaurare un dialogo migliore, sono più coinvolgenti e, cosa che per me è sempre stata fondamentale, più appassionanti.

Non si dimentichi l’etimo latino di “studio”, da studium, che tra i vari significati appunto possiede anche quello di “passione”. Passione che per me è essenziale per poter veramente assimilare e far miei quei concetti e quei temi che già altri, nel corso del tempo, hanno affrontato e sviscerato.

Tuttavia, con gran disappunto di tutti coloro che pensano il contrario, le lezioni al computer, perlomeno per quanto ho potuto constatare, non sono mai state per noi un momento di vacanza. Non sono state un momento di disinteresse. Non sono state un momento di minor impegno.

E con noi hanno continuato a impegnarsi anche i nostri professori, che si sono scervellati cercando di concepire nuove modalità di spiegazione e nuove metodologie didattiche, su queste piattaforme digitali che prima della quarantena nessuno conosceva.

Cari lettori, come credo molti di voi sapranno, la DaD appunto non è un’occasione di relax e negligenza. Chi ha veramente voglia di studiare, di appassionarsi a ciò che ha deciso di approfondire, non si ferma davanti all’ostacolo della lontananza. La cultura è sopravvissuta al medioevo ellenico, alle invasioni barbariche e addirittura a ben due guerre mondiali: non sarà un computer a fermarla.

Anche perché, per quanto assurdo può sembrare, studiare mi piace.

Senza perdersi in troppi giri di parole, la motivazione fondamentalmente è una sola: studiare permette davvero di entrare in contatto con i pensieri e le riflessioni di generazioni di uomini che sono venuti prima di noi, uomini che hanno speso la loro vita e investito il loro ingegno per lasciare traccia delle loro idee, delle loro opinioni… Pensieri di uomini del passato che hanno concorso allo sviluppo e all’evoluzione dell’uomo nella storia. Pensieri di uomini come noi, che nei secoli hanno osservato la realtà che li circondava (o che si trovava dentro di loro) e, in un modo o nell’altro, l’hanno descritta. L’hanno condivisa. L’hanno comunicata a noi, che siamo ereditieri e custodi di un così prezioso tesoro.

“Un possesso per sempre”, direbbe Tucidide. E come infatti ci ricorda poi il buon Cicerone, “ignorare tutto quello che accadde prima che tu nascessi, equivale ad essere sempre fanciullo” (“nescire autem quid ante quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum”, Orator).

Come se, d’altronde, copiare durante una verifica a distanza fosse così facile come molti credono. Certo, possiamo avere libri e quaderni a portata di mano, fuori dalla visuale della telecamera, schemi e appunti affissi al muro dietro allo schermo del computer, post-it sparsi per tutta la scrivania… ma non sono le pure e semplici nozioni ciò per cui siamo valutati. Le prove che siamo chiamati ad affrontare, fortunatamente, richiedono capacità di ragionamento e d’argomentazione, nonché una buona padronanza delle conoscenze per poter tessere un discorso coeso e completo, per poter individuare nessi logici e relazioni… insomma, dobbiamo metterci del nostro.

Ci tengo a ribadirlo: la didattica a distanza non è “più facile” della scuola “normale”. E noi studenti – e così nemmeno gli insegnanti – non siamo in vacanza dallo scorso febbraio.

Anche se questo dato di fatto sembra assurdo a molti.

Per quanto anch’io frema dal desiderio di poter rimettere piede a scuola, è necessario che ciò possa essere fatto in sicurezza. E per coloro che lo desiderano veramente, di certo la loro formazione non risentirà in negativo di questi costretti momenti di lontananza.

 

Francesco Grosselle 4AC

 

 

 

Come yin e yang

Come yin e yang

Sono arrivate!!!! Direi finalmente, ormai ultimamente nel mondo del gaming e tech non si parlava d’altro. Di questa nuova gen si distinguono tre novità, sia per xbox sia per playstation: L’introduzione del tanto acclamato ssd, design nuovi, il quick resume e il 4k a 60 fps ( ma varia a seconda delle due console).
Parliamone però più nello specifico:

SSD

Nuovi ssd che vanno ormai a sostituire l’ormai vecchi e lento hard disk. Questi ssd permettono di avere tempi di caricamento pressappoco inesistenti (ovviamente nei giochi usciti nella scorsa generazione non saranno inesistenti ma considerevolmente ridotti). Unica pecca è che per adesso, in entrambe le console, non è possibile un’espansione e gli a malapena 800 giga effettivi, sono pochi dato che i nuovi giochi che usciranno saranno molto pesanti e occuperanno sempre di più spazio.

Design

Le due console in questo ambito hanno optato per design molto slanciati verso l’alto, ad esempio la playstation ha sviluppato una console molto alta e grande con due pannelli bianchi rimovibili che di sicuro saranno soggetti a fantastiche personalizzazioni da parte degli utenti. D’altro canto xbox è andata sul semplice con un parallelepipedo nero molto minimalista. I due design sono stati sviluppati anche per favorire il raffreddamento delle due console.

Quick Resume

Si tratta di una funzionalità che in parte già esisteva, ma che non era sfruttata al massimo. In parole povere consiste nel poter chiudere un gioco in un punto preciso della storia e poterlo riprendere direttamente senza caricamenti. Questa funzione consente di tenere fino a 10 giochi in quick resume. Consente inoltre di poter tenere aperti i giochi quando si mette in modalità di riposo la console.

Descritti i tre punti generali andiamo a parlare più nello specifico delle console:

 

Playstation 5

È un miscuglio di potenza misto ad eleganza.

Playstation 5

Playstation 5

Caratteristiche (per i più ferrati)

  • CPU: 8x Zen 2 Cores at 3.5GHz
  • GPU: 10.28 TFLOPs, 36 CUs at 2.23GHz (frequenza variabile)
  • Architettura GPU: RDNA 2 personalizzata
  • Memoria: 16GB GDDR6/256-bit
  • Larghezza di banda della memoria: 448 GB/s
  • Spazio di archiviazione interno: Custom 825 GB SSD
  • Throughput I/O: 5.5GB/s (Raw), Typical 8-9GB/s (Compresso)
  • Spazio di archiviazione espandibile: NVMe SSD Slot
  • Spazio di archiviazione esterno: USB HDD Support
  • Lettore ottico: 4K UHD Blu-ray Drive

Dashboard

Le novità più importanti sono di sicuro i trofei nei vari giochi. Ogni gioco ti guiderà nell’acquisizione di ogni trofeo grazie anche a dei video tutorial che spunteranno in piccolo mentre si gioca. Al conseguimento di ogni trofeo, sarà salvato nella galleria il video del momento in cui lo si è sbloccato, in modo da poter condividere il momento con gli amici.

Altra novità è la possibilità di poter vedere il proprio amico giocare a un altro gioco mentre si sta giocando al proprio grazie allo share play presente nei party (Bfunzionalità già presente nella scorsa gen).

Dual Sense

Si tratta del nuovo controller sony di cui si è parlato tanto. Questo nuovo controller sarà in grado di dare un feed aptico grazie ai suoi grilletti adattivi e alla miglioria della vibrazione del controller. Hanno inoltre inserito un microfono, in modo da poter parlare con i propri amici senza l’uso di cuffie con microfono. Il controler si potra provare al massimo delle prestazioni con il gioco Astro’s Playroom, già installato nella console. Questo controller è compatibile sia con ps4 sia con pc ma perderà le funzioni di feed aptico.

4K, e i 120 fps

Con questa nuova console saremo in grado di giocare grandi titoli a 4k 60 fps in modalità prestazioni oppure in modalità qualità, ma a soli 30 fps. I 120 fps saranno supportati in soli 5 giochi:

  •  Call of Duty: Black Ops Cold War
  •  Devil May Cry 5 Special Edition
  •  Dirt 5
  • Monster Boy and the Cursed Kingdom
  • Rainbow Six Siege

Retrocompatibilità

La console supporta quasi tutti i titoli ps4 migliorandone anche qualcuno. I giochi non supportati sono i seguenti:

  •  DWVR
  • Afro Samurai 2 Revenge of Kuma Volume One
  • TT Isle of Man – Ride on the Edge 2
  • Just Deal With It!
  • Shadow Complex Remastered
  •  Robinson: The Journey
  •  Hitman Go: Definitive Edition

Xbox series X

Una console minimalista ma molto potente e performante. Guardiamola però da più vicino.

Xbox serie x

Xbox serie x

Caratteristiche

  • Processore APU AMD x86-64 Jaguar 1.75 GHz a 8 core
  • Processore video AMD GCN Radeon a 12 unità da 853 MHz
  • Potenza 1,3 TFLOPS
  •  Memoria RAM 8 GB di tipo DDR3 (5 GB sfruttabili per i giochi)
  • Disco fisso da 500 GB o 1 TB (in base al modello), rimovibile e sostituibile
  •  Uscita HDMI
  •  Wireless 802.11 b/g/n
  • Porte USB 3.0
  • Ethernet Gigabit
  • Dimensioni 34,3 x 26,3 x 8 cm
  • Peso 3,5 Kg

Dashboard

In questo ambito la console non è avanzata e ha tenuto pressappoco la stessa della scorsa xbox.

Controller

Anche questo è rimasto all’incirca invariato anche se hanno migliorato un pò il design e hanno aggiunto il tasto share. In più è stata ridotta la latenza e quindi la risposta dei tasti sarà più veloce.

Game Pass

L’ormai noto game pass approda anche su xbox series x con nuovi titoli,tra cui quelli Bethesda (recentemente comprata da microsoft) e tutti i nuovi titoli che usciranno in esclusiva xbox. L’abbonamento costa 12.99 euro al mese nella versione base. Fra i titoli più interessanti vi sono: need for speed, rivals e payback Anthem, Gears, Fifa 20 e 19, Battlefield 1, nfl 2020 e madden 2020, Star Wars Battlefront 1 e 2, i vari Halo e tanti altri giochi.

4k e 120 fps

Anche qui saremo in grado di giocare i grandi titoli a a 4k 60 fps o 30, ma con ancor meno frame lag rispetto alla ps5. La cosa in cui eccelle l’xbox è la compatibilità dei giochi con i 120 fps. I seguenti giochi potranno girare a 120 fps:

  • Dirt 5
  • Call of Duty Black Ops Cold War
  • Halo Infinite
  • Exomega
  • Metal Hellinger
  • Monster Boy And The Cursed Kingdom
  • Orphan of the Machine
  • Gears 5
  • Second Extinction
  • Tom Clancy’s Rainbow Six Siege
  • Devil May Cry 5 Special Edition
  • Ori and the Will of the Wisps
  • The Falconer

Conclusioni finali

Entrambe le console sono ottime e ognuna ha i suoi punti di forza. Ve le consiglio entrambe ma poi va a gusti.

Riccardo Andreetto

Nella tarda mattinata del 14 dicembre abbiamo assistito a un episodio che ha suscitato molto scalpore e perplessità in tutta la popolazione mondiale, in particolare tra noi studenti. Per circa 45 minuti, si è verificata una brusca interruzione del funzionamento di Google e di alcune piattaforme a esso associate.
Nella nostra vita, soprattutto per noi del Ferrari, le applicazioni di Google hanno assunto un ruolo importante negli ultimi 2 anni: Google Meet, Classroom e Gmail vengono utilizzate dagli studenti quotidianamente. Ciò che più ci ha colpito è come, per un banale bug dovuto a un sovraccarico dei server, la DAD sia stata quasi totalmente compromessa e l’incessante susseguirsi delle lezioni, anche solo per 10 minuti, si sia dovuto arrendere di fronte a tale causa di forza maggiore.
Questo avvenimento ci ha fatto riflettere sull’importanza e il peso di Google nella nostra vita: con il lockdown infatti non possiamo più incontrare gli amici o impegnarci in modo serio in qualche passione extrascolastica, ma, al contrario, tutti i nostri sforzi sono concentrati sulla scuola, che ormai occupa il centro delle nostre giornate. Un congelamento più prolungato delle piattaforme Google porterebbe a un’apocalisse digitale, poiché non si limiterebbe solo a privarci di un utilizzo personale e di svago, ma anche del nostro dovere e lavoro.
Un imprevisto di tal genere ha messo in evidenza l’esistenza di un monopolio assoluto e incontrastabile da parte di Google: infatti le sue applicazioni sono le più usate del web e ci facciamo ricorso durante tutto l’arco della giornata per via del nostro dovere da studenti. In secondo luogo, ci ha aperto gli occhi su quanto siamo dipendenti dalla tecnologia, di cui non riusciamo né possiamo fare a meno.
Ciò che è successo la scorsa settimana non ha di certo stravolto le nostre vite, bensì ha lasciato spazio a una spontanea riflessione: quanto è cambiato il nostro rapporto con Internet per via della didattica a distanza? In che modo tale mezzo d’istruzione ha influito sull’uso dei servizi Google? È evidente come, in seguito alla chiusura delle scuole, l’utilizzo delle piattaforme annesse a Google da parte degli studenti, in particolare per noi del G.B. Ferrari, abbia subito una costretta deviazione, passando da avere un fine d’interesse quasi puramente personale e dilettevole ad assumere un impiego maggiore nell’ambito scolastico e informativo. Ciò ha portato anche ad enormi conseguenze sull’utilizzo di app come Classroom e Meet, che hanno conosciuto un aumento degli utenti a partire da marzo 2020, con il risultato di un incremento considerevole del patrimonio del grande colosso di Mountain View.
-Giacomo De Carlo, Elisa Renzulli e Carlo Saffioti della 3^BS

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Premessa:

A scuola tra le tante cose si impara anche che, a parte forse sotto l’impero romano, l’Italia è quasi sempre stata un territorio frammentato, palco di numerose vicissitudini che hanno portato a mantenerne una fitta diversità culturale anche ai giorni nostri. Ma ci sono tratti comuni che condividiamo in tutta la penisola.
Proprio quest’anno poi, la nostra italianità, l’unità che comunque ci caratterizza, la nostra fame di contatto e il bisogno di stare tra la gente, sono state particolarmente minate. O forse le esperienze comuni ci hanno uniti ancora di più, nonostante i vari isolamenti?
Dunque io, da semplice e umile studentessa, ho voluto provare ad indagare proprio in quella Roma che aveva bene o male garantito un’iniziale coesione delle terre che, un tempo come ora, definiamo Italia; in quella capitale insomma che oggi suddivide il bel Paese in regioni variopinte per motivi di sicurezza nazionale.
Eccomi dunque ad ideare un’intervista-chiacchierata con il mio amico Valerio Timo originario di Aranova, poco sopra Roma, frequentante come me la quinta scientifico tradizionale, del liceo Sandro Pertini di Ladispoli: ci siamo confrontati soggettivamente su tematiche oggettive, su quello che ancora adesso stiamo sperimentando sulla nostra pelle. Di seguito il link del giornalino scolastico di Valerio, dove potrete trovare le mie risposte all’intervista:

https://www.liceopertiniladispoli.edu.it/resnovae/2020/12/10/covid-e-scuola-veneto-e-lazio-a-confronto

Liceo Sandro Pertini, Ladispoli

Liceo Sandro Pertini, Ladispoli

Sara: “Che aria si respira nel Lazio?”

Valerio: “Nella mia zona la situazione è tesa perché nonostante la regione sia una delle poche regioni gialle, nei pressi di Roma c’è molto poco controllo, quindi ad esempio anche ad Aranova può essere che al supermercato trovi un assembramento enorme anche se hanno tutti la mascherina. Quindi sì, non sai bene quanto sei effettivamente protetto, e comunque i contagi ci sono: ad esempio alle medie, dove va mia sorella, la sua classe è in quarantena e non è l’unica classe in isolamento. Nei centri un po’ più grandi forse c’è un po’ più di controllo, ovviamente è più facile trovare situazioni di assembramento, ma questo perché ci sono i mezzi, movida non più, però insomma, comunque la gente si muove: le passeggiate le fai, quindi se vai a Piazza di Spagna, per dire trovi parecchie persone. Ufficialmente siamo messi bene, in realtà non troppo, come tutti tra l’altro: la si sta prendendo un po’ sotto gamba. Personalmente temo la zona arancione.”

S: “Cosa ne pensi dell’organizzazione Covid-19 qui in Italia?”

V: “Secondo me la situazione poteva essere decisamente peggio, se guardiamo altri esempi europei, come Francia, Spagna ecc., là è preoccupante. Però è anche vero che la cattiva gestione della prima ondata un po’ gliela perdono, perché erano tutti impreparati. Il lockdown forse è stato un po’ estremo, ma è stato necessario e ci ha permesso di avere più libertà in estate.
Alla fine è stata la gestione dopo il primo lockdown il vero problema, proprio in estate è stato veramente un rilascio totale di tutto: per moltissimi il Covid-19 era sparito, quindi di fatto bisognava aspettarsela la seconda ondata, visti i comportamenti irresponsabili di certa gente. Io ritengo che avrebbero dovuto mantenere la presa e non allentare così tanto le misure.”

S: “Come hai vissuto il primo lockdown?”

V: “Bhe io il primo lockdown l’ho cominciato con un isolamento forzato dalla preside, perché a scuola era trapelata la notizia che io avevo passato le vacanze di Carnevale con la mia fidanzata* di Padova, ed erano da poco stati annunciati i primi casi di Vo… quindi sì ecco, tutti molto informati…perché non diventassi l’untore del Pertini mi hanno costretto a casa.”
(*Elena, una mia amica tramite cui ho potuto conoscere Valerio.)
V: “All’inizio la narrazione è stata così talmente approssimativa e confusa che io non sapevo bene cosa pensare di questa cosa; qui non si sapeva se il virus fosse effettivamente vero, se fosse pericoloso, soprattutto perché finché a Roma non ci sono stati i due casi allo Spallanzani, la spiegazione dei fatti non era come quella che poteva essere stata da voi in Veneto per Vo, il primo focolaio. Finché non hanno chiuso scuola non era ancora obbligatorio portare la mascherina: io non lo facevo, ma non perché fossi un ribelle, perché non era chiaro fosse strettamente necessario. Da noi hanno chiuso scuola circa due settimane dopo di voi, da un giorno all’altro ci siamo trovati a casa.”

Lo Spallanzani a Roma

Lo Spallanzani a Roma

V: “Non si era capito che il lockdown sarebbe durato così tanto, è stato inaspettato e infinito, ma non è successo proprio niente, quindi ad oggi ti sembra essere passato tutto in un lampo.
Io ero paralizzato. Tutti dicevano di vedere il lato positivo, sfruttare la cosa come un’occasione per lavorare su se stessi, imparare a fare cose nuove. Altri sostenevano avessimo più tempo per studiare, ma in realtà anche no, perché non sei a casa tranquillo sereno e felice, sei chiuso a casa e te voi sparà.

S: “Come riassumeresti questo periodo?”

V: “Se vuoi una mia parola tematica, penso ‘angoscia’, ecco: non paura di stare male, perché comunque sembrava una cosa lontana seppur vicina…l’opposto di serenità insomma. Non fai altro che stare a casa e sentire cosa succede fuori, fidandoti dei giornali di fatto.”

Sia io che Valerio abbiamo parlato dei media, e di come gli articoli, spesso imprecisi e infondati, con cui venivamo bombardati ogni giorno, non abbiano aiutato per nulla le circostanze, rendendole ancora più caotiche e spaventose.

S: “Come si è organizzata la tua scuola in questo periodo?”

V: “La preside da noi è stata diligente e tempestiva, perché c’era tanta paura, quindi ogni cosa suggerita veniva fatta: le norme sono state seguite anche troppo forse… Durante la prima ondata comunque non è che ci fosse stato tanto da fare.
Con la seconda invece i banchi sono arrivati, le misure sono state seguite: sono state sfruttate le diverse uscite dell’edificio per evitare assembramenti. Il resto era responsabilità degli studenti, la scuola più di tanto non poteva fare. Il primo giorno c’era calca davanti al cancello perché c’eravamo tutti, ancora non erano stati scaglionati gli orari meticolosamente, come poi è avvenuto in seguito.”

I famosi banchi con le rotelle

I famosi banchi con le rotelle

S: “Con che ritmi avete seguito le lezioni?”

V: “Hanno scaglionato praticamente da subito biennio e triennio, che entravano rispettivamente alle 8 e alle 9; poi a causa dei mezzi pubblici gli ingressi sono stati posticipati di un’ora quindi alle 9 e alle 10. Col 75% in Dad, si stava in presenza solo un giorno alla settimana, che da noi è sempre stata dal lunedì al venerdì, anche prima della pandemia. Le classi frequentavano in presenza, con ogni annata assegnata ad un giorno di 4 ore da 45 minuti di videolezione.
Mi chiedo come fa ad esserci una differenza di monte ore da regione a regione e questo da sempre, so che da voi in Veneto è abitudine fare il sabato, mentre qui no.”
(Me lo chiedo pure io Valerio…)

S: “Il corpo studentesco invece com’è messo?”

V: “I rappresentanti d’istituto quest’anno da noi non vengono ascoltati davvero, perché la scuola ritiene intoccabili -giustamente o meno- le indicazioni fornite dal governo, in parole povere non ci si lamenta, perché sarebbe invano. Non sono stati nemmeno propriamente eletti, c’erano meno candidati del previsto: c’è stata meno democrazia scolastica e personalmente io penso sia stato proprio specchio del governo stesso.”

Entrando poi nello specifico in argomento voti, profitto, bagaglio culturale, apprendimento in sé, abbiamo appurato che entrambi, particolarmente per quanto riguarda le materie di indirizzo -già pigri di nostro-, siamo stati svantaggiati dalla necessaria e inevitabile organizzazione della didattica a distanza.

V: “Se tu studi sempre tutto benissimo, sarai sempre bravo, anche se le videolezioni sono tarate per gli alunni che hanno più difficoltà. Non ci sono tuttavia gli stessi ritmi, assolutamente, ci sono meno ore e il programma è stato tagliato: ci hanno tagliato il programma invece di fare più ore in Dad e diciamocelo, dal punto di vista dello studente pigro, quale sono, avere meno ore mi sta anche bene, però molti chiedono più cose spiegate più velocemente e in modo più sintetico. La Dad è comunque pesantissima, perché non passi troppo tempo a fare lezione però ti viene richiesto almeno tanto quanto ti veniva richiesto prima, e questo quando lo metti nell’ottica del quinto anno è ancora peggio in quanto non sei sicuro a cosa stai andando in contro, di cosa ti resterà in futuro. Tutti si aspettano che ci si metta l’anima nello studio, perché tanto non abbiamo niente da fare perché facciamo poche ore, no?”

V: “La Dad non è sicuramente una situazione ideale per imparare le cose, non perché internet sia un cattivo mezzo, le lezioni online effettivamente si facevano anche prima del Covid-19 con ad esempio masterclass, magari non nell’ambiente liceale scolastico. Là fuori è pieno di servizi di apprendimento in streaming, però hanno le attrezzature adeguate, sono preparati e lo gestiscono con consapevolezza. Un insegnante medio del liceo non è abituato a questa modalità. La rete dell’istituto non funziona. I ritmi saranno sempre sbagliati perché si sforzano -senza riuscirci- di imitare la scuola vera su internet, che contribuisce a creare ancora più confusione in una situazione di per sé semi apocalittica.
In Dad io sento una grande distanza. Ritengo che anche gli insegnanti siano vittime: nessuno vorrebbe vivere questa situazione secondo me.”

S: “Sul temutissimo esame hai niente da dire?”

V: “A parte pochi casi in cui la Dad è gestita bene, si ha paura di come sarà l’esame anche perché c’è più incertezza di prima: da noi dicono che si svolgerà come quello dell’anno scorso, quindi solo un grande esame orale; il che è positivo fino ad un certo punto, perché comunque in realtà devo fare questo esame singolo su cui dipende tutta la mia preparazione su un programma fatto un po’così… insomma non sembra veramente di andare a scuola, non concretamente, non nel modo a cui sono stato abituato, che aveva i suoi difetti e i suoi pregi, ma con cui mi trovavo decisamente meglio di ora”

Entrambi concordiamo che tornare in presenza sarebbe auspicabile, soprattutto con la prospettiva di due maturandi, ma sul discorso esami gravano le ore perse quest’anno, e maggiormente l’anno scorso. Tutti speriamo non ci sia la temuta seconda prova. Valerio si interroga sulla valenza di un esame svolto così e del bagaglio culturale dei singoli studenti, che ricadrebbe inevitabilmente almeno sull’introduzione al mondo universitario.

Conclusione semi scontata: #lontanimavicini

Mi è piaciuto molto parlare con Valerio e poter dare sfogo a tutto il mio drammatico vittimismo.
Scherzi a parte, è stata un’esperienza molto interessante: mi sembra che emergano chiaramente delle opinioni e delle situazioni o largamente condivise o comunque parecchio comprensibili. Personalmente mi sono sentita rassicurata dal fatto di non essere stata l’unica a stare così in questo periodo, e rispondendo alla domanda iniziale: si, l’attraversare questi periodi difficili tutti “assieme” mi fa sentire decisamente meno sola ed anzi più vicina agli altri.
L’analisi delle varie gestioni è stata secondo me inutile come anzi molto importante: credo ognuno di noi si sia reso conto che il 2020 ha segnato (e continua a segnare…) irreparabilmente la storia del globo intero, e per quanto ormai ciò che è fatto è fatto, è importante non sottovalutare la cosa, perché si impara dagli errori del passato, anche da quello a noi più prossimo.
Io e Valerio, come tutti, ci auguriamo che le cose migliorino (direi che peggio di così, anche no), quindi cari lettori, state tranquilli, rimanendo attivi: non adagiatevi in una finta serenità, fate la vostra parte, il vostro lavoro con cognizione di causa e vedrete: #andràtuttobene
Sara Boscolo 5Bs

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Bene ora che ho la vostra attenzione, se siete omofobi, uomini delle caverne o
“closed-minded” quest’articolo forse non vi piacerà, ma prima o poi doveva succedere che qualcuno approdasse qui nel giornalino della scuola per sensibilizzarvi sul mondo LGBTQ+ e permettervi di riflettere su alcune delle tematiche più scottanti degli ultimi anni.
Nonostante ciò, in virtù dei poteri inclusi nel pacchetto “queer TM” e lasciando da parte tutti gli stereotipi, in questo articolo tratteremo in breve del “Coming out”, termine di cui molti di voi avranno già sentito parlare.

COSA SIGNIFICA CHE UN AMICO/A HA FATTO COMING OUT?
Poiché sono troppo pigro per cercare seriamente e penso di saperne già qualcosa, ho deciso di affidarmi ad un sito molto credibile infatti, secondo wikipedia coming out significa che questa persona ha deciso di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale* o la propria identità di genere** .
Deriva dalla frase inglese “coming out of the closet” che tradotto dal tipico umorismo inglese significa letteralmente uscire dall’armadio, dunque uscire allo scoperto.

COMING OUT= GAY
È abbastanza comune associare erroneamente il termine coming out all’essere gay, ma, come intuibile dalla precedente spiegazione, ciò non equivale necessariamente a dire “mamma mi piacciono i ragazzi”, ma può essere anche essere una rivelazione della propria vera identità di genere, altra tematica di cui tratteremo in un futuro articolo, a meno che non mettano questo all’indice per il suo anticonformismo.
Senza poi dimenticare, che di orientamenti sessuali ce ne sono molti e non esistono solamente gay ed etero.

PERCHÉ SI FA?
Partiamo dal presupposto che il coming out non sia la sola azione di “rivelarsi”, ma risulti parte di un lungo percorso introspettivo alla ricerca di sé, secondo un “cammino” che si sviluppa in maniera molto personale ed unica, che comincia con l’accettazione di sé e culmina con la condivisione di ciò.
Anyways, fare coming out è una scelta strettamente personale, e numerose sono le motivazioni che spingono un membro della LGBTQ+ community a farlo: le principali, che condivido, sono soprattutto la volontà di affermare la propria identità, di autodeterminarsi e finire di nascondersi dietro una maschera o un’identità che non ci appartengono..
Per farla breve, presentandovi un semplice esempio, ma d’effetto, è come poter salire sull’Everest e gridare il proprio nome affinché tutti lo sentano, pensate alla sensazione di libertà che farlo vi darebbe, bello eh!

SE SCOPRO CHE *nome* E’ LESBICA, POSSO DIRLO AL POSTO SUO?
Assolutamente no, il coming out è un atto estremamente personale, farlo al posto di qualcun’altro è sbagliato, MOLTO SBAGLIATO, ESTREMAMENTE SBAGLIATO, roba da ultimo girone, e per farvi capire come mai vi propongo un altro semplice esempio: se foste al vostro compleanno e qualcuno spegnesse le candeline della torta al vostro posto, come vi sentireste?
Ecco fare outing per qualcuno, oltre a donare questa sensazione all’interessat*, può significare mettere questa persona in una situazione di forte pressione, in alcuni casi pericolo ed esposizione, un po’ come quando alle elementari *nome* rivelava la vostra crush a tutta la classe, ma molto peggio.
Come è sbagliato fare outing per qualcuno altrettanto grave è obbligare questa “creatura” a fare coming out, se per cui vi invito semplicemente a lasciare che questa persona si prenda i propri tempi, capirsi non è semplice!

SE DOVESSI FARLO COME DEVO AGIRE, QUANDO, DOVE…
Beh, come detto in precedenza il coming out è una scelta strettamente personale e sicuramente non è equiparabile ad esprimere una preferenza sulla nostra band preferita oppure il gusto di gelato, nonostante si apprestino molto a fornire esempi, è sicuramente un grande passo, che come tutti i grandi passi necessita di essere fatto con conoscenza e volontà senza sentirsi obbligati. Non esiste un luogo o una modalità adatta/prefissata è una cosa spontanea, che può essere pianificata per quanto possa suonare incoerente.
Non c’è un modo giusto o sbagliato è una cosa “tua” per certi aspetti, l’importante è essere sicuri di ciò che si sta facendo ed ovviamente prendere le giuste precauzioni, ripeto CONSAPEVOLEZZA, COSCIENZA e soprattutto PAZIENZA, talvolta è giusto saper aspettare e valutare con attenzione le circostanze, con questo non vi invito sicuramente a fare coming out senza pensarci, bensì a rifletterci bene! Ovviamente questo non significa che dovrete rimanere “closeted” per sempre, ma la vostra sicurezza viene prima di tutto e non sempre il coming out è semplice.
PERÒ RICORDA: ci sarà sempre qualcuno pronto ad accettarti e supportarti in quello che fai, non sei sol* e soprattutto non sei sbagliat*, sei perfett* così come sei!

Con queste belle parole il vostro autore vi saluta e spera di avervi illuminato vagamente sulla questione. Abbiate rispetto e sostenete chi sta affrontando il coming out, specialmente se difficile, il sostegno di un amico/a o di un/una parente fa la differenza, lo dico per esperienza personale!

Siate sempre voi stessi!

alla prossima, il ragazzo dall’armadio

Era una notte fredda di fine febbraio in una nota multinazionale europea in Cina.

Quel giorno il dottor Monti era rimasto in laboratorio per ultimare il progetto top-secret su cui lavorava da anni.
Se il risultato che sperava di ottenere si fosse registrato, sarebbe stata una rivoluzione nella storia dell’umanità.
Ecco! Finalmente il siero era pronto. Lo testò su un piccolo criceto che si trovava in una gabbia vicino a lui, facendoglielo bere.
Non poteva crederci. L’esito era inaspettato.
Il dottore capì che se fosse finito nelle mani sbagliate, ovvero le loro, sarebbe stata una catastrofe…
La porta del laboratorio improvvisamente si aprì. Entrarono i manager, accompagnati da una dozzina di tipi loschi vestiti di nero.
-Caro il mio dottore, spero lei abbia portato a termine il progetto-
cominciò uno dei direttori,
-Come sa, il suo ultimatum è quasi scaduto, e sarebbe un vero peccato dover sbarazzarci di lei-.
Monti ascoltava nascosto dietro uno scaffale, sudando freddo. Conosceva la verità: quelle persone erano in combutta con una società criminale segreta. Doveva elaborare un piano di fuga.
-Suvvia, non c’è bisogno di nascondersi, se ce lo consegna la lasceremo in pace, e sarà ben pagato se non aprirà bocca con nessuno.-
continuò un altro individuo.
Il dottore camminò a schiena bassa, nascosto dai tavoli, fino a raggiungere l’ingresso; a quel punto si alzò e premette l’interruttore di emergenza lì vicino che attivava il sistema di chiusura e uscì di corsa, con l’allarme e le urla delle persone intrappolate che risuonavano alle sue spalle.

Decise che sarebbe dovuto tornare immediatamente a casa, e trovare un posto dove nascondere il siero, che anche a costo della vita non avrebbe mai ceduto.

Il giovane Gabriele si svegliò. Era un sabato mattina, ma non uno qualsiasi: avrebbe passato il pomeriggio con suo padre, che era tornato la sera prima da un viaggio di lavoro. Lo aveva visto agitato, e da quando era a casa non era mai uscito dal suo studio, neanche per cenare.
Dopo essersi preparato e aver fatto colazione da solo andò davanti alla porta dello studio e bussò. Non sentendo una risposta decise di entrarci.
Non gli era permesso farlo, ma voleva vedere se suo padre stesse bene e avvertirlo che doveva andare a scuola.
Dentro quella stanza regnava il caos: c’erano fogli sul pavimento, tante ampolle sporche su un tavolino e alcuni attrezzi sparpagliati qua e là. Lo vide dormire su una sedia davanti al computer, con la testa appoggiata sul tavolo. Stava per svegliarlo, quando notò che affianco a lui c’era un porta provette con una sola provetta, contenente un liquido incolore.
Senza pensarci due volte la prese in mano e la stappò. L’odore era abbastanza forte ma non cattivo. La tenne vicino al viso per continuare ad osservarla, quando suo padre si mosse. Per lo spavento agitò la mano, e così una parte del siero gli entrò in bocca, mentre il resto nel vasetto di una pianta.
Il sapore era orribile. Gabriele avrebbe voluto vomitare. Rimise giù la provetta e di fretta uscì dallo studio e da casa.
Il ragazzo si domandava se quella cosa che aveva ingerito gli avrebbe fatto male, ma non sentendo alcun effetto, smise di preoccuparsene.

Intanto i manager scoprirono dove abitava il dottore e irruppero in casa sua. Quest’ultimo, chiuso nel laboratorio, sentendoli arrivare provò a nascondersi, ma gli incursori lo raggiunsero prima e lo immobilizzarono con un manrovescio sulla testa. Cercarono l’esperimento dappertutto, senza trovarlo.
Ad un tratto uno dei loro scagnozzi passò a fianco ad una piantina, e sentendone l’odore insolito, tentò di prenderla, ma rimase stupito di quello che successe. Avvertì gli altri uomini, anche loro allibiti.
-Capo, qui ci sono oggetti appartenenti ad un adolescente-
riferì invece un altro uomo.
Il direttore sogghignò e il suo sguardo si fece crudele.

Gabriele Monti stava uscendo da scuola, quando alcuni individui in giacca e cravatta nera gli si avvicinarono. Uno di loro disse:
-Tu sei Monti, vero? Lavoriamo con tuo padre e avremmo delle domande da farti-
Gabriele osservandoli aveva una strana sensazione: non si fidava di quelle persone, e non capiva perché avrebbero dovuto cercarlo lì e non a casa.
Che ci fossero già stati?
E suo padre?
Negò la domanda e fece per andarsene, ma con la coda dell’occhio vide uno tirare fuori una pistola.
D’istinto si abbassò, evitando il colpo, poi cominciò a correre più veloce che poteva, con gli spari che lo schivavano. Aveva il cuore in gola, ma non rallentò e si infilò in alcune stradine tra dei condomini.
Sentiva il rumore di un’auto che correva all’impazzata, così fermandosi si voltò e ne vide una a pochi metri da lui.
“E’ la fine” pensò.
Chiuse gli occhi e aspettò l’impatto, ma quello non arrivò mai.
L’auto era dalla parte opposta e gli uomini di prima vi scesero, a bocca aperta.

Anche Gabriele, che aveva riaperto gli occhi, capì cos’era appena successo, ma non poteva crederci: gli erano passati attraverso.

Ilaria Ballan

Pink is her dress
And so are her lips
A light in her chest
Caresses my cheeks

Giggling, you are
In front of a cloud
While your blue eyes
Are traveling through time

Teodora Berghi

Cade adagio la candida neve sopra la montagna, dove spogli boschi riparano animaletti dormienti.
Scendono dalla cima innevata sciatori, che attendono con ansia le gioiose festività natalizie.
Felici coppie innamorate sul lago ghiacciato pattinano tenendosi per mano, aspettando con ansia il giorno dei regali lieti.
Il giorno sesto dopo i doni, a mezza notte, si apre l’arrivo del nuovo con botti, mentre le accolgono con soffici baci

Cristian Cavallaro

Come iniziare… Beh, vado dritta al punto. Come tutti, in questo brutto periodo ho avuto modo di pensare molto, forse troppo.
Non so voi, cari amici, ma mi manca addirittura svegliarmi alle 6 del mattino, per poi correre verso la fermata del bus, cercando di non farmi investire dalle auto che passano, correndo letteralmente in mezzo a quelle mura di nebbia che tutti noi conosciamo benissimo, con la torcia del cellulare accesa come a dire alle auto e ai camion davanti a me: “ Hey amici, esisto anche io, vorrei arrivare a scuola viva oggi… sapete ho trecentocinquanta interrogazioni e duecentosettantre verifiche questa settimana.”
Mi manca anche prendere la corriera… oddio, forse quella è tra le cose che mi mancano di meno, ma ammettetelo, se non esistessero quei profumatissimi mezzi di trasporto, saremmo andati molto peggio in diverse interrogazioni, no? E poi, quel rumore di sottofondo con tutte le persone che bisbigliano, mentre tu stai cercando di ripassare prima inglese, poi storia e poi le 836831 eccezioni del latino… non è forse qui che impariamo a sopportare e poi a perdere la pazienza?
Scherzi a parte, a me manca davvero tanto tutto ciò. Per quanto la didattica a distanza possa servire a tenerci quel poco al passo con il programma, non sarà mai bello come trovarsi tutti a scuola.
Lì condividiamo tutto, dall’ansia (che non manca mai), alle gioie, ai pianti, alle soddisfazioni, agli amici. Okay, per molti non sarà proprio il luogo preferito, ma è solo tra quelle mura che si possono condividere certe emozioni.
Ammettetelo, sono sicura che vi manca il profumo di brioches e caffè che vi accoglie ogni mattina. Varcando quella porta non sai mai se quando uscirai, a fine giornata, sarai più felice o triste.
È a scuola che la maggior parte di noi incontra le prime grandi cotte e, permettetemi di dire, molte volte irraggiungibili, sigh ;(
È a scuola che prendiamo in giro il nostro amico perché la sera prima la sua squadra del cuore aveva perso una partita importante, ed è sempre qui che molte volte, se siamo fortunati, troviamo gli amici che resteranno nel nostro cuore per tutta la vita.
Per non parlare poi delle risate che, almeno io, mi sono fatta grazie ai miei compagni di classe mentre discutevano e giocavano al Fantacalcio… davvero.
Sono gli anni del liceo, delle insufficienze, dello stress, dell’ansia, delle notte insonni e del poco tempo libero… ma sono anche gli anni che ci segnano la vita. Sono gli anni delle grandi gite scolastiche, dei laboratori con gli amici, delle pizzate con tutta la classe!
Insomma, non si può sintetizzare tutto ciò che si prova in questi anni… volevo condividere con tutti voi questi miei sentimenti, che, credo, in questo periodo rispecchiano un po’ tutti.
Teniamo duro perché tutto questo finirà! Ci rivedremo presto, pronti a condividere lo stesso menú di sempre: prima portata di ansia, con un contorno di piccole gioie sparse, e con un abbondante dose di stress… che amiamo tanto!
Un saluto a tutti,
Elisa Polato, ragazza a cui manca la scuola 😉